Julieta > Pedro Almodóvar

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Il tempo e i colori di Julieta e Pedro.

Posando lo sguardo dentro al quadro dell’immagine, quel che salta all’occhio è una profonda differenza tra l’arredo del tempo presente della storia e il tempo passato dei flashback. Asettico dai colori freddi, immerso in ampie volumetrie perlopiù sgombre e svuotate dentro alle quali misurare assenze, così è il presente di Julieta. Il salotto del suo appartamento madrileño è anonimo e la cucina pare una sala operatoria fatta di superfici cupe e acciaio. Un pessimo arredatore ha messo mano negli spazi di Julieta, ingrigendole un animo che in gioventù era un caleidoscopio tra il vermiglio della passione e il blu zaffiro del mare. Perché quella che (s)corre in tutto il film è malinconia struggente per il tempo passato, per gli amori e le vite che non ritornano e non ritorneranno e per quelle che se ne sono andate, in mare aperto o nel cuore d’Europa, lasciandoti sola, come una figlia che ha deciso di tagliarti fuori da tutto, di non rivederti (forse) mai più. La passione e i colori e la vitalità perduta stanno trenta anni dietro a Julieta, sono racchiusi nei ricordi che aveva nascosto per troppo tempo anche a se stessa. Nel presente gli schizzi scarlatti sono unghie e petali, dettagli residuali che ancora palpitano sotto il sipario di un’esistenza apparentemente raggelata dagli eventi, dal dolore, dalla vita, dagli anni che passano e increspano la pelle e fanno cadere tessuti e muscoli. Sotto a tutto questo il cuore di Julieta non ha mai smesso di battere, ingenuo come un tatuaggio, selvaggio e primordiale come quello di un cervo in amore.

Il tempo passato della sua vita prima di tutto, della sua vita prima che il fato le facesse prendere un treno una notte d’inverno, prima che il destino o il caso dell’Odissea della sua esistenza producesse la storia alle sue spalle, è un tripudio di colori caldi dentro al quale come fantasmi riprendono vita situazione e volti cari al regista e sceneggiatore spagnolo. Gli interni sono (sovra)carichi di oggetti e dettagli, le acconciature tornano pazze e ritorna pure di fronte alla macchina da presa Rossy de Palma. Questo tempo perduto confinato dentro a flashback che illuminano il presente coincide storicamente con l’epoca fiammeggiante di Pedro Almodóvar, con gli anni dei suoi primi fenomenali passi dentro al cinema, dentro alla Storia del cinema. A quel tempo ogni aspetto della vita trasudava carnalità e l’esistenza era un qualcosa da mordere come un frutto succoso con la voracità di chi usciva dalla cappa asfittica del franchismo. «Io mi sto ancora riprendendo da quel periodo. È stata la parte più stimolante della mia vita.» (Pedro Almodóvar in Lynn Hirschberg, The redeemer, The New York Times Magazine, 5 settembre 2004) Dentro alla movida madrilena Almodóvar danzò come nessun altro e gli anni che passano, per uno spirito di tale vitalismo, non possono che essere una maledizione da vivere ogni giorno che si avvicenda all’altro con maggiore fastidio. Gli anni passano e non ci possiamo fare niente ed è inevitabile che guardando indietro, scoperchiando i ricordi, non potranno che uscire lampi di colore, perché quel che è perduto appare così potente alla memoria da abbagliarla struggendoci. Sono sempre i colori a definire gli stati d’animo nel cinema di Almodóvar ed è nel gioco di nuance giustapposte che si rintraccia questa profonda malinconia per il tempo perduto che è certo sua ma è sempre anche nostra, che con il suo cinema siamo cresciuti, commuovendoci e sorridendo, dentro a quel film quasi mai perfetto che è la vita.

Julieta è un melodramma che, per accumulo di situazioni drammatiche, tende a tracimare nella soap opera, ma al suo interno contiene pure straordinari momenti comici – mai sottolineati e che anzi scivolano quasi invisibili dentro al film – densi di quel gusto per l’eccesso tipici del cinema del regista di Calzada de Calatrava. Uno su tutti il surreale e ipercarico trucco parrucco e vestiario della madre di Julieta, agghindata come una pazza nel giardino di casa, sopra al quale solo gli sguardi più attenti e le ironie più svelte sono in grado di sciogliersi in una grassa risata nel buio di una sala spiazzata.

La trama è poi così importante?

Alessio Galbiati

 

 

JULIETA
Regia: Pedro Almodóvar • Sceneggiatura: Pedro Almodóvar da alcuni racconti di Alice Munro • Fotografia: Jean-Claude Larrieu • Montaggio: José Salcedo • Musiche: Alberto Iglesias • Suono: Sergio Bürmann • Trucco: María Manuela Cruz, Ana López-Puigcerver • Acconciature: Sergio Pérezì • Production Manager: Toni Novella • Assistente alla regia: Manuel Calvo • Set Designer: Florian Müller • Production Design: Antxón Gómez • Art Direction: Carlos Bodelón, Federico García Cambero • Costumi: Sonia Grande • Digital Compositor: Tomás Arando, Ramón Ramos, Thorsten Rienth, Paula Rubio, Eduardo Iglesias • Effetti visivi: Gerardo Castellanos, Javier Mansilla • CGI: Antonio Lado • Montaggio effettivi visivi: Francisco Porras • Produttore effetti visivi: Nestor Quintana • Produttori: Agustín Almodóvar, Esther García • Produttori associati: Diego Pajuelo, Bárbara Peiró • Interpreti: Emma Suárez (Julieta Arcos), Adriana Ugarte (Julieta Arcos, giovane), Daniel Grao (Xoan Feijóo), Darío Grandinetti (Lorenzo), Priscilla Delgado (Antía, adolescente), Blanca Parés (Antía, 18 anni), Jimena Solano (Antía, 2 anni), Michelle Jenner (Beatriz), Sara Jiménez (Beatriz, adolescente), Rossy de Palma (Marian), Inma Cuesta (Ava), Nathalie Poza (Juana), Agustín Almodóvar (Controllore del treno), Mariam Bachir (Sanáa), Pilar Castro (Claudia, madre di Beatriz), Tomás del Estal (Uomo del treno), Susi Sánchez (Madre di Julieta), Bimba Bosé (Amica di Bea), María Mera (Jorge Pobes), Joaquín Notario (Samuel, padre de Julieta), Esther García (Moglie nel cimitero), Paqui Horcajo (passeggera del treno), Ramón Ibarra, David Delfín (Amigo di Bea), Lupe Roda, Ramón Aguirre (Inocencio, il portiere), Elena Benarroch (Amica di Bea), Lola García, Charlie Centa • Suono: SDDS, Dolby Digital, Datasat • Rapporto: 1.85 : 1 • Camera: Arri Alexa XT – Zeiss Master Prime and Angenieux Optimo Lenses • Laboratori: Deluxe, Madrid • Negativo: Codex • Processo fotografico: ARRIRAW 2.8K (source) • Digital Intermediate: 2K (master) • Formato di proiezione: 35 mm (Kodak Vision 2383), D-Cinema • Produzione: El Deseo • Paese: Spagna • Anno: 2016 • Durata: 93′

sito web

Pedro Almodóvar Caballero
una breve biofilmografia
a cura di Alessio Galbiati

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