Il vangelo secondo Matteo > Pier Paolo Pasolini

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Gesù, il primo dei rivoluzionari

 

Continua il ciclo di proiezioni cinematografiche presso il Cineporto di Bari, che dà il via alla collaborazione tra le università pugliesi e il Centro studi dell’Apulia film commission. Per ogni appuntamento realizziamo un reportage proponendo le analisi dei film anche alla luce delle lezioni introduttive e del forum successivo.
Il comunicato stampa della manifestazione.

 

A cura di Nicola Nimi Cargnoni
Introduzione e Forum a cura di Pasqua Giordano

 

Introduzione e commento delle prof.sse Immacolata Aulisa e Laura Carnevale

Pier Paolo Pasolini durante l’intera sua vita, attraverso la scrittura e il cinema, si è interrogato sul cosa significhi “essere uomo”, in particolare il film Il vangelo secondo Matteo è motivo di riflessione sul tema dell’umanità. Per Pasolini l’autenticità dell’esistenza va ricercata alle origini delle cose: la verità risiede nell’umile, nell’uomo povero, ai margini della vita. È attraverso i loro volti che gli uomini si rapportano gli uni agli altri alla ricerca del confronto e dell’autenticità primigenia. Tutto ciò comporta da parte dell’autore e cineasta bolognese una attenzione particolare nello scegliere i personaggi dei suoi lavori, sui cui volti, colti in tutta la loro bruttezza, atipicità e asimmetria, la macchina da presa indugia a lungo.

Pasolini ambienta Il vangelo secondo Matteo nell’Italia meridionale degli anni Sessanta, tra Lazio, Campania, Puglia e Lucania, e guarda al mondo contadino per individuare attori i cui volti rappresentino con rudezza la sofferenza dei palestinesi, si serve di amici intellettuali per gli apostoli e si rivolge a esponenti della borghesia per rappresentare i farisei, per consegnare della religione un ritratto negativo, quale strumento di dominio politico e sociale. Attraverso il suo sguardo, quindi, Pasolini ripropone quello delle scritture evangeliche e di Gesù, nel quale si rivede, tant’è che sceglie proprio sua madre per rappresentare la Vergine Maria, non come figlio di Dio, ma appunto come uomo fra gli uomini, portavoce e leader rivoluzionario dei più deboli, degli umili e degli oppressi palestinesi.

Pasolini col suo lavoro intercetta involontariamente quella corrente di studi cristiani che rileva la grande importanza dello studiare Gesù come figura storica, scindendo il piano dottrinale da quello scientifico, e rifacendosi a fonti accreditate (ossia autentiche e credibili) archeologiche e scritte, non soltanto canoniche (vangeli, atti ed epistole) ma anche apocrife. Per ricostruire la figura di Gesù da un punto di vista storico è necessario, allora, farlo rientrare nel giudaismo più pieno, tenendo bene a mente che si è trattato di un uomo vissuto e morto nel mondo ebraico e che ha ubbidito quindi alle leggi del suo universo: non a caso per il film Pasolini sceglie un attore dai tratti semiti. In un primo momento la scelta era ricaduta su un poeta, a voler individuare Gesù quale intellettuale in un mondo di poveri (di spirito), ma successivamente Pasolini conosce uno studente spagnolo di soli 19 anni profondamente antifranchista e vede in lui il miglior rappresentante di quella forza rivoluzionaria, contraria alla brutalità moderna e progressista, che era stata anche del Cristo.

L’alternanza di musiche classiche e di canti gospel di tradizione africana fanno si che la colonna sonora nel complesso doni epicità a vicende il cui carattere sacro si scontra con la rudezza dei personaggi, «sporchi e puzzolenti» a detta dello stesso Pasolini, e in cui i silenzi e le voci del paesaggio, i rumori, esprimono significanti più profondi. L’autore e cineasta si era già avvicinato al mondo del sacro da una prospettiva “atea” e, anzi, solo l’anno precedente, nel 1963, era stato accusato di vilipendio della religione di Stato per l’episodio La ricotta in Ro.Go.Pa.G., laddove uno dei ladroni moriva per indigestione della ricotta rubata, tant’è che Pasolini riscontra difficoltà nel trovare un produttore e si rivolge infine ad Alfredo Bini.

Sono anni in cui la Chiesa Cattolica, col Concilio Vaticano II e soprattutto grazie all’opera di Papa Giovanni XXIII, si avvia ad una fase post-bellica di rinnovamento e di apertura alle donne e alla sinistra intellettuale; ed è proprio alla persona del Papa che Pasolini dedica Il vangelo secondo Matteo, poiché è a lui che pensa quando, aprendo per caso la Bibbia e leggendo il Nuovo Testamento, partorisce l’idea del film. Un ateo, anticlericale e marxista questa volta consegna una visione tutta personale del sacro, profondamente cristiana, anche se non cattolica, che gli vale l’apprezzamento da parte del mondo della chiesa ma commenti negativi dalla critica di sinistra.

 

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Il film

Non v’è dubbio che il cinema di Pasolini dia il meglio di sé nell’indagine sul contemporaneo, tant’è vero che gli apici della sua filmografia si possono trovare in «Mamma Roma», «Accattone», «Teorema», e il maestoso «Salò».
Quando il poeta friul-emiliano decide di sconfinare nella ricerca del mito e del sacro, occorre che l’occhio metta da parte ogni pretesa di estetismo e decida di lasciare che le immagini frantumino ogni convenzione di linguaggio e di metodo.

Ciò che conta nel lavoro di Pasolini è la fedeltà al testo, dal momento dell’Annunciazione a Maria, fino alla Resurrezione. Verrebbe da chiedersi per quale motivo un intellettuale sofisticato come Pasolini non abbia scelto il Vangelo di Giovanni, teologicamente più difficile: la risposta è nella casualità, dato che l’ispirazione al film arriva mentre il poeta sta leggendo casualmente i libri del Nuovo Testamento di una Bibbia trovata per caso in una camera d’albergo di Assisi.

Nell’operazione di Pasolini il Vangelo viene spogliato di ogni velleità di adattamento. Il regista si mantiene fedelissimo alle scritture, non tradendo gli intenti originali delle sacre scritture. Ma Pasolini si mantiene soprattutto fedele a sé stesso, lasciando nel Cristianesimo un punto di riferimento sociale, culturale e affettivo che appartiene alla sua e alla nostra cultura. Non è un caso che per incarnare la Madonna in età adulta Pasolini scelga proprio la madre Susanna.

Del resto occorre chiedersi quale ostacolo si possa frapporre tra il pensiero marxista e il messaggio del Cristo. Pasolini intuisce il potenziale rivoluzionario che risiede e si annida nelle parole del Vangelo, quindi dota il suo film di un’alternanza tra i primissimi piani indagatori e le ampie panoramiche naturalistiche degli spazi, dando un valore plastico e concreto ai silenzi più che ai dialoghi.

È infatti questo gioco di regia tra i silenzi e le parole che evidenzia la reale differenza tra ciò che è di Pasolini e ciò che è del Vangelo: la ricerca del regista è soprattutto sul personaggio di Gesù. Il Gesù che oggi vediamo come buono e saggio, Pasolini lo vede in un’ottica di contestualizzazione storica: un uomo calato nella sua epoca, portatore di ideali forti, inflessibili e dall’acceso carattere rivoluzionario, proprio come poteva apparire ai suoi contemporanei.

La scelta del cast è stata fatta per analogie: esponenti della borghesia interpretano i Farisei; contadini pugliesi e lucani incarnano il popolo; alcuni amici intellettuali del regista prestano il volto agli Apostoli, mentre Gesù è interpretato da un rivoluzionario catalano diciannovenne e antifranchista. La dedica a Giovanni XXIII è la firma in calce con cui Pasolini (ateo e anticlericale) non rifugge la cultura cristiano-cattolica, ma ne rispetta gli intenti, le fondamenta e le scritture su cui basa la propria esistenza.

Non v’è dunque molta differenza tra i “ragazzi di vita” e i discepoli del Cristo, perché il Gesù di Pasolini è povero tra i poveri, e si trova calato in una realtà dove deve sconfiggere le barriere culturali dell’incomunicabilità. Oggi vediamo pacificamente la figura del Cristo come armonizzata nel suo contesto, che siamo credenti o meno. Ma Pasolini ancora una volta non accetta l’accezione moderna del passato, quindi si mette in gioco e mette a fuoco le difficoltà che può aver incontrato Gesù Cristo nella realtà in cui ha vissuto, egli, primo tra i rivoluzionari.

 

Forum e commento dopo la visione

La visione del film si è rivelata motivo di discussione sulla paternità dei vangeli, sull’incarnazione del divino e il suo rapporto col giudaismo e sul parallelo che si può effettuare tra il Cristo di Pasolini, il marxismo e la filosofia socratica.

Certamente i vangeli sono stati scritti in epoche cronologicamente differenti e non nell’ordine in cui noi li ritroviamo nel Nuovo Testamento e sono sicuramente il risultato di un lavoro di redazione e ricucitura: non si può parlare di singole figure autoriali. Il Vangelo di Matteo, per esempio, è giunto a noi in greco, anche se autori del passato riportano traccia di testi evangelici scritti in aramaico, la lingua di Gesù e dei suoi apostoli, e vi sono di questi frammenti autentici ritrovati e conservati. Possiamo dire che i quattro vangeli sono attribuiti per convenzione a quattro figure, ai cui nomi corrispondono anche determinati mestieri, e legate ad una particolare simbologia: l’uomo alato per Matteo, il leone alato per Marco, il bue alato per Luca e l’aquila per Giovanni.

Quello che fa scandalo presso il mondo ebraico è il fatto che l’Infinito, immenso e non rappresentabile, possa incarnarsi, farsi materia, particella umana, e per di più morire e resuscitare. È vero che nell’Antico Testamento si hanno delle manifestazioni del divino, delle concretizzazioni del non concretizzabile, ma trattasi solo di modalità simboliche di rappresentazioni di concetti che noi, oggi, siamo in grado di astrarre, ma se contestualizziamo tali scritti ci rendiamo conto che all’epoca della loro stesura ciò non era pensabile.
Gesù nasce, cresce e predica da ebreo, non è sua intenzione fondare una nuova religione, tant’è che solo nel II secolo d.C. si inizia a parlare di cristiani, mentre i primi seguaci si sentono ebrei; il cristianesimo rappresenta un’estensione dell’alleanza esclusiva tra Dio e gli ebrei all’umanità intera. Col suo insegnamento Gesù si pone contro un tipo di ebrei, non contro l’intero mondo giudaico; egli stesso afferma «io non sono venuto ad abolire la legge, ma a portarla a compimento» in un momento in cui il mondo giudaico è sempre più lontano dalla giusta interpretazione della volontà del Padre. E in un giusto paragone tra Socrate e Gesù, entrambi personaggi che hanno dato la vita per la difesa dei propri ideali, già i primi autori cristiani si chiedevano perché Socrate fosse da considerare un grande saggio, mentre Gesù un bestemmiatore.

Nel corso del film la figura di Gesù si evolve, cresce spiritualmente, acquisendo sempre maggiore sicurezza, come già nel Vangelo di Matteo: in ciò Pasolini si rivela assolutamente pedissequo al testo, e se suoi sono i toni, del Vangelo sono le parole, tanto da poter dichiarare di avere già una sceneggiatura. L’unica libertà che il cineasta si concede è relativa alla cronologia degli eventi, anche perché non è possibile ricostruire l’esatto ordine di accadimento. La vera ricerca è da compiere su quello che Gesù può aver detto e fatto, giacché la sua si presenta quale storia epica, contestualizzabile perché eterna, ma non ciclica.
Il cristianesimo di Pasolini, come religione non confessionale, per esempio, non entra in contrapposizione col marxismo, ma anzi ne condivide il senso profondamente morale e la dolorosa oppressione dei poveri da parte dei ricchi.

 

Recensione di Nicola Cargnoni
Introduzione e Forum a cura di Pasqua Giordano


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Il vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini, introdotto da Immacolata Aulisa e Laura Carnevale

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