Animata resistenza. Intervista ad Alberto Girotto e Francesco Montagner

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In fondo può capitare, pur se ancora non m’era successo… Questa intervista ha una storia un po’ particolare, simile a quella delle idee che si chiudono in un cassetto e delle quali ci si dimentica fino a quando, per una qualche congiunzione astrale, dal cassetto rispuntano fuori, magari un po’ impolverate e in forma di foglio ingiallito dal tempo. In questo caso si tratta di un’intervista realizzata ad Alberto Girotto e Francesco Montagner, giovanissimi autori di un bel documentario – Animata resistenza – dedicato all’artista dell’animazione Simone Massi, e presentato, con successo, alla Mostra di Venezia nell’edizione 2014. Posto che Girotto e Montagner li si possa continuare a considerare giovani, l’intervista in questione risente ovviamente del tempo trascorso, perché nasceva all’interno di un approfondimento dedicato a Massi, composto da una intervista a lui medesimo, d’una intervista realizzata a Giannalberto Bendazzi (forse il maggiore esperto mondiale d’animazione) e d’una segnalazione/recensione dell’assai notevole Nuvole e mani. Il cinema animato di Simone Massi (minimum fax, 2014) – libro con DVD che racchiudono tutti i film realizzati da Massi e il documentario in questione.
In pratica sono passati quasi due anni… Ma cosa sono due anni davanti a una carriera come quella di Simone?… Sono fermamente convinto che la sua sarà tra le poche capaci di sopravvivere al tempo di questo nostro eterno presente, perché la sua arte sarà interessante e viva anche agli occhi dei (nostri) posteri. Cosa sono allora due anni di ritardo? E quale sarà mai l’attualità di parlare di cinema e film? A volte dimentichiamo che il “nostro” non dovrebbe essere giornalismo perché, come scrisse André Gide: «J’appelle journalisme tout ce qui sera moins intéressant demain qu’aujourd’hui.»

 

 

Alessio Galbiati: Avete memoria della prima volta che avete visto un’opera di Simone Massi? Potreste raccontarmi quelle prime impressioni, da persone, da spettatori, prima ancora che da registi che hanno avuto l’esigenza di raccontarlo?

Francesco Montagner: La prima volta che vidi un cortometraggio di Simone fu alla Mostra del Cinema del 2012. Quell’anno al festival presentarono la nuova sigla e ricordo che piacque subito a tutto il pubblico presente. Rimasi basito vedendo le sale piene di cinefili, autori e professionisti che applaudivano alla fine della sigla, per giorni. Quell’animazione mi ha dato sempre una grande emozione e ha dei riferimenti cinematografici a me molto cari (oltre che a Simone): L’albero degli zoccoli, Stalker e Il cielo sopra Berlino.

Alberto Girotto: La prima opera che ricordo di aver visto di Simone è stata la sigla della mostra del cinema di Venezia, anche se dopo averla vista sono sicuro che in precedenza avevo già visto almeno un paio di animazioni.
Guardando la sua animazione ho subito pensato che ci c’era dietro quelle animazioni era sicuramente un visionario con lo spirito e le mani di un artigiano, che conosceva la storia del cinema. Quando ho scoperto che realizzava tutte le sue animazioni a mano, da solo, fotogramma per fotogramma, sono rimasto senza parole.

AG: Qual è l’aspetto che più di ogni altro vi ha affascinato di Massi e dei suoi film, da dove nasce l’idea di volerlo raccontare?

FM: Circa due mesi dopo la Mostra, in modo alquanto fortuito, mentre collaboravo al festival di Anymation (festival universitario realizzato da Cà Foscari Cinema) conobbi Simone. Mi colpì subito il suo modo di approcciarsi al mondo, la sua forma di resistenza verso una società che sta cambiando; il suo ostinarsi a portare avanti valori e memorie di un mondo contadino che ormai anche i nostri anziani si stanno (ahimé) dimenticando.
I suoi lavori mi sembrarono straordinari, con una qualità e maturità artistica fuori dal comune, ma fu la sua persona ad interessarmi ben oltre il naturale interesse verso un grande autore. Pian piano superai quindi il classico timore reverenziale e gli chiesi di poter realizzare un documentario su di lui partendo dal Simone “uomo”. Simone, fin dal principio gentilissimo, mi disse semplicemente “Sì, certo; nessun problema”, a patto che fossi disposto a muovermi per andare a Pergola, nelle Marche. Neanche a dirlo due volte ci andai subito con Alberto, e da lì iniziò il progetto di Animata resistenza.

AlGi: I film di Simone sono vivi, ti catturano per tutta la durata della carrellata lasciandoti senza fiato con mille pensieri e rievocazioni per la testa. Mi colpisce il modo che ha di trattare i suoi personaggi, le colline, con quel tratto deciso e secco fatto di pochi colori, quelli essenziali e importanti.
Simone mi ha affascinato per la sua determinazione, per l’amore e la passione che mette nel suo lavoro, talmente grande da portarlo a lavorare fino a due anni per realizzare un film della durata di pochi minuti.
Mi ha colpito la sua umiltà, la sua forza nel rifiutare ogni compromesso, di qualsiasi genere. Simone è un uomo autentico e puro.
Il film nasce dalla necessità di raccontare Simone Massi e i suoi film, nasce dal bisogno di raccontare un autore che è sempre rimasto lontano dai riflettori ma riconosciuto, a livello mondiale, come uno dei migliori animatori della nostra epoca. Per noi era importante realizzare un film su Simone per poter raccontare l’unicità del suo personaggio e del suo mondo, sperando di potergli anche dare quel pò di visibilità e notorietà in più che meriterebbe. È stato per noi un onore aver avuto la possibilità di realizzare quest’opera su Simone Massi e perdipiù un piacere in quanto abbiamo sviluppato con Simone una sincera amicizia che dura tutt’ora.

AG: Il film si apre con una bella sequenza aerea delle colline marchigiane (dai titoli di coda si apprende che è realizzata in mongolfiera): un alternarsi tra dissolvenze di paesaggi, fino a chiudere sulle mani di Simone Massi che incidono un foglio di carta, raschiano il nero, dando vita a uno dei graffi del suo cinema. Come avete avuto questa intuizione e perché avete voluto incominciare proprio da questa prospettiva?

FM: Volevamo avere un incipit forte a seguito della poesia di Pavese, un prologo che ci permettesse di creare un legame immediato tra lo spettatore e il modo in cui Simone guarda alle sue colline, teatro della Resistenza italiana. L’idea di amalgamare il tratto con la terra c’è sempre stata e ci è stata “suggerita” dalle sue stesse animazioni. L’intuizione di realizzare questa connessione anche nell’incipit del film ci è venuta però in fase di montaggio.
Al riguardo mi viene in mente un piccolo aneddoto: una sera, a fine riprese, stavamo guardando il girato della giornata e Simone ci confidò per quanto tempo aveva provato (a suo parere con un successo solo modesto) a rappresentare nei suoi disegni la bellezza delle colline. Quella dissolvenza è in qual modo ispirata e dedicata a quel tentativo, che nonostante i suoi dubbi, per noi è assolutamente riuscito.

AlGi: L’idea è arrivata in montaggio. Avevano girato molto materiale in mongolfiera, volevamo mostrare al meglio le colline marchigiane, cercando quasi di ritrovare la prospettiva che spesso utilizza Simone nei suoi film.
Abbiamo riflettuto molto in montaggio e alla fine abbiamo deciso che, forse, non c’era modo migliore di cominciare il film se non mostrando per prima cosa il luogo in cui è nato, vive e lavora, per poi arrivare al dettaglio dell’incisione come fosse stato lui ad immaginare un fotogramma con quelle colline.

 

 

AG: Nel film si vede lo scorrere del tempo dal paesaggio che cambia, dagli abiti, dalla neve e dalla lunghezza della barba di Massi… Si comprende dunque che avete passato un po’ di tempo con lui e che solo una piccola porzione di questo tempo si sia tradotta in immagini… È stato difficile entrare nella vita di Simone, ottenere la sua fiducia?

FM: Nonostante Simone sia una persona abbastanza riservata, sia nel lavoro che nella vita privata, ci ha accolto a braccia aperte nella sua casa e ci ha ospitati per i 19 giorni di riprese. Diciamo che la sua fiducia in noi è cresciuta gradualmente, come se fosse una conseguenza naturale dello stare insieme. Ci siamo capiti e siamo diventati intimi. Ci ha permesso di entrare nel suo mondo di idee e nella sua vita di tutti i giorni.

AlGi: Simone si è subito mostrato molto ospitale e generoso con noi. Chiaramente non si è aperto con noi dal primo momento, abbiamo passato del tempo insieme, ci siamo conosciuti e gli abbiamo spiegato bene che cosa avevamo in mente, che tipo di film e con che tipo di idee svilupparlo. Dal quel momento Simone ha creduto in noi e nel film concedendoci la sua piena fiducia.

AG: Molte sequenze del film accostano tra loro brani tratti dai film di Massi e scorci della sua terra. Avete lavorano in completa autonomia al montaggio di queste sequenze oppure con l’aiuto di Simone, insieme a lui? E più in generale: secondo quale logica avete utilizzato sequenze tratte dal suo cinema?

AlGi: Abbiamo lavorato in autonomia ma ci siamo confrontati più volte con Ketty (consulente drammaturgico del film) e con Simone, soprattutto in merito a quelle scelte che riguardavano l’uso dei suoi film. Simone è stato sempre molto gentile e ha rispettato la nostra autonomia di scelta. La logica con la quale abbiamo utilizzato i suoi film ci è arrivata dalle sue stesse parole, da quelle dei contadini e dei partigiani che abbiamo intervistato.

FM: Il montaggio è il risultato di un processo lungo e complicato, durante il quale io e Alberto abbiamo cercato di lavorare in assoluta indipendenza fino al momento in cui abbiamo finito la prima bozza di quello che sarebbe poi diventato lo scheletro portante del documentario. A quel punto ci siamo confrontati con Simone per avere un suo giudizio, come soggetto del documentario (ma anche per avere un suo parere come autore di cinema), e con Ketty Adenzato di Fucina del Corāgo, per avere invece un giudizio artistico, più esterno rispetto a quello di Simone, che riguardasse sia la percezione generale del lavoro, sia la struttura drammaturgica dell’opera. Ci hanno dato dei consigli preziosissimi.
C’è stata poi la strutturazione del montaggio finale, la cui versione finale è il frutto di questo processo di connubio tra lavoro autonomo e consulenza. È un modo di procedere naturale per la maggior parte degli autori che aiuta a “digerire” il lavoro fatto, di guardarlo con occhi nuovi e più oggettivi, e di confrontarsi con altri professionisti che hanno spesso un punto di vista critico costruttivo.
Integrare i cortometraggi di Simone all’interno del documentario è stata la parte più coinvolgente ed appassionante. Avendo ricevuto da lui una completa libertà di scelta, in parte ci siamo lasciati trasportare, seguendo le connessioni che il montaggio stesso ci suggeriva, ed in parte abbiamo cercato di ricalcare i passaggi che ci eravamo prefigurati di realizzare in fase di stesura della sceneggiatura.

AG: Durante le riprese siete stati a contatto con Simone Massi mentre era impegnato nella realizzazione de L’attesa del maggio. L’avete visto realizzare i disegni, i fotogrammi che lo compongono. Che emozione è stata vedere il lavoro concluso? Cosa vi ha colpito in particolare, che effetto fa vedere la fatica e la complessità che sta dietro a ogni singolo disegno frammentarsi/trasformarsi nella velocità della riproduzione cinematografica?

FM: In realtà, durante le riprese Simone si è interamente dedicato al documentario, concedendoci ogni momento utile e se serviva sottraendo tempo al suo lavoro. Sapevamo che stava progettando un nuovo cortometraggio, ma niente di più. A noi ovviamente è andato bene così, perché con la nostra presenza a casa avevamo già “invaso” a sufficienza il suo spazio domestico e privato, quindi abbiamo preferito attendere e vedere il suo nuovo cortometraggio da semplici cinefili ed ammiratori del suo cinema.
Ciò nonostante abbiamo avuto modo di vederlo lavorare, in più di un’occasione (per progetti diversi da L’attesa del Maggio) e di filmarlo. Penso sia scontato dire che ci ha impressionato la precisione e meticolosità con cui realizza le sue tavole, ma, di sicuro meno scontato per chi non conosce l’arte dell’animazione, la fatica, nello stendere i colori come nello scavare la materia con piccoli tratti ed in particolare le tante ore curvo sul tavolo da disegno. Ci siamo sentiti come dei “monelli” di fronte ad un grande maestro.

AlGi: In verità siamo rimasti all’oscuro del progetto, sapevamo che stava lavorando ad un nuovo lavoro che gli stava portando via tante energie e tempo, ma non ci aveva svelato nulla. Quando finalmente ho visto il suo nuovo film a Venezia, ho capito perché gli era costato tanto tempo e tanta fatica, non poteva essere diversamente per riuscire a realizzare un film così.

AG: La resistenza è un tema forte del vostro film e di tutto il cinema di Massi. Avete avuto da subito l’idea di raccontare frammenti di memoria legati alla resistenza? E come sono nati i racconti che vediamo nel film?

AlGi e FM: Sì, volevamo trattare da subito la Resistenza, sia perché è un tema anche a noi molto caro, sia perché sarebbe impossibile raccontare Simone senza parlare di Resistenza.
I racconti sono nati incontrando i partigiani e ascoltandoli parlare e raccontare quello che avevano visto, sentito, odorato e sognato le notti della Resistenza. Abbiamo deciso di non interferire, a livello registico, con i loro racconti. Abbiamo lasciato che ci raccontassero quello che si sentivano. Quello che è rimasto “fermo” nella loro memoria.

AG: Giovanni Mazzoni, il poeta dell’eremo. Qual è la storia legata alla presenza del poeta marchigiano nel vostro film?

AlGi e FM: Mazzoni è uno di quei personaggi umili, semplici, dalla grande umanità che Simone ritrarebbe nelle sue animazioni. Quando lo abbiamo incontrato nella sua casa e lo abbiamo sentito recitare i canti in ottava rima, abbiamo pensato che fosse una testimonianza fondamentale per il nostro film; un monumento alla memoria dei canti popolari e della cultura contadina marchigiana dalla quale Simone trae la sua ispirazione. Poi, la prosa finale di Mazzoni dedicata al valore universale della poesia è una perla inestimabile. Una chiara dimostrazione di ciò che quel mondo contadino che sta scomparendo, si sta portando con sé senza che ve ne sia memoria, o quasi.

 

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AG: Com’è stato mettere Simone Massi di fronte a una telecamera? Avete avuto l’impressione che sia riuscito a “lasciarsi andare” oppure, tra i momenti di girato e quelli esterni alle riprese, avete ravvisato una differenza, che poi è un pudore, una introversione o, se volete, una difesa, di fronte alla macchina da presa?

AlGi e FM: Sinceramente, Simone non ci voleva stare davanti alla telecamera. Ciò nonostante, grazie al fatto di essere diventati gradualmente più intimi, si è “lasciato andare” poco a poco, rimuovendo quel pudore sincero che lo tratteneva (e lo trattiene tutt’oggi) dall’esprimersi in completa libertà. La fiducia reciproca ci ha permesso di conoscere diversi lati del Simone “uomo”, altrimenti nascosti da quell’aurea di introversione che lui stesso crea per difendersi dalla cialtronaggine del mondo dello spettacolo e da molti altri “farabutti” descritti perfettamente nel suo manifesto.

AG: Come è stato lavorare in due: due teste, due idee di cinema, due prospettive differenti?

AlGi e FM: Credo sia stata una nostra fortuna lavorare insieme. È stato più semplice di quello che ci aspettavamo. Ci siamo sempre rispettati in ogni scelta, dubbio o decisione e alla fine ci trovavamo d’accordo. Non abbiamo un’idea così differente di cinema, amiamo molti registi allo stesso modo. Abbiamo sicuramente differenze di regia, ripresa o montaggio ma nel girare questo film ci siamo sempre capiti e appoggiati, sia nei momenti più belli che nei momenti più difficili.

AG: Il vostro film nasce a Treviso, una città nella quale la parola resistenza ha un senso molto forte, città reduce dalla lunga stagione del sindaco sceriffo Gentilini. Nasce all’interno di Fucina del Corāgo. È la prima volta che sento nominare questa realtà: mi potreste raccontare di cosa si tratta e in che modo è stata utile (anche da un punto di vista materiale, economico) alla realizzazione di Animata resistenza?

AlGi e FM: Animata resistenza è il risultato di una realtà indipendente che da anni a Treviso porta avanti un’idea di cultura aperta, vitale, orientata alla produzione artistica con i giovani e per i giovani. Questa realtà è Fucina del Corāgo, un’associazione culturale fondata da Ketty Adenzato nel 2008 in quel semi-deserto che era la produzione culturale trevigiana, pesantemente condizionata da una classe politica bigotta e conservatrice, ed un territorio particolarmente arido, chiuso nei confronti della cultura, se non in forma di stanco mecenatismo. In poche parole, Fucina è un contenitore culturale nel quale confluiscono e collaborano numerose competenze artistiche e professionali. È qui che nel 2012 io e Alberto ci siamo conosciuti, lavorando alla produzione dell’opera di teatro contemporaneo In Camera Caritatis per la regia di Ketty, ed abbiamo deciso di iniziare il progetto di Animata resistenza.
Il documentario è quindi il frutto della sezione audiovisi ChorusOut di Fucina, la quale ha sostenuto la realizzazione del film in termini di sostegno economico, istituzionale, e in particolare con la preziosa consulenza drammaturgica di Ketty Adenzato.

AG: La musica, come sempre al cinema (nei risultati più felici), ha un ruolo importante nel vostro film. I brani del compositore estone Arvo Pärt paiono perfetti sopra al cinema di Simone Massi e al paesaggio nel quale il vostro racconto è immerso. Ma pure le musiche del vostro conterraneo Lorenzo Danesin, come pure il suo lavoro sul suono, concorrono a creare una dimensione d’ulteriore fascinazione ad Animata resistenza. Come avete lavorato alla musica e al suono? Quanto vi siete messi nelle mani di Danesin e quanto avete espressamente richiesto al suo apporto?

AlGi: Conoscevo Lorenzo da molto prima di cominciare le riprese del film, sia come amico che come collaboratore. In montaggio avevamo bisogno di qualcuno che curasse l’audio sotto tutti i punti di vista, è allora che ho proposto Lorenzo a Francesco e gli ho chiesto di far parte del film. Abbiamo lavorato con lui a stretto contatto, dall’inizio alla fine del montaggio, quasi ogni giorno nella stessa piccola stanza. È stato fondamentale: lui seguiva noi mentre sviluppavamo la struttura del film e noi seguivamo lui mentre proponeva, creava, montava i pezzi di sound design e la colonna sonora. Se sarà possibile sarebbe bellissimo poter lavorare ancora in questo modo con Lorenzo, magari, la prossima volta, anche durante la stesura della sceneggiatura.

FM: Con Lorenzo abbiamo cominciato a lavorare a strettissimo contatto fin dalle prime settimane di montaggio. Per realizzare un lavoro coerente era necessario procedere passo passo, cercando continui legami e richiami tra immagini e suono; il sonoro non è stato infatti trattato come quello di un documentario classico, basandosi semplicemente sulla ripresa diretta, ma è stato modellato, ricostruito in modo da creare un’atmosfera ed uno stile che, pur essendo strettamente personale, potesse fondersi con il lavoro di sound design di Stefano Sasso (da lungo tempo sound design e più stretto collaboratore di Simone). Il contributo di Lorenzo è stato straordinario in termini sia di qualità artistica che contributo umano all’opera.

 

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AG: Qualche domanda tecnica, a uso di lettori filmmaker. Con che modello di camera avete girato? Con quali strumentazione avete realizzato la presa diretta del suono? E come avete lavorato in postproduzione?… soprattutto mi interessa capire secondo quali criteri avete agito in fase di color correction.

AlGi e FM: Abbiamo girato con una Canon 5D Mark II, utilizzando un parco ottiche Compact Prime Zeiss (35mm, 50mm e 85mm), più un macro sempre della stessa marca. La presa diretta del sonoro è stata fatta con un semplice Tascam DR100 e un “mezzo fucile” della Panasonic.
A montaggio finito, in post-produzione ci siamo affidati a due professionisti del nostro territorio: Sergio Cremasco e Michele Braga. Cremasco ha curato la correzione colore del film con la nota esperienza che lo contraddistingue. Con il suo contributo abbiamo cercato di valorizzare al massimo i colori dei disegni, dei paesaggi e di calibrare al meglio le atmosfere in interno. È stato un passaggio di post-produzione importante perché ha permesso di amalgamare omogeneamente le animazioni di Simone al nostro girato.
Per quanto riguarda il missaggio ci siamo affidati ad un talentuoso professionista del suono, Michele Braga, il quale, oltre a lavorare sulla spazializzazione del suono in prospettiva del 5.1 finale, ha avuto il merito di saper reinterpretare il peso di ogni singolo ambiente rispetto all’equilibro generale del lavoro e di saperci consigliare in virtù delle scelte autoriali fatte in fase di montaggio. Insomma Michele è stato fondamentale per il passaggio finale dal montaggio audio a un ottimo mix per la proiezione in sala. In poco tempo, calibrando timbricamente il lavoro di Lorenzo e proponendo alcuni stacchi fondamentali alla fruizione del lavoro è riuscito ad aggiungere un valore al film.

AG: Esordire alla regia con un premio a Venezia e la pubblicazione in DVD del proprio lavoro non è cosa da tutti i giorni… Avete intenzione di proseguire questa strada, magari ancora in coppia? Avete già qualche progetto in lavorazione o al quale state pensando?

AlGi: Questa è la strada che sogno di percorrere da sempre ed è iniziata con i piccoli cortometraggi e videoclip, ma mai avrei pensato ad un esordio di questa portata. Ancora non mi sembra vero. Non so cosa mi riserverà il futuro, ma per ora sto lavorando a delle idee, a dei soggetti e spero di riuscire il prima possibile a vederli trasformati in sceneggiature, poi in riprese e infine film.
Senz’altro se ci sarà la possibilità, e la troveremo, mi piacerebbe lavorare ancora con Francesco.

FM: Se all’inizio del progetto qualcuno ci avesse detto che avremmo avuto, per questo nostro esordio, una distribuzione nazionale in DVD e, per di più, un Leone al Festival del cinema di Venezia, non gli avremmo mai creduto. Ora, a qualche mese di distanza dal premio, comincio a realizzare bene quello che è successo quella sera in Sala Grande. Per me è stato un vero e proprio colpo (e ci sono le foto a testimoniarlo).
Indipendentemente dal successo di questa prima opera, la strada del Cinema, di cui parli, è quella che ci siamo scelti e per cui abbiamo lavorato a lungo. Quindi sono sicuro che entrambi proseguiremo la nostra carriera come cineasti, cosa che di questi tempi non è né facile né scontato. Non appena avremo un altro progetto da realizzare a quattro mani sono certo ci ritroveremo a condividere ogni ruolo sul set, esattamente come è stato per questo film. Per ora però progetti comuni non ce ne sono; per ora sono ancora uno studente alla FAMU, l’accademia di Cinema a Praga, e gli impegni di studio non mi permettono di partire con un nuovo lungometraggio.

AG: Un’ultimissima domanda. Qual è l’immagine che per sempre rimarrà impressa nella vostra memoria ripensando a quest’impresa, a questo film, a questo momento della vostra vita?

AlGi e FM: Non dimenticheremo gli occhi dei contadini e dei partigiani mentre ci raccontano le storie di quando erano giovani.
Non dimenticheremo lo sguardo di Simone mentre guarda, dopo molti anni, il maiale dentro la stalla.
Non dimenticheremo mai Simone che, durante una passeggiata in collina, si infila in un boschetto di rovi per salvare un agnello che aveva smarrito il gregge.
I momenti sarebbero infiniti da raccontare e tutti di un’importanza unica, ma sono questi tre ad esser rimasti con noi fino ad oggi.

 

Alberto Girotto e Francesco Montagner alle prese con il Leone

Alberto Girotto e Francesco Montagner alle prese col Leone

 

Per i crediti completi del film rimandiamo il lettore al sito del produttore

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