The Hateful Eight > Quentin Tarantino

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Il ciclone di Tarantino sorprende all’inizio, rassicura alla fine

 

L’apice della cinematografia tarantiniana risiede nella scena in cui Hitler viene ammazzato all’interno di una sala cinematografica, mentre un ebreo (uno dei Bastardi senza gloria) gli spappola e gli sfigura il viso con una scarica di mitragliatrice, rubandogli l’identità oltre che la vita. Il fatto che questa scena avvenga all’interno di un cinema la rende ancora più suggestiva e più carica di quei valori che sono sempre stati alla base delle opere di Tarantino. Mai moralista, ma sempre con una morale di fondo sulla natura umana, sulla violenza e sul potere liberatorio e benefico che può avere un film o la sala cinematografica dove le alte sfere del nazismo vengono massacrate.

 

Certo, sarebbe fuori luogo chiedere a Tarantino di venire meno alla sua natura, magari provando a rinunciare a smembramenti o a facce che esplodono per un solo colpo di pistola, in fondo lui stesso non ha mai fatto mistero della sua passione per lo splatter come cifra stilistica per smascherare le abitudini patinate di Hollywood. Però non è nemmeno un caso che uno dei film migliori del regista, Jackie Brown, fili via liscio senza clamorose esplosioni di sangue e membra umane, ma è anche l’unico film che non è interamente ideato e scritto da Tarantino (il soggetto deriva da un romanzo).

 

The hateful eight ci porta tra le colline innevate del Wyoming, stato ancora oggi poco abitato nel nord-ovest degli Stati Uniti. L’ultima diligenza per Red Rock trasporta il cacciatore di taglie John Ruth che sta portando alla forca una donna bandito, Daisy Domergue, che gli frutterà una taglia di dieci mila dollari. Sul percorso, con una bufera di neve alle calcagna, il diffidente John Ruth caricherà sulla sua carrozza Marquis Warren, un altro cacciatore di taglie, che però ha la caratteristica di essere nero, di uccidere le sue “prede” e di essere un ex ufficiale dell’esercito dei nordisti. Un altro passeggero si aggiunge poco prima dell’arrivo: questi è un sudista rinnegato che deve dirigersi a Red Rock per assumere la carica di Sceriffo.

 

L’inverno è quello gelido del nord degli Stati Uniti, ma è anche quello metaforico e idealizzato degli strascichi che la guerra civile tra Nord e Sud si sta portando dietro, mietendo ancora vittime a causa di uno scontro ideologico che è in atto ancora oggi; questo rende in un certo senso a-temporale il western di Tarantino, dove i suoi protagonisti si muovono al minimo e parlano al massimo, con un linguaggio spesso volgare, comunque fumettistico, come fumettistiche sono le scene di violenza più esplicita.

 

La carovana giunge all’emporio di Minnie, il vero teatro dell’azione, palcoscenico su cui i protagonisti si muoveranno come maschere pirandelliane o come fantasmi brechtiani in un teatro dell’assurdo. Il Panavision 70 (tecnica con cui è stato girato il film su pellicola 70 millimetri) che fino a questo momento aveva esteso e abbracciato con ampio respiro i panorami innevati dello Wyoming, ora fa da espediente tecnico per poter racchiudere entro i margini dello schermo quanto più spazio scenico possibile. Ed è all’emporio di Minnie che i “nostri” trovano altri quattro personaggi, il cui incontro porterà all’evolversi rocambolesco dell’azione.

 

C’è un filo rosso che intercorre tra il titolo di quest’ultimo film, il numero di personaggi e il numero di film che Tarantino stesso si attribuisce. Già dai titoli di testa, che con il loro stile a metà tra il cartoon e il B-Movie testimoniano l’identità e la matrice del regista, Tarantino si attribuisce otto film, escludendo quindi dal novero gli episodi girati per Four rooms, Grindhouse e Sin City. Otto sono le canaglie (gli hateful) che animano questo lavoro. E non è da escludere che l’estroso regista voglia tracciare un parallelismo tra i protagonisti di The hateful eight e gli otto film che ha girato. Dato che potrebbe essere avallato e sottolineato dal titolo di testa («L’8° film di Quentin Tarantino»), ma non solo.

 

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The hateful eight si dipana su una sottotrama che riguarda soprattutto la ricerca di identità. I protagonisti hanno spesso a che fare con documenti, mandati, lettere, comunque con testimonianze scritte che possano confermare la loro identità, il loro posto (vero o presunto) nel mondo. Il film si regge in equilibrio sul sottile filo che divide la verità dalla menzogna, un filo che costringe i protagonisti alla diffidenza e alla meschinità, allo stare sempre in guardia e ad essere pronti per ogni sorta di clamoroso colpo di scena. In questo effettivamente ci sono molte somiglianze con il favoloso esordio di Tarantino, Le iene, anche per l’ambientazione interna entro cui si svolge quasi tutta l’azione, considerando che le scene girate in esterno sono comunque alternate con l’interno della carrozza.

 

La divisione in capitoli fa da schema a un film dove le corse dei cavalli sono girate in ralenti, rese ancora più epiche e wagneriane dalle maestose partiture composte da Morricone, un richiamo all’epos che catapulta lo spettatore in una dimensione che rimanda esplicitamente a Sergio Leone e all’altro Sergio, il più crepuscolare Corbucci. I flashback che spiegano gli antefatti o le azioni accadute in precedenza non rischiano di essere didascalici, ma agiscono come intervalli sulla linea temporale della pellicola. I personaggi sono definiti molto bene e la prima parte del film (un’ora e mezza sulle due ore e mezza totali) è parecchio verbosa, quasi priva di azione, ben scritta e ben congegnata, dove la tensione sale in maniera evidente e, con essa, la curiosità dello spettatore.

 

La prima parte è dunque ben scritta, oltre che perfettamente girata. Che la regia sia ottima non è una novità in casa Tarantino: ciò che colpisce e disorienta è la maturità con cui l’antefatto prende forma, lasciando ampio spazio alle psicologie dei personaggi. La ricerca di un’identità per ognuno di loro diventa anche la ricerca di una identità nazionale. Allo scontro tra nordisti e sudisti si unisce l’odio razziale, l’emarginazione dei messicani, i dubbi sull’opportunità di mandare o meno una donna all’impiccagione, vecchi rancori e nuove paure.

 

Quello di Tarantino è un film politico, che nella prima parte non si nasconde e non ha paura di indagare sulla natura umana messa a confronto con le forze della natura che costringono le otto canaglie a dover condividere uno spazio comune, piccolo, chiuso, entro il quale la lotta tra bene e male è senza confini e senza appartenenze, dove il concetto di giustizia è privato delle sue passioni «perché se c’è passione, allora non è giustizia». L’emporio di Minnie fa da palco a un kammerspiel che si evolve, lasciando progressivamente spazio alle pulsioni umane e alla violenza più bieca.

 

La storia si incrocia, si incontra, si interfaccia tra legge, legalità, sangue e documenti scritti, là dove le fonti scritte sono spesso considerate le fonti principali e più affidabili, in questo caso diventano veicolo di menzogna, mistificazione, facile falsificazione. La resa dei conti è imminente e la seconda parte rassicura i seguaci e i fans del regista. Litri di sangue, facce sfracellate da proiettili, arti mozzati e uccisioni sommarie sono il leitmotiv di tutta l’ultima ora della pellicola, dove fondamentalmente i buoni propositi imbastiti nella prima parte vengono smascherati, smantellati e ridicolizzati da un Tarantino che proprio non riesce a fare a meno di mettere in scena uno splatter così esagerato da risultare a tratti ridicolo.

 

Ma sarebbe ingiusto (s)valutare in maniera negativa questo film solo a causa di un’ora di sangue e urla, perché fondamentalmente è quanto ci si aspetta vedendo un film di Tarantino. Fuori luogo e inconsueta sarebbe stata la violenza sommaria se si fosse trattato di qualcun altro. Ma se la faccia di Hitler grottescamente disintegrata in Bastardi senza gloria aveva una sua funzione semiologica, simbolica e carica di significato, il sangue di The hateful eight sembra messo lì solo per tenere fede al giuramento che il regista ha fatto nei confronti del suo pubblico, senza una reale e concreta evoluzione all’interno del meccanismo narrativo.

 

In fondo “l’atto unico” a sfondo psicologico aveva funzionato bene, tra dialoghi verbosissimi ma funzionanti e tra ribaltamenti di ruoli che vedono il “negro” Marquis Warren tenere in mano il pallino del gioco in un inferno di bianchi pronti a scannarsi l’un l’altro. L’intera opera è ben sorretta dalle ottime interpretazioni di Samuel L. Jackson, Kurt Russel, Walton Goggins (novello Steve Buscemi), Tim Roth e Bruce Dern, coadiuvati da una bravissima Jennifer Jason nei panni della canaglia in gonnella destinata all’impiccagione.

 

A fare da sfondo v’è la colonna sonora di un immortale Ennio Morricone e l’emporio/saloon che riproduce in maniera perfetta quello che poteva essere l’interno di un “albergo” per le diligenze nelle desolate e sconfinate campagne del vecchio e selvaggio ovest degli Stati Uniti, un ovest implacabile, immenso, immobile, che sembra quasi indifferente al corso della storia (e della Storia) e alle vicende di quelle migliaia di piccoli uomini che, come le otto canaglie di Tarantino, si sono uccisi, massacrati ed eliminati sull’onda di una violenza selvaggia e primitiva, antica come le nevi crepuscolari e le bufere naturali e umane.

 

Nicola ‘nimi’ Cargnoni

 

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The Hateful Eight
(USA/2015)
Regia, sceneggiatura: Quentin Tarantino
Musiche: Ennio Morricone
Fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Fred Raskin Casting By
Scenografie: Yohei Taneda
Interpreti principali: Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demián Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern, James Parks James Parks, Dana Gourrier, Zoë Bell, Lee Horsley, Gene Jones, Keith Jefferson
187′

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