Lo chiamavano Jeeg Robot > Gabriele Mainetti

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… tutto il male possibile.

Sono tornato al cinema dove mancavo da parecchio tempo. Puntualmente ho passato il tempo che mi separava dall’inizio del film a giudicare gli astanti dalle visioni che stavano per infliggersi, provando un sottile piacere ad osservare una coppia che, impavida, varcava la soglia del girone dei cipollini, condannandosi al nuovo film di Massimo Boldi. Lo chiamavano Jeeg Robot sembra un film messianico, misteriosamente attesissimo e io stesso ho percorso un rimarchevole numero di chilometri per assistere alla sua proiezione. Se mi chiedo cosa mi abbia spinto a farlo mi rispondo che quando non ho notizia di una e dico una sola recensione anche leggermente negativa, mi si accende una spia e corro a guardare con i miei occhi questa nuova, incredibile, inaspettata epifania cinematografica. Fatto. Le due ore, decisamente scarse, passano via e come al solito mille dubbi mi assalgono e inizio a domandarmi se non l’abbia capito, se magari inavvertitamente mi sia addormentato perdendo le parti migliori del film, se non sia più in grado di godere di una visione senza il peso dei miei mille pregiudizi, se non sia l’invidia a tenermi lontano dal coro di giubilo o se non sia stato colpito, in concomitanza dell’inizio del film, da una meningite fulminante! Al netto dei dubbi devo ammettere che il film non mi ha entusiasmato. La sceneggiatura è da manuale, di fatto non manca nulla del viaggio dell’eroe, punto per punto è stata scritta seguendo esattamente le aspettative di chi si avvicina ad un film del genere. In tal senso non ho mai nutrito alcuna curiosità circa l’esito della vicenda e nessuna sorpresa mi è stata riservata. L’ambientazione non ha nulla di originale e i personaggi risultano decisamente stereotipati come è ovvio che sia nell’immaginario fumettistico di cui questa pellicola è figlia. Il budget ridotto poi costringe a poche esplosioni in campo lunghissimo, delega ad un anonimo telegiornale la descrizione del mondo in cui si svolge la vicenda e in generale porta il film a camminare su un filo teso tra Alberto Sordi (compreso il finale in bilico sul Colosseo) e Zack Snyder. Nonostante tutto il film regge (a fatica) per la prima metà, franando nella seconda fino al finale, con la scena allo stadio Olimpico a rappresentare il punto più basso per efficacia, messinscena e capacità di generare pathos. Poco male, mi dico; non l’ho apprezzato ma il film è onesto nel suo non voler essere altro rispetto a quello che è e per fortuna lo dimentico nel tragitto che mi porta dalla sala alla mia macchina; ed è qui che viene il bello. Metto in moto e parto ma quasi istantaneamente sento una sorta di chiamata, una voce che mi dice che forse dovrei scrivere di questo film perché sarebbe la cosa giusta da fare per dare voce a quanti non abbiano apprezzato la pellicola e per pudore di apparire diversi abbiano taciuto. Cerco con tutte le mie forze di rifiutare la chiamata ribadendo a me stesso l’inutilità di scrivere di cinema in un mondo in cui tutti scrivono di cinema semplicemente riempendo dei moduli pre-compilati a seconda del tipo di lettori che intendano attirare o, per meglio dire, compiacere. Nonostante io sia sempre in grado di rassicurarmi, mi ronza qualcosa nella testa, la sensazione di starmi tirando fuori dalla mischia e che qualcosa mi stia realmente sfuggendo in tutta questa vicenda. Perché Lo chiamavano Jeeg Robot è piaciuto così tanto? Come mai per tutti è un film atteso da anni? Per scrupolo decido di cercare qualche recensione del film, un po’ per curiosità e un po’ coltivando il segreto desiderio di essere smentito in un giudizio tanto categorico. Ciò che mi balza subito agli occhi sono gli indirizzi a cui fanno riferimento alcune recensioni: www.i400calci.com, www.staynerd.com, www.mangaforever.com, www.fantascientificast.it, www.terremarsicane.it, www.cattonerd.it e tutti dicono esattamente la stessa, semplice, incontestabile cosa: finalmente un film italiano che non vuole né inventare né reinventare niente, che non vuole essere d’autore, sondare l’animo umano, essere polemico, politico, impegnato, che non ha chissà quali ambizioni, che non prova a scuotere o sorprendere, a riscrivere un genere, non cadere negli stereotipo e nemmeno risparmia quella comicità attuale ed evidente che tanto entusiasma i nostri contemporanei. In aggiunta a ciò mette in campo “quello di Gomorra” che fa la propria parodia con tanto di mozzarella in bocca, quello di Non essere cattivo che fa quello di Non essere cattivo quasi che a furia di non essere cattivo non riesca a non essere quello di Non essere cattivo. C’è pure quella del Grande Fratello ma per fortuna non sopravvive per tutta la durata del film. Tutti sembrano esultare per il fatto che finalmente pure noi italiani abbiamo il nostro film senza pretese e che magari questo possa essere solo il primo di una lunga serie; un film che corre, disarmato, incontro alle aspettative del proprio pubblico. Un film che è un po’ parodia, un po’ commedia, un po’ fumetto, un po’ fantascienza, ha gli effetti speciali, le esplosioni, i duelli tra superdotati, il calcio, la malavita, la droga, le sparatorie e dei criminali che sono tutto sommato degli affascinanti e simpatici squilibrati. Perché scervellarsi alla ricerca di trovate geniali quando ciò che viene richiesto ad un regista è semplicemente confezionare un film senza pretese? Che cosa c’è di male a desiderare un film che consenta di non preoccuparsi di seguire la trama perché tanto è evidente cosa accadrà? Che non metta nelle condizioni di rischiare di non capire, ritrovandosi con quella sgradevole sensazione che qualcosa sia sfuggito, costringendo lo spettatore a confrontarsi con i propri limiti? A raccontare una storia già letta mille altre volte e che nel farlo ci strappi qualche sorriso complice che dica “Sappiamo entrambi di cosa stiamo parlando, qui sei a casa, rilassati”? Per me, in questo, c’è tutto il male possibile. Un cinema che non conservi il mistero, limitandosi a raccontare o informare invece che suggerire, suggestionare e instillare dubbi è un cinema monco, castrato, sterilizzato e forse per questo somigliante al pubblico che lo acclama; un pubblico che non solo ha poche pretese ma che si irrita di fronte a chiunque cerchi in qualche modo di alzare la testa, di puntare un dito, di far detonare aspettative, stereotipi, un linguaggio o mettere in discussione il rapporto film-spettatore. È davvero questo quello che tutti aspettavano da anni? È tutto qui il cinema che pensiamo di meritare? Siamo sicuri che per fuggire dalle commedie tutte uguali o dai presunti e preconfezionati film d’autore(o impegnati) italiani sia saggio rifugiarsi tra le braccia di un prevedibile e rassicurante nulla? È davvero con i film italiani che si debba paragonare un film del genere per misurarne il valore? Non è forse questo un atteggiamento miope? È fuori discussione il fatto che Lo chiamavano Jeeg Robot sia un film di genere al quale nessuno senta la necessità di chiedere altro e questo può starmi bene, però non posso fare a meno di notare quanto sia surreale che ai più appaia come un miracolo la comparsa di un film che più normale non si potrebbe; una onesta prova di cinema di genere che si fa notare solo perché sorta in un deserto, quello del cinema italiano, che ha disperso ogni talento, ogni speranza, ogni visione che non sia logora, usurata e destinata all’oblio nel volgere di un momento. Che nessuno provi a spacciare questo film quale prodromo di un vento di novità; almeno questo, risparmiatemelo.

Largo all’avanguardia
pubblico di merda
tu gli dai la stessa storia
tanto lui non c’ha memoria
sono proprio tutti tonti
vivon tutti sopra i monti

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  • Eloisa Pierucci

    grazie per questa recensione, concordo praticamente su tutto. Anch’io sto cercando di capire perché questa specie di Spiderman in salsa romanesca sia il film che tutti aspettavano, quando non fa che replicare schemi e stereotipi già visti e rivisti (particolarmente irritante, dal mio punto di vista, quello della “damigella in pericolo”). Se è un semplice e onesto film di genere, può anche piacere; ma in questo caso non vedo perché gridare al miracolo, visto che il cinema è pieno di film ispirati a fumetti, cartoni e supereroi (non quello italiano, d’accordo, ma perché osannare un lavoro che si limita ad applicare a una storia stereotipata un’ambientazione posticcia?). Se c’è il tentativo di andare oltre il genere per toccare argomenti di attualità (la violenza e la criminalità? La ricerca di notorietà attraverso la sovraesposizione mediatica?), mi sembra solo superficialmente abbozzato, se pensiamo che il tanto bistrattato cinema italiano degli ultimi anni ha saputo trattare questi due temi con ben altra profondità (rispettivamente con “Anime nere” e “Reality”). Ma molto probabilmente lo scopo di Mainetti non era questo. E allora riconosciamo pure l’onestà dell’operazione (condita comunque con una buona dose di furbizia, come si capisce dal finale, scopertissimo lancio di un più che probabile sequel)…però continuo a chiedermi: se ne sentiva davvero il bisogno? (Oppure sono io che davvero non c’ho capito un tubo, ci sta! :))