Steve Jobs > Danny Boyle

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Steve Jobs, fantasma al cinema

Vale la pena iniziare ricordando l’andatura altalenante del regista britannico Danny Boyle che però, tra gli altri, ha diretto veri e propri capolavori come Trainspotting, The beach e The Millionaire; in ognuno dei film del regista c’è una situazione imputabile a un caso di «campo di distorsione della realtà». Messo tra virgolette, in quanto è l’esatta espressione che il personaggio di Steve Jobs, nel suo film, usa con la fedelissima assistente.

Siamo di fronte a un’altra, l’ennesima, egregia prestazione di Michael Fassbender, attore che si è conquistato l’affetto del pubblico d’essai lavorando con Steve McQueen in Shame, Hunger e 12 anni schiavo; ultimamente lo abbiamo trovato nelle sale nei panni di Macbeth, mentre qua abbandona i costumi della tragedia shakespeariana per indossare le camicie di uno dei personaggi più discussi e comunque importanti del ventesimo secolo.

L’architettura del film assume, nella sua evoluzione, un’impostazione grafica, geometrica, tale da avvicinarsi all’essenza dei prodotti Apple ideati e lanciati dal loro creatore. Un sistema “chiuso”, appunto, circolare, che si esaurisce e si completa nell’arco delle due ore filmiche, che nulla tolgono o lasciano in sospeso nonostante non si tratti dell’intero quadro di vita del fondatore di Apple.

Assolutamente lontano dai toni agiografici, il film di Danny Boyle è verbosissimo e si regge su una serie di dialoghi serratissimi, situazioni frenetiche e battute ad effetto, che rendono scorrevoli e fluide le due ore che, è bene dirlo, volano in un fiato. Ma Boyle sceglie anche di non dare per scontata l’ascesa professionale di Jobs a fronte delle difficoltà nei suoi rapporti personali; in realtà l’intreccio narrativo del film non fa nulla per rendere più o meno simpatico il personaggio, ma ne mette in luce l’ostinazione e la testardaggine che lo hanno portato, comunque, sulla via del successo, anche nei momenti più difficili, non negando comunque che fosse capace di sentimenti d’affetto nei confronti degli amici, della figlia o della collaboratrice personale.

Infatti Fassbender è bravissimo a incarnare il cinismo e la freddezza con cui Jobs affrontava la propria vita, ma non lo ha privato di quegli slanci di affetto di cui era capace, nonostante fosse incapace di dimostrarli. Ma c’è anche da dire che il film si sviluppa solo e soltanto su tre momenti fondamentali della vita di Jobs: il 1984, il 1988 e il 1998. E tutti e tre questi momenti sono messi in scena nel backstage dei vari teatri dove, nell’ordine, sono stati lanciati il Macintosh, NeXT e l’iMac.

Probabilmente gran parte del merito va ad Aaron Sorkin, sceneggiatore che per il cinema non è troppo prolifico. Con la cadenza di una scrittura ogni tre o quattro anni, dal 2007 a oggi ha sceneggiato “soltanto” film come La guerra di Charlie Wilson, The Social Network (l’avvincente e teso bio-pic su Mark Zuckerberg e sulla nascita di Facebook), L’arte di vincere (un altro film biografico, stavolta sull’ambiente sportivo del baseball) e, infine, questo Steve Jobs che, come tutti gli altri, ricalca uno schema che prevede una concatenazione serratissima di dialoghi a scapito dell’azione vera e propria. La scelta in fase di sceneggiatura, infatti, risulta vincente proprio perché la vita di Jobs non viene “diluita” sulle due ore filmiche, ma viene concentrata scegliendo soltanto tre momenti che, di per sé, prevedono un certo immobilismo nell’attesa di salire sul palco e presentare un nuovo prodotto, ma nei quali si dipanano dialoghi in grado di scoperchiare intere fasi di vita (e di crescita umana/professionale) di Jobs e di tutti i collaboratori che sono alla base del suo successo.

Siamo in un interno-giorno, quindi, ma privo della luce solare e immerso nell’atmosfera della luce artificiale dei camerini e del dietro le quinte. Gli altri momenti della vita di Jobs appaiono come brevissimi flashback, inframmezzando e alternando i dialoghi dei protagonisti: come nel caso della feroce discussione con John Sculley, amministratore delegato della Apple, che avviene prima della presentazione del NeXT (1988), ma che è inframmezzata dalle immagini che ritraggono i due protagonisti molti anni prima, quando Jobs convince Sculley a entrare in squadra. Questo gioco di dialoghi alternati crea delle ellissi temporali, capaci comunque di costruire la storia e la psicologia dei personaggi, che sarebbero altrimenti “mutilate” dal relativamente breve arco temporale su cui si costruisce il film.

Tanto è vero che, per il resto, una peculiarità del film è quello di agire in “tempo reale”. L’incipit ci catapulta nel backstage della presentazione del Macintosh, nel 1984, e lo spettatore vive “in diretta” i venti minuti antecedenti l’apparizione sul palco di Steve Jobs. In questo caso, così come nei due successivi, Jobs è alle prese con gli imprevisti tecnici e personali. Tra software che rischiano di far fare brutta figura durante la presentazione e vecchi amici che trovano solo in quei momenti il modo di dire le cose mai dette, si inserisce il rapporto con la figlia, fatto di amore e conflittualità, condizionato dall’ingombrante presenza di Chrisann Brennan, la madre irresponsabile e scialacquona di Lisa Jobs.

Ottimi i comprimari, dal rigoroso e pragmatico John Sculley al loquace e fidato Steve Wozniak (il genio che ha iniziato in un garage la sua ascesa insieme a Jobs), dal capace Andy Hertzfeld (uno dei principali creatori dei sistemi operativi Apple) fino alla nevrotica, insicura e opportunista Chrisann Brennan. Su tutti gli altri, però, spiccano Michael Fassbender e Kate Winslet, quest’ultima nei panni della paziente e tenace Joanna Hoffman, la marketing executive del team Apple e del team NeXT. La Hoffman si pone come assistente e come amica di Jobs, ma fa anche da vero e proprio catalizzatore degli umori di quest’ultimo, divenendo un’affidabile voce della coscienza, l’unica nella posizione di poter criticare o dare consigli al bizzoso inventore dell’iPod.

Lo Steve Jobs ritratto da Danny Boyle è lontano da qualsiasi visione agiografica, rifiutando la facile esaltazione postuma che avrebbe reso il film un volgare spot al servizio della Apple, così come si discosta abbastanza dall’idea comune che si ha di Jobs, ritenuto a torto un genio dell’informatica.
Si tratta del ritratto di un essere umano dotato di un’intelligenza non comune, capace di appropriarsi dei vari talenti di cui è circondato e “dirigerli” come un direttore d’orchestra dirige i musicisti. È proprio questo il paragone che lo stesso Jobs, nell’episodio del 1988, usa mentre ha una delle sue intime discussioni con Steve Wozniak, amico di vecchia data, nonché la vera mente che sta dietro al successo dei prodotti Apple.

Boyle non fa nulla per rendere più simpatico Steve Jobs, ma non fa nemmeno nulla per sminuirlo. Complice anche l’ottimo lavoro di Fassbender, capace di mantenere uno sguardo algido e cinico in ogni momento, il personaggio di Jobs si riscatta dal primo licenziamento della Apple, creando NeXT e un sistema operativo che lo farà rientrare sotto l’ala del colosso della Mela col morso. Il film riconosce i meriti individuali di tutti gli outsiders che hanno aiutato Jobs, ma a quest’ultimo va il merito di aver giocato bene le sue carte dal punto di vista del marketing.

Infatti la filosofia di Jobs è messa in scena perfettamente, soprattutto in quei passaggi dove l’inventore pretende di lanciare sul mercato prodotti “end-to-end”, ovvero chiusi, completi, che non si possono modificare, espandere o implementare, per i quali occorrono soltanto prodotti mirati e appositi; che è la peculiarità dei prodotti Apple di oggi. Il film riesce perfettamente, e in maniera che nessuno possa sentirsi offeso, a chiarire la natura settaria dei prodotti Apple. Si ammette senza problemi che costano più di quello che dovrebbero costare e che spesso si rivolgono a un pubblico che mira ad acquistare il marchio, più che ad avere una vera necessità delle prestazioni offerte.

Al di là della buona operazione svolta sulla psicologia del personaggio e di alcune trovate registiche interessanti (i brevi flashback che “allungano” l’arco temporale della narrazione, altrimenti “chiusa” nei tre momenti in cui si svolge l’azione), il film appare un po’ come un atto dovuto, come un bio-pic “necessario” a cui non si era ancora provveduto. Ha certamente il merito di avere ottimi dialoghi e di aver investito molto nella ricostruzione dei tre backstage, di quei momenti dove Jobs aveva la pretesa di “cambiare il mondo”, ma nonostante i toni non siano agiografici ne risulta comunque un film che mette in primo piano il Jobs-pensiero, spesso molto egocentrico e ingeneroso nei confronti degli altri (collaboratori, amici e anche concorrenti).

Forse è questa critica stessa ad essere ingenerosa, forse chi scrive non ha mai avuto molto in simpatia il personaggio e, più in generale, i prodotti Apple, ma l’unica considerazione valida a livello cinematografico è che si tratta di un prodotto filmico ben confezionato, ma che avrebbe dovuto forse scavare più a fondo nei traumi, nelle paure e nel passato di Steve Jobs, spiegando meglio quali motivi lo abbiano portato ad essere così controverso sul piano degli affetti personali.
Un film che comunque si lascia vedere molto bene.

Apro una parentesi sugli Oscar, nonostante personalmente io sia totalmente indifferente, trattandosi questi di premi più industriali che artistici. Certo, non escludo che sia affascinante stare alzati tutta la notte per vedere la diretta della consegna, ma l’Academy non ha mai dato troppo peso al valore artistico, almeno non come succede nei vari festival, dove anche il cinema indipendente ha una voce in capitolo. Trovo abbastanza divertente che ogni anno ci siano le sollevazioni popolari perché Di Caprio vinca la statuetta: non è il premio che ci dice o no se si tratta di un grande attore. Di Caprio è assolutamente uno degli attori più bravi e capaci del presente e anche del passato. Con Revenant si è tolto di dosso, definitivamente, la nomea del belloccio, lavorando duramente per un’interpretazione tutta fisica e corporea, mangiando carne cruda, prestandosi a fare del proprio corpo un oggetto martoriato, vilipeso e umiliato dalle forze della natura.
Michael Fassbender è un altro attore eccezionale, che in questo caso ha messo le proprie capacità totalmente al servizio della metamorfosi fisica di Steve Jobs, ma il lavoro che c’è dietro alla preparazione di Steve Jobs non ha nulla a che vedere con l’odissea che ha dovuto vivere la troupe di «Revenant».
Pertanto la curiosità su chi sarà il “migliore attore protagonista 2016” sale di giorno in giorno, anche solo per capire se l’Academy sceglierà di premiare le lobby, come fa solitamente, o se assegnare il premio in maniera giudiziosa. Anche se tra i due litiganti si inserisce il terzo: Eddy Redmayne che, a quanto pare, in The Danish girl pare abbia messo a segno un’altra interpretazione da statuetta.

Nicola ‘nimi’ Cargnoni

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Steve Jobs
(USA-UK/2015)
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: Aaron Sorkin
Soggetto: Walter Isaacson (dalla biografia “Steve Jobs”)
Musiche: Daniel Pemberton
Fotografia: Alwin H. Küchle
Montaggio: Elliot Graham
Direzione artistica: Peter Borck
Scenografie; Doni McMillan
Costumi: Suttirat Anne Larlarb
Interpreti principali: Michael Fassbender, Kate Winslet, Seth Rogen, Jeff Daniels, Michael Ståhlberg, Katherine Waterston, Perla Haney-Jardine, Ripley Sobo, Makenzie Moss, John Ortiz
122′

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