Western Contemporaneo

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articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale – numero11, gennaio 2009 (pag. 8)

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Western Contemporaneo ovvero il cowboy che perse la strada di casa

di Costanza Baldini

 

Negli ultimi anni nelle sale cinematografiche si è visto il ritorno di un genere da tempo trascurato dai registi della nostra generazione. Il western è di nuovo protagonista. I cowboy sono però molto diversi da come ce li ricordavamo, lontani dallo stereotipo dell’uomo tutto d’un pezzo alla John Wayne o dai film di Sergio Leone, anzi si può dire che proprio i cowboy sono i protagonisti di una rottura epocale con gli stereotipi. L’epica western si trasforma in qualcosa di assolutamente nuovo.

Un fenomeno simile e speculare sembra colpire un’altra categoria di personaggi tradizionalmente volti a servire il bene e la giustizia: il mondo dei supereroi americani. Gli ultimi film sugli schermi ci presentano dei supereroi sempre più fuori dalle regole. Iron Man, Hell Boy, Hancock, persino l’ultimo Batman sembrano aver definitivamente rinunciato all’idea di difendere il bene a tutti i costi, ormai la giustizia non ha più fissa dimora e i supereroi hanno ben compreso che è sempre più difficile separare i buoni dai cattivi. Se tuttavia i film di supereroi tendono il più delle volte a una dissacrante ed esilarante comicità, senza porsi troppi problemi sul rovesciamento delle parti, i western al contrario scelgono la difficile strada dell’analisi esistenziale.

Vorrei analizzare alcuni film, i cui protagonisti decidono di interrompere una vita che non gli appartiene, non gli permette di esprimere la loro vera natura. Rovesciare uno stile di vita non è facile e i nostri eroi in alcuni casi ci rimetteranno la pelle. Il cowboy si trova davanti in uno scontro all’ultimo sangue nient’altro che con se stesso, il proprio doppio contro cui sfidarsi a duello, e come tutti sanno non è facile schivare le pallottole soprattutto se il nemico che hai davanti non è altri che se stesso. Proprio il suicidio come unica ed estrema forma di liberazione è il filo rosso che unisce alcuni di questi film.

 

In Brokeback mountain (Ang Lee, 2005) Ennis e Jack devono portare un gregge su un pascolo di montagna, e lì, fra i monti, in solitudine nasce la loro storia d’amore, che riprenderà ciclicamente per molti anni. Nel frattempo i due vivono, parallelamente, una sorta di vita normale.

Il sesso descritto in questo film è un contatto fisico che si manifesta come un’urgenza insopprimibile. E’ solo nell’incontro con Jack che Ennis riesce ad affermare la sua vera personalità, solo specchiandosi negli occhi di un ragazzo che vive forse con più coraggio la sua vita. Una volta perso lo specchio in cui guardarsi non resta che il ricordo. Quando nello struggente finale Ennis abbraccia i vestiti vuoti di Jack morto, possiamo immaginare che stia abbracciando un se stesso che non sarà mai più capace di ritrovare.

 

In The Three Burials of Melquiades Estrada (Tommy Lee Jones, 2005) tre sono appunto le sepolture che saranno date durante il film di Tommy Lee Jones a Melquiades Estrada e tre sono le persone in cerca di un’identità. C’è Pete (Tommy Lee Jones) un mandriano che in nome di un’amicizia attraversa due stati a cavallo, c’è Mike il poliziotto che ha per sbaglio ucciso Melquiades e che viene sequestrato e obbligato a un confronto costante con il morto, e infine c’è Melquiades o almeno quello che resta del suo passato, un insieme di notizie. Se all’inizio i ruoli sembrano stabiliti, alla fine del film i contorni si sfaldano. Chi è veramente Melquiades Estrada? Chi ha più bisogno d’aiuto Pete o Mike? Non ci sono vincitori o perdenti, le maschere cadono e in mezzo al deserto ognuno si rivela per quello che è veramente. La domanda di Mike “Che cosa farai adesso?” rivolta a Pete rimane sospesa nell’aria e ricordando le parole di una canzone di Bob Dylan si potrebbe rispondere “the answer my friend is blowing in the wind”.

 

In The assassination of Jesse James by the coward Robert Ford (Andrew Dominik, 2007) ci sono due personaggi in fuga dalla propria identità. Jesse James il celebre pistolero che soffre sempre di più lo sdoppiamento schizofrenico tra il perfetto e amorevole padre di famiglia e il killer senza scrupoli, a tal punto che “mette inscena” la propria morte desiderando che il suo destino si compia anzi tempo. Un “eroe” che desidera disperatamente essere niente, dimenticato da tutti e lasciato in pace a giocare con i suoi figli e la moglie.

Robert Ford è il caso opposto: una nullità, un “fratello di”, che deve urlare per affermare la propria presenza e farsi salutare dai familiari in una delle scene più significative per capire la sua psicologia. Ford con l’inganno e la falsità alla fine ottiene ciò che vuole, partecipa alla “farsa” dell’uccisione di Jesse James, finalmente da protagonista. Ed è condannato a riviverla per sempre come in un incubo, in un loop temporale da cui non riuscirà ad uscire se non, anche lui, dandosi la morte.

 

No country for old man (Joel e Ethan Coen, 2007) è un film che parla del caso.  Se Jesse James ‘mette in scena’ la propria morte, il protagonista Llewelyn Moss commette una serie di azioni che non si possono non definire “suicide”, apparentemente senza motivo, solo perché sente di doverle fare. Prima ruba dei soldi a dei trafficanti di droga trovati morti nel deserto, poi torna stupidamente sul luogo del delitto per soccorrere un sopravvissuto, viene scoperto e inizia una fuga tanto rocambolesca quanto già segnata da un destino tragico e consapevole.

Gli fa da contraltare l’improbabile sceriffo Ed (Tommy Lee Jones) che come un bambino ha paura di guardare dal buco della serratura e che nello struggente finale manifesta tutto il suo smarrimento e la sua impotenza di fronte ai fatti che si limita ad osservare da lontano raccontando un sogno cupo e senza via d’uscita in cui va alla ricerca del padre. E’ il caos il grande protagonista di questo film incarnato in Anton Chigurh il killer dei grandi occhi da orsacchiotto e dal taglio di capelli più improbabile della storia del cinema, una sorta di “terminator” indistruttibile che si affida al lancio di una moneta per decidere sulla vita e sulla morte delle persone che incontra. Perché “non è un paese per vecchi” è solo un altro modo di manifestare il sovvertimento di tutte le regole di un’America che non sa più come ritrovare se stessa.

 

Ho volutamente lasciato per ultimo There will be blood (Paul Thomas Anderson, 2007), un film diverso dagli altri. Se infatti nei film fino a qui descritti i personaggi cambiano il loro pensiero, la loro situazione tramite il confronto diretto con “l’altro”, questo non avviene per il protagonista di questo film.  Il petroliere Daniel Plainview si potrebbe dire è di un altro stampo, si identifica con il suo lavoro, con la sua missione. Non è umano, in realtà, è una forza della natura, un flusso di energia capace di esaurirsi solo nell’atto di scavare e mordere la terra. E’ un uomo che può trovare il suo diretto contraltare solo con la roccia, come un uomo preistorico non è capace di verbalizzare alcuni dei suoi sentimenti, non sa usare la parola all’opposto del suo nemico giurato, il falso predicatore che usa l’eloquio per ingannare le persone. Solo la terra, gli oggetti sono cose per cui vale la pena vivere. E in questa totale aderenza per la “roba” (come il Mazzarò di Giovanni Verga) troverà la sua solitaria morte nel finale. E’ un film in cui i dialoghi sono ridotti al minimo, si parla pochissimo. Bastano le musiche di Johnny Greenwood a commentare l’epicità assoluta della storia di Daniel Plainwiew, personaggio fuori dal tempo perché immerso nella materia.

 

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