Afterhours: folfiri o folfox

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Afterhours01

Complesso scrivere di Afterhours dopo la notizia della presenza in autunno ad X Factor, nella veste di giudice degli orrori, di Manuel Agnelli: inutile aggiungere qualsiasi altra considerazione alla lista delle ovvietà già espresse sul caso.
Una voce invecchiata nella rabbia apre il disco, antepone se stessa recando un catalogo di sentenze dal piglio ammiccante, è portata avanti a fendere un’aria pesante e solitaria.
-La voce, la sua linea, persino le sue brevi licenze, segnano il disco.-
In principio l’atmosfera è letteralmente scanzonata, quadrata, senza spigoli, lascia indifferenti, vigila solo un cantato schietto che trascina nell’ascolto, un ascolto semplice.
Ci lasciamo facilmente ingannare da questo efficace prendere corpo del disco che va, subito stancamente, a percuotere e, date queste premesse, si ritrova a operare una svolta che si lascia dietro certo pop in una marcetta conclusiva da revanche sportiva, quasi a tirare giù la maschera, mostrando fiele e una pazza gioia che si mostra solo pretesa, pre-tensione.
Ogni inizio chiarisce le premesse d’un discorso, alcune sono portate avanti per essere poi annegate nell’affermazione.
Sparigliate le carte sull’utilizzo della voce emergono anche altri elementi, San Miguel guarda per ambientazione ai primi bellissimi lavori dei Bachi da Pietra, e ricorda anche alcune atmosfere dei VeneziA. I cambiamenti di dinamica compressi in spazi chiaroscuri, che portano esplosioni lunari ma mai oniriche, devono molto alle ultime uscite dei Verdena. Sembra, poi, che nell’utilizzo delle distorsioni ci sia qualcosa dei SUUNS e di Jerusalem in my Heart.
Siamo infettati e bruciati da molte buone cose di cattivo gusto, esce così fuori una lama che penetra in una climax che comincia a calare dentro un coinvolgimento emotivo di sempre maggior forza.
Sembra quasi che nell’intenzione del suono ci sia una volontà tra le righe di ribadire e correggere ogni sbavatura, non per riparare ad un errore, ma per esaltare la grandiosità del movimento nervoso che permette di tirare fuori la testa incastrata in una sciocca sinfonia di giocattoli.
Il primo disco arriva a chiudersi in un incedere serrato, alternato a movimenti melodici, come tagliare l’erba in un campo minato.
Una sensazione di rinascita che col piano rimanda a Tommy degli Who, una risalita claustrofobica, scandita da portati millenaristici e da una mistica fortemente antitetica alla retorica del Cristo in croce. C’è un continuo antiblico lirico che esalta. Nel secondo disco il cambio di passo già deciso si afferma portando a compimento certe suggestioni che potrebbero fuorviare su un banale-tribale, e che, invece, rimandano alla nenia di Freaks, un senso dell’uno fra i molti che spinge anche verso la deforme solennità del ripetersi macchinale, cavernoso, unisono di Eraserhead, col suo teatrino che marca il male della poca normalità che stringiamo fra le mani. Si chiede: meglio folfiri o meglio folfox? Rispondiamo: gobble gobble, one of us.
Accordo raggiunto che porta a un istante di silenzio.
Per poi ributtarci in una selva di allusioni piuttosto esplicite e gratuite, che risultano doverose in un paese, il nostro, abituato alla sensualità del riso in bianco.
E poi, ancora, una serie di considerazioni generiche, che spiccano immerse nell’imbarazzo che ci provoca l’insistere del cantautorato giovane-contemporaneo nella poetica del quotidiano, la cui inutilità è eguagliata solo dalla posticcia attualità delle sue implicazioni: parodia di un parosissimo mai esplorato.
Il cerchio è chiuso da un breve invito all’azione individuale di fronte alla logorante perché immobilizzante attesa data dalla nostra masticata cultura della speranza: che fare?
Gli Afterhours hanno dipinto un dramma, i pugni fuori dalle tasche tirati in faccia, nella nudità di suoni acustici costruiti per un orizzonte post-rivoluzionario, che travolga ogni determinazione con la forza del caso che invita a mediare la sofferenza e tornare a vivere.

 

Alessio Librizzi

30 giugno 2016

 

folfiri o folfox
Afterhours
Universal, 2016

 

Folfiri



Non voglio ritrovare il tuo nome
. Video scritto e diretto da Giacomo Triglia; Produzione esecutiva Tycho Studio;

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