«Una morta stai baciando!». Il Sundance 2016 e la mutazione del Cinema

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«Quando la neve scende giù lieve, non esitar si deve: prendi il tuo sacco e lesto va dove più fioccherà. Se il suo rigore mette timore a chi ha l’affanno in cuore, quando nel cuor c’è gioventù non si resiste più… Si va sulla montagna dove la neve il volto ci abbronzerà… L’ardor che c’accompagna, come una fiamma, il cuor ci scalderà. Salir sempre salir, mentre ogni valle canta così: Sci… Sci… Sciator…».
Non è semplice dire se gli ospiti del Sundance 2016 abbiano in petto lo stesso ardore degli alpini di Cesare Andrea Bixio ma, di certo, con il passar dei giorni – e delle proiezioni – molti si lasciano sedurre dalle nevi dello Utah. Ed è forse una delle ragioni per cui il festival si svolge a fine gennaio, quando il turismo rallenta e la stagione dei grandi acquisti sorge appena. Ecco allora i più importanti players/giocatori (in campo cinematografico) presentarsi a Park City. Direttori di festival, selezionatori, distributori, e nondimeno critici e produttori.
Tuttavia, anno dopo anno, i “giochi sciistici” del Sundance Film Festival sembrano già chiusi prima di cominciare. In parte perché il mercato del cinema indipendente è divenuto pressoché terreno per pochi eletti e grandi corporation che hanno alzato la posta a cifre inusitate (quasi 20 milioni di dollari per l’acquisizione dell’atteso The Birth of a Nation, dove la classica storia di rivolta tra schiavi afroamericani e proprietari terrieri, datata 1831 in Virginia, si sposa appieno con quella del 2016, suggellata dall’hashtag #OscarsSoWhite), lasciando i distributori indie ad attendere resti e rimasugli ai piani bassi, nelle cucine, come la servitù di Gosford Park. Non solo, i film selezionati ripropongono quantomeno degli standard narrativi e visivi talmente consunti e disidratati da lasciar stupiti. Si fatica a non uscire prima della fine e ancora di più ci si forza a trovare un senso ai moti di gioia di pubblico e critica per lavori che sembrano essere stati pensati secondo formule commerciali, e non pulsioni creative.
Non che ogni epoca non abbia la sua quota di film prodotti per “conquistarsi la nicchia” ma gran parte degli autori che hanno contribuito a rendere il Sundance quello che è, nel tempo hanno dimostrato che poetiche, identità e visioni – uniche come il DNA – costituiscono da sempre le basi per un discorso che vada oltre il film stesso. D’altronde la presenza di uno dei maggiori registi del cinema indie americano, Todd Solondz (con Wiener-Dog, seguito ideale a quella rivelazione scioccante che fu Welcome to the Dollhouse – Fuga dalla scuola media), rende ancora più evidente il divario tra un arco narrativo di una carriera d’autore fondata su un discorso profondo e personale con le poco pensate e ancor meno ispirate produzioni di numerosi colleghi. Eppure, e questo preoccupa, nessun compratore (come accaduto un paio di anni fa con White Bird in a Blizzard di Gregg Araki, figlio del New Queer Cinema anni ’90 e sbocciato proprio al Sundance) ha osato staccare assegni superiori al milione per accaparrarsi tanto Solondz quanto Araki. Oppure una delle rivelazioni 2016, Swiss Army Man, diretto dal duo di registi Daniels e storia di un viaggio d’amicizia e amore tra un cadavere (Daniel Radcliffe) ed un naufrago (Paul Dano).
Come quasi tutti i film del Sundance, anche i più sovversivi e poetici sono riusciti a trovare una loro destinazione (e data di uscita) ma… «Nun c’è bisogno ‘a zingara p’andiviná, Cuncè»: l’investimento che permetterà a queste pellicole di entrare in circolo nelle sale, non avrà nulla a che vedere con i piani di lancio di lavori di scuola – medi, ben confezionati, ma così poco sorprendenti – quali Manchester by the Sea (10 milioni da Amazon), Tallullah e The Foundamentals of Caring (5 e 7 milioni, rispettivamente, da Netflix). E questo per tacere di film che invece sfiorano l’imbarazzante, tra cui The Intervention, Other People o Goat (con uno dei Jonas Brothers) che sono stati portati a casa per cifre superiori ai 2,5 milioni e saranno distribuiti da Paramount e Netflix. È un segnale preoccupante. I compratori/distributori debbono giustamente farsi i conti in tasca ma un festival come il Sundance, con la sua storia, non può permettersi di ripiegare alla mera corrente del mercato e delle tendenze. Non può non osare. Non può contribuire all’amore tossico tra un mercato produttivo-distributivo ormai in mano ad “esperti” di statistica ed un pubblico accondiscendente e sempre meno incline alla complessità.
Ecco spiegata, quindi, la reazione oltraggiata che ha portato molti spettatori di Swiss Army Man ad abbandonare la sala durante le proiezioni. Una reazione che lascia a bocca aperta. Ovvio, i Daniels hanno scientemente ipotizzato di squilibrare i confini del genere (prima ancora del gusto), soverchiando le decine di film omologati e apprezzati dalla critica (e, appunto, dal pubblico). Allora cosa non funziona dell’anarchia di certe opere? Bisogna chiedersi davvero a cosa serva il Sundance. Quale funzione incarna negli anni del riflusso riciclato d’immagini e narrazioni? Non dovrebbe, oltreché vetrina, oggi più che mai affermare la sua natura originale di “spacciatore” d’una sostanza meno accondiscendente e più allucinogena. In quelle stesse montagne dello Utah, dove Robert Redford fondò il Sundance Institute, e poi ripensò l’allora Utah/United States Film Festival nel nome e nello spirito dell’ultimo pistolero del Mucchio Selvaggio, si deve veder morire così la speranza di andare oltre la frontiera?
Per i compratori e distributori il Sundance è una grande fiera campionaria che porta ad arricchire programmi e cataloghi dell’anno entrante e questa non è cosa nuova. Ora, al Sundance stesso, questo basta? A giudicare dalle proposte dei curatori artistici sembra purtroppo di sì; a sentire le parole di Redford che si rammarica ci siano troppi film sovrapposti e troppa folla a rendere Park City e il Festival invivibili, pure. E allora, verrebbe da dire, tenetevi questi film che somigliano alle proposte di una boutique di Silver Lake (Los Angeles) o Williamsburg (Brooklyn). Negozi che riflettono in pieno la falsa ricerca di prodotti di nicchia per utenti convinti di fare scelte di qualità. Un gioco a mosca cieca tra adulti consenzienti dove l’utente, il pubblico, diviene l’utilizzatore finale. Purtroppo è difficile non pensare a cosa tutto ciò stia conducendo. Impossibile non rendersi conto dell’anemia del paziente, mentre si gioca ai dottori di Pinocchio, perché, spogliato dei paradossi del Collodi, del film resta solo il simulacro, il burattino inanimato. E noi non possiamo restare impassibili di fronte alla contraddizione insita nella contro-industria che sforna prodotti concepiti per assolvere alle esigenze di un mercato cresciuto con lo spirito dei “farmer markets” e “organic food” in vastità urbane, dove ormai la campagna è trasformata in distese di cementite come la spiaggia di Ostia adorata dalla Franca Valeri di Parigi o cara. Perché così «non c’hai un contatto con la sabbia, co’ e cose sporche».
Un pubblico che invoca gli orti urbani ma mette in chiaro di non voler sentire odore di letame, dunque. Al cinema indie, oggi, viene chiesto d’assecondare il pensiero e riflettere questa nuova generazione di fruitori, non di metterla in discussione nei propri paradigmi, non di sconvolgerne i codici. E allora il film si fa assurdo nei contenuti ma, nella forma, nella propria natura, deve restare pezzo di marmo: «Una morta stai baciando!» come Vitti/Tosca urlava a Gassman/Scarpia. Ci si appassiona, ci si innamora e si acquistano film che rispondono ai temi e alle esigenze di un pubblico che ha costruito le proprie certezze su d’un modello alternativo ma non fluido, non cangiante, perché, come per i prodotti delle major, deve seguire codici standard e rassicuranti. La crisi, sottolineata sui giornali di settore, da Hollywood Reporter a IndieWire, per cui Hollywood ha ormai cancellato la possibilità che un cinema nuovo venga alla luce in alternativa ad una riproposizione di saghe che aggiungono capitoli su capitoli a storie già raccontate e personaggi già esplorati, si riflette in pieno nel cinema indipendente. E non si dovrebbe trattarla solo come un classico periodo di transizione alla Alto e Basso Medioevo ma come una mutazione vera e propria in atto del sistema produttivo e della natura del prodotto stesso.

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Il fatto che non possa esserci più spazio per una rottura dei codici narrativi, della forma stessa del film, e che questo rifiuto arrivi proprio dal pubblico e non più solo dalle case di produzione o dai finanziatori, è l’affermazione che un nuovo ciclo vitale si è costituito. Ed è integrato socialmente.
E questa non è una crisi dalla quale si può uscire con la mera entrata nell’arena artistica di singoli autori che scompaginano, ripensano e sovvertono la materia di cui sono fatti i sogni, incarnando appieno la natura popolare, come in Swiss Army Man. È, bensì, una battaglia che strutture come il Sundance dovrebbero prender di petto. Il Sundance influisce ancora sulla forma stessa, sui linguaggi parlati dal cinema indie (e pure sulla sua standardizzazione) ed oggi si dovrebbe collocare alla testa della lotta per ribaltare la deriva necrofila in atto, con altrettanta forza di quella messa in campo per guardare alle nuove forme di scrittura per lo schermo (vedi l’inclusione nel programma dei format seriali) o per spalancare le porte ai nuovi distributori e produttori dei tempi del Video On Demand (leggasi Netflix e Amazon, da quest’anno principali acquisitori della maggioranza dei titoli).
Paradossale pensare che, mentre si ramificano e moltiplicano i canali produttivi e distributivi, a esser mummificato sia proprio l’immaginario degli autori. Ai giocatori in campo dovrebbe essere affidato l’onere di coniugare il cinema al contemporaneo e non di produrre ristampe, variazioni all’interno della forma, prodotti ad uso e consumo del mezzo di distribuzione o del trend di mercato. Lo stesso per gli autori che hanno, all’epoca, messo in discussione e ripensato i canoni del cinema, come gli stessi Solondz e Araki ma anche Todd Haynes, Richard Lynklater (solo per citare alcuni dei “figli” del Sundance). Persino a questi padri che imbiancano come le “mamme” di Gino Latilla, è meramente domandato di riallestire il loro stesso marchio di fabbrica, di rifare se stessi. In una vecchia intervista per il Guardian, il regista Gus Van Sant, guardando al futuro della Settima Arte dichiarava: «Il cinema diverrà qualcosa di totalmente differente da come lo conosciamo; noi diverremo parte di esso e non sarà più nelle sale. Il cinema di oggi è così conservatore, poco più di teatro filmato». Guardando alla massa complessiva dei film offerti dal Sundance viene sinceramente da augurarsi che questo cinema interattivo ci precipiti addosso quanto prima. Fosse solo per vedere di nascosto l’effetto che fa la rivoluzione dal divano di casa. •

Roberto Nisi

 

Roberto Nisi al Sundance:
Le mani di Netflix e Amazon sul Sundance 2015
Cronache e impressioni dal Sundance Film Festival 2014

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