Sguardi Altrove 2016

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Da ventitré anni a Milano c’è un festival internazionale dedicato al cinema e ai linguaggi artistici delle donne che anche nell’edizione appena conclusa (dal 17 al 25 marzo) ha offerto occasioni di approfondimento, oltre a una selezione internazionale di tutto rispetto.
Se l’avete mancato, questi sono stati alcuni dei migliori momenti del festival.

Come si fa un omaggio a Chantal Akerman?
La stampa italiana ha avuto qualche difficoltà a scrivere che una delle più grandi registe al mondo è morta suicida e che era lesbica. Saperlo può cambiare il modo di renderle omaggio qualche mese dopo?
Forse appare scontato che un cinema come il suo sia amato da Sally Potter e più in generale dalle donne registe, e si sceglie così di ripetere cos’hanno detto di lei Jean-Luc Godard, Todd Haynes, Michael Haneke, Jonas Mekas o Gus Van Sant. O forse lo si fa in maniera automatica, come il copia-incolla tanto diffuso per cui Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles sarebbe stato definito dal New York Times «il primo capolavoro femminile nella storia del cinema». A me e ad altri risulta invece l’abbia scritto Louis Marcorelles su Le Monde in una recensione dal titolo “Comment dire chef-d’ceuvre au feminin?” accompagnata da un’intervista. Interessante ad ogni modo notare come per ottant’anni – l’articolo uscì dopo la prima del film, nel gennaio 1976 – ci sarebbero stati solo capolavori diretti da uomini. Il motivo per cui lo si ripete senza indugi nel 2016 solo perché l’avrebbe detto il Times (o Le Monde, a questo punto poco cambia) è un altro fatto su cui porci delle domande.
E dire che c’è più femminismo in questo film che in tante rassegne che pretenderebbero di rivelare il cosiddetto sguardo femminile, che di certo non è uno solo. In Je, tu, il, elle di Akerman, ad esempio, (film che si può vedere interamente su Youtube) abbiamo scene di sesso esplicito tra donne. Mentre Jeanne Dielman è al tempo stesso madre e prostituta. Ma tutto il cinema di Akerman è lontano da scelte perbeniste fatte da cineaste e cineasti e da commenti perfettamente in linea che abbiamo sentito anche a questo festival. Ecco perché introdurre la retrospettiva con estratti di Sequenza segreta: le donne e il cinema, un libro del 1981 edito da Feltrinelli a cura di Piera Detassis e Giovanna Grignaffini è una scelta azzeccata.

Un altro bel ricordo è questa conversazione Godard-Akerman messa a disposizione dal Festival di Pesaro.

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Il secondo omaggio del festival è per Margherita Buy, che presenziando a più proiezioni risponde alle domande del critico Massimo Causo e del pubblico, il quale dimostra di gradire moltissimo gli incontri dopo i film anche nel caso di quest’attrice vista più spesso di altre non solo sul grande schermo, perché come sintetizza una habitué dello Spazio Oberdan, sono opportunità per «poter vedere il film fino in fondo.» La retrospettiva rafforza quanto scritto da Causo nel catalogo a proposito degli occhi di Buy e della «sua peculiare propensione a mantenere salda la consapevolezza di sé anche quando, intorno a loro, il volto si tende nei dubbi e la naturale serenità dei tratti si scopre provata da qualcosa di inatteso.» Quanto è vero.

Tavole e quaderni
Alla tavola rotonda Tra fiction e documentario: il cinema delle donne in Italia e in Europa le due registe presenti Stefania Casini (anche vicepresidente di Doc/it) e Alina Marazzi si trovano a poter parlare giusto qualche minuto a testa, perché come informa lo staff la sala dell’Ufficio milanese del Parlamento Europeo – è prenotata giusto per un paio d’ore ore e l’addetto alla sicurezza dello stabile insiste sull’essere incaricato per un tempo addirittura ridotto. Uno di quei momenti in cui ci si chiede se a un convegno di soli uomini possa accadere lo stesso.
Oltre ai dati di Eurimage, Mibact, Mediasalles, 100autori e quelli sulle alunne della Scuola Civica di Cinema di Milano, vengono passate in rassegna le statistiche sulle donne nel cinema turco (da una ricerca condotta da Hulya Ugur Tanriover, docente di gender studies). Nonostante la repressione voluta da Erdogan colpisca duramente gli artisti, la Turchia rimane patria di grande cinema. Mustang di Deniz Gamze Ergüven ha ricevuto nel 2015 alcuni tra i maggiori riconoscimenti internazionali e il focus curato da Nicola Falcinella porta a Milano film notevoli. Until I lose my breath, lungometraggio d’esordio di Emine Emel Balci vincerà poi nella sezione Nuovi Sguardi.
La storica del cinema Chiara Tognolotti presenta il Quaderno del CSCI (Centro studi sul cinema italiano) Storie in divenire. Le donne nel cinema italiano, curato insieme a Lucia Cardone e Cristina Jandelli ed edito da Daniela Aronica. Un testo preziosissimo:

«Quella delle donne nel cinema italiano è una storia in divenire perché non è stata ancora scritta. Una storia che continua ad esser cominciata ed interrotta, ma che in molte desiderano conoscere e narrare. Certo dagli anni ’70 in poi, con l’ondata dei femminismi, anche in Italia l’esigenza di indagare le donne dello schermo è divenuta irrinunciabile, ma l’approccio è stato in qualche occasione rivendicativo ed ideologico, oppure, in alcuni studi di caso, meramente autoriale, nel pur giusto tentativo di riconoscere il talento e la qualità estetica di singole registe. Ciò che oggi ci sta a cuore è un racconto differente, capace di tenere insieme un panorama più ampio e mosso, in una certa misura collettivo, delle donne del cinema italiano colte nel loro insieme, dalle origini ai giorni nostri.
E inoltre vogliamo parlare di loro e di noi, adottando il «partire da sé» come irrinunciabile pratica conoscitiva e prezioso strumento di indagine. L’idea è quella di mescolare le storie degli oggetti di studio con i soggetti che le narrano in un divenire storico, muovendo dalle varie professioni che hanno esercitato le donne nel cinema italiano – non soltanto registe e attrici ma anche sceneggiatrici, montatrici, costumiste e così via – per arrivare alle «donne di celluloide» ossia alle «personagge» che hanno abitato ed abitano gli schermi nostrani. La sfida consiste, dunque, nell’accogliere il numero più elevato possibile di voci femminili, quelle di chi ha fatto la storia del cinema italiano e quelle di coloro che oggi, per la prima volta in modo organico, desiderano raccontarla.»

 

I workshop
Come attirare un pubblico vivace in un’epoca in cui è sempre più comune fruire i film comodamente da casa,e cimentarsi a propria volta con il mezzo visivo? I festival rimangono buone occasioni per prendere parte a masterclass o incontri con gli autori. Si tratta a volte di registi ormai disabituati a lavorare con gruppi di persone appassionate ma magari inesperte, con il rischio che il workshop finisca per assomigliare più che altro ad una lezione frontale interrotta solo da qualche coraggioso/a. Ottima invece l’idea di coinvolgere Alessandra Ghimenti, autrice della videoinchiesta Ma il cielo è sempre più blu per un workshop sull’educare senza stereotipi, e per quello dal titolo Le migrazioni: come e perché raccontarle, con le immagini Paolo Martino, regista di Terra di transito e Il doppio gioco di Melilla. Anche in questo caso partecipanti di varie età e provenienza apprezzano, e gli stessi video prodotti durante i workshop ci dicono che questa è la strada giusta. Sarebbe bello far incontrare gli stessi partecipanti con Aboubakar Cissoko, sceneggiatore con Cristina Mantis di Redemption Song: è una delle prime volte che la macchina da presa è affidata ad un immigrato, in questo caso dalla Guinea, che si confronta innanzitutto con I suoi connazionali e spiega che l’Italia non è il posto che immaginano.

Cosa fare delle ricorrenze?
In Pop Shoah?, volume a più mani uscito di recente, si discute di come il “fare memoria” sia in diversi casi diventato il pretesto con cui un fatto storico viene brandizzato e mercificato. Sguardi Altrove evita questo rischio trovando la giusta via per introdurre Storie di un processo di Alexandra Garcia-Vilà e Franck Moulin, in occasione del quarantesimo anniversario del golpe argentino, o la lettura di Noi donne di Teheran in concomitanza con il capodanno persiano. Si parla anche della vicenda della giornalista Ilaria Alpi e del suo operatore e Miran Hrovatin, al centro del docufilm di Daniela Vismara, negli stessi giorni in cui con vent’anni di ritardo il governo italiano sceglie di desecretare gli atti di quello che sarebbe potuto benissimo non diventare un “caso”.

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Essere madri oggi
Una parte delle protagoniste dei film in rassegna sono madri e donne che si confrontano con la propria madre (Akerman in testa). Tra i film italiani si distinguono le protagoniste di Stato interessante, che si interrogano su genitorialità e concepimento. Diretto da Alessandra Bruno, questo è forse il documentario che più di tutti restituisce la pluralità di modi di essere donna che pare vadano cercando i selezionatori (e nemmeno tutti) dei festival oggi, specialmente quando decidono di parlare appunto di maternità. Nonostante sia cinema del reale, regista e protagoniste non hanno la pretesa di raccontare l’Italia di oggi, né quella di un Parlamento improvvisamente coeso quando si tratta di negare diritti civili. Ma allo stesso tempo con le loro storie non ancora del tutto scritte sanno rivolgersi anche a chi non le vuole vedere e separerebbe coppie fertili e coppie non fertili, come se i desideri delle prime potessero pericolosamente contagiare le seconde.
Altre storie molto diverse che abbiamo amato nella rassegna dedicate ai documentari sono Lina Mangiacapre, artista del femminismo di Nadia Pizzuti e il vincitore Je suis le peuple di Anna Roussillon.

Chiara Zanini

 

SGUARDI ALTROVE
23° International Women’s Film Festival
17-25 marzo 2016, Milano
sguardialtrovefilmfestival.it

 

 

RC \ approfondimenti:
Il maschilismo del cinema italiano (2014) a cura di A.G.
• Il maschilismo del cinema italiano (2000-2013) a cura di A.G.
• Intervista a Stefania Casini a cura di C.Z.
• Intervista a Shira Geffen, ospite a Sguardi Altrove nel 2015 a cura di C.Z.
Tutto parla di te di Alina Marazzi a cura di L.P.

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