Spartacus > Stanley Kubrick

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Continua il ciclo di proiezioni cinematografiche CINEMA ERGO SUM presso il Cineporto di Bari, frutto della collaborazione tra le università pugliesi e il Centro studi dell’Apulia film Commission. Per ogni appuntamento realizziamo un reportage proponendo le analisi dei film anche alla luce delle lezioni introduttive e del forum successivo.
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Introduzione e commento del prof. Massimo Pinto
introduzione e Forum a cura di Pasqua Giordano

Sebbene il film «Spartacus» sia ambientato nell’Italia romana del I secolo a.C. e racconti le vicende legate a un personaggio entrato a far parte dell’immaginario collettivo, ovvero il gladiatore e condottiero trace Spartaco, la ricerca di libertà ed emancipazione attraverso l’insurrezione può essere emblematicamente rapportata alla volontà di indipendenza intellettuale e politica propria della metà del Novecento. Proprio per questo le inesattezze storiche, anche architettoniche e geografiche, non devono condurre a un giudizio negativo sulla pellicola, che vide la collaborazione tra il regista Stanley Kubrick e lo sceneggiatore Dalton Trumbo, senza dimenticare l’ingombrante, seppur magnifica, presenza dell’attore Kirk Douglas.
Fra i tre vige la conflittualità, dovuta a una diversa visione e interpretazione del personaggio storico, Spartaco, e in senso lato a una differente volontà di riflessione sulla libertà e sul potere. Se fra gli autori antichi sono Plutarco e Appiano a fornirci maggiori informazioni sul gladiatore trace e sulla rivolta di schiavi da lui guidata (tra il 73 e il 71 a.C.), anche i moderni ne hanno raccontato le vicende, seppur romanzandole. Raffaello Giovagnoli tra il 1873 e il 1874 pubblicò a puntante sul «Fanfulla» il suo fortunato romanzo “Spartaco”, dove attraverso la ricostruzione storica della ribellione l’autore metteva in risalto la brutalità dell’asservimento umano, rispecchiando così a pieno titolo quelli che erano gli ideali risorgimentali del tempo presente.
È nei primi anni Dieci del Novecento che il cinema americano inizia a interessarsi alla figura di Spartaco, e ancor più dopo la pubblicazione nel 1951 del romanzo di Howard Fast “Spartacus”, soggetto principe e primo motore dell’omonimo film kubrickiano del 1960, seppure quest’ultimo di discosta dal testo originario negli acuti dialoghi e negli spunti filosofici dovuti molto probabilmente alla mano di Dalton Trumbo, sino ad allora costretto a scrivere sotto falso nome e per la prima, quindi, fra i credits del film. Di fondamentale importanza, inoltre, la presenza iniziale nel film dello schiavo nero Draba, il primo a scegliere la via della ribellione e della morte pur di difendere la vita e la dignità che solo la libertà può restituire: erano gli anni delle prime manifestazioni studentesche a favore dei diritti dei neri.

 

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La recensione del film
a cura di Nicola Cargoni

Ciò che Spartaco compie lungo l’arco narrativo del film omonimo è un percorso di crescita che è senza dubbio il marchio di qualità di questo kolossal rispetto a moltissimi altri lavori del genere. Quanto intercorre tra il momento iniziale, quello in cui Spartaco in catene si dimena, si ribella e azzanna i propri carcerieri, inquadrato in una dimensione animalesca, istintuale e spersonalizzata, e il momento finale, quello del capo-rivolta che perde la battaglia ma paga e si redime vedendo andar via la donna amata e il figlio appena nato verso un futuro migliore, è il percorso personale e collettivo di un uomo che assume su di sé la valenza di migliaia d’altri uomini e donne che hanno provato a ribellarsi allo status quo della Repubblica romana.

Ma la genesi di «Spartacus» non muove certo da un principio tanto nobile quale potrebbe essere l’intenzione di elaborare una teoria sulle antiche radici della schiavitù, ma il risultato finale non si limita a essere un bellissimo ed enorme mosaico sulla storia dello schiavo ribelle. In fondo ci sono tutti gli elementi che fin da subito avrebbero dato a «Spartacus» molta più profondità di quanta non ve ne fosse nelle intenzioni dei suoi creatori.

Ci sono gli anni Sessanta, che sono sulla soglia, pronti a irrompere con il loro carico di rivoluzioni culturali, sociali e politiche, quindi v’è una temperie che è comunque (più o meno inconsciamente) insita nel contesto in cui si ritrova a essere concepito e girato «Spartacus». C’è Kirk Douglas, produttore e attore protagonista, che vuole fortemente tornare alla ribalta dopo l’esclusione da «Ben-Hur», e che di fatto sceglie tutti gli elementi del cast, dalla coppia Trumbo-Kubrick per sceneggiatura e regia, fino agli attori co-protagonisti Laurence Olivier, Tony Curtis, John Gavin, Peter Ustinov e la bella Jean Simmons. C’è la firma di Dalton Trumbo alla sceneggiatura, che finalmente torna tra i “credits” dopo diversi anni di ostracismo mediatico a causa delle sue posizioni politiche che lo avevano reso tristemente protagonista durante la fase più dura del maccartismo; e il suo tocco rende più brillante, ironica e vivace una sceneggiatura che altrimenti avrebbe mantenuto la cupezza e i toni aspri del romanzo omonimo di Howard Fast (che offre il soggetto). E infine c’è Stanley Kubrick, allora promettente regista emergente che non ha mai nascosto la sua conflittualità con il film, di fatto girato “su commissione”, ma al quale ha impresso il proprio marchio stilistico nella realizzazione delle scene corali, nelle inquadrature, nell’attenzione ai dettagli semiologici più importanti e, non di meno, nella capacità di rappresentazione psicologica dei personaggi, immersi in una dimensione mitologica che Kubrick riesce a rinnovare dando un valore aggiunto a un kolossal che inizialmente doveva essere soltanto la risposta commerciale a «Ben-Hur».

Ciò che la coppia Trumbo-Kubrick compie sul soggetto mitologico è una sorta di attualizzazione delle sorti dei protagonisti, tanto che a quasi sessant’anni di distanza il film non sembra per nulla datato o stantio. Spesso i personaggi applicano ai propri dialoghi e alle proprie azioni dei canoni moderni e decisamente contrastanti con quelli che dovrebbero appartenere all’epoca in cui è ambientato il film (nel 70 a.C. circa). La schiavitù, normalissima condizione sociale del tempo, è inquadrata, in senso lato, come il germe dei mali che affliggono la società contemporanea. Ecco che Spartaco non è soltanto un trace robusto e forzuto prestato all’arte dei gladiatori, ma diviene uomo, marito, padre e portatore di ideali che vanno ben al di là della comune voglia di fuggire dai propri padroni.

Del resto non è un caso che Douglas-Trumbo-Kubrick scelgano di utilizzare l’elemento amoroso come causa scatenante della rivolta, il cui seme è piantato da Draba, enorme gladiatore libico costretto a battersi con Spartaco in un duello a morte per divertimento di Marco Licinio Crasso in visita al lanista Lentulo nel campo di addestramento di Capua. E Draba, che sconfigge facilmente Spartaco nel suo primo duello, non asseconda i sadici voleri del potente, ma anzi tenta di infilzarlo con il suo tridente. Ma la famosa “goccia” che destabilizza lo status quo di Spartaco è la partenza della schiava Varinia, donna della quale il trace è innamorato, venduta proprio a Crasso.

Lo Spartaco furioso, degno d’esser protagonista di un romanzo cavalleresco e amoroso di età moderna più che di una frazione di mito antico, diviene la testa di una rivolta, una delle più antiche e certamente una delle poche di cui si parla fuori dalla Bibbia. Il film, sul piano etico filosofico, sembra voler mandare un messaggio non tanto antischiavista in assoluto, quanto di opportunità relazionale valida in ogni tempo, sottolineando l’importanza del rispetto in ogni situazione della dignità umana e delle regole etiche pattuite, mancando il quale, vedi l’episodio iniziale della miniera e lo scontro a morte tra gladiatori, possono scatenarsi una serie di eventi drammatici esponenzialmente sempre più esplosivi tanto da mettere, come in questo caso, seriamente in difficoltà tutto l’esercito dell’Impero Romano.

«Un uomo libero non è libero finché non è istruito» è una delle frasi più significanti all’interno dell’impianto drammaturgico della pellicola. E Spartaco istruisce i suoi compagni d’armi, e nel contempo “istruisce” lo spettatore, nella piena accezione dell’etimologia latina “in-struere”. E lo fa quasi casualmente, perché frutto di un lavoro “a strati” (uno dei significati di “struere” infatti è “collocare a strati”), un quadro d’insieme in cui convergono i bisogni e le aspirazioni dei vari autori che hanno dato vita al film ma dei quali nessuno può assumerne la paternità completa: Douglas per il successo commerciale e di rivalsa; Trumbo per segnare il suo ritorno senza dover firmare con falsi nomi, tanto che si toglie il sassolino dalla scarpa in un passaggio dove Crasso parla di « liste nere da compilare con i nomi dei nemici di Roma»; e infine Kubrick, che pur piegato ai voleri del produttore/protagonista, pur rinunciando al pieno controllo delle varie fasi di produzione, e pur girando un film a colori mentre ancora il suo marchio era in bianconero, riesce comunque a imprimere sulla pellicola un marchio personalissimo che incanala il film nel solco della decadenza sociale di Roma e, quindi, dell’anti-imperialismo, che sfocerà in tutto il suo splendore nel «Dottor Stranamore».

 

 

CINEMA ERGO SUM
… prossimamente …

martedì 3 maggio
LINGUAGGIO
Her (2013) di Spike Jonze
Introdotto da Iulia PONZIO (Filosofia del linguaggio)

CINEMA ERGO SUM
… proiezioni passate …

21 grammi (2003) di Alejandro González Iñárritu
introdotto da Francesca Romana Recchia Luciani
il film su Rapporto Confidenziale

Silent souls (2010) di Aleksej Fedorčenko
introdotto da Paola De Santis
il film su Rapporto Confidenziale

Il dottor Stranamore (1964) di Stanley Kubrick
introdotto da Carlo Spagnolo
il film su Rapporto Confidenziale

Il vangelo secondo Matteo (1964) di Pier Paolo Pasolini
introdotto da Immacolata Aulisa e Laura Carnevale
il film su Rapporto Confidenziale

Spartacus (1960) di Stanley Kubrick
introdotto da Massimo Pinto

Nostalghia (1983) di Andrei Tarkovskij
introdotto da Annalisa Caputo

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