Augusto Tretti e la Resistenza [trascrizione integrale]

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Quella che segue è la trascrizione integrale di un’intervista concessa da Augusto Tretti (1924-2013) a Lorisa Andreoli e Stefano Wiel, registrata nel 1994 a Lazise (Verona) nella casa di famiglia di Tretti, la stessa all’interno della quale si sono svolti molti dei suoi film. Il documento in questione, dal titolo Augusto Tretti e la Resistenza, fa parte di un archivio di quaranta interviste realizzate a personalità di differenti estrazioni sociali e culturali, tutte dell’area del veronese, unite nella Resistenza.
Nella trascrizione dell’intervista abbiamo cercato di mantenere il più possibile intatta la forma orale, con le sue digressioni e le piccole incongruenze, per lasciare inalterate la vivacità e lo spirito di Tretti. Chi ha avuto modo di conoscerlo e di godere dei suoi racconti sa bene quanto il suo modo di parlare somigliasse ad un’onda inarrestabile. Sempre timido nell’attacco, sempre introverso nelle prime parole, egli era in grado di trasformarsi nel corso di una conversazione in oratore instancabile, alternando considerazioni più ampie a fatti microscopici, sempre attento a sottolineare quei dettagli più bizzarri dell’animo umano che tanto lo divertivano.

Un’estratto delle presente trascrizione è stato pubblicato all’interno del volume Il caso Tretti, a cura di Domenico Monetti e Luca Pallanch, nella collana Quaderni della Cineteca Nazionale edita da Rubettino Editore (novembre 2015).

Augusto Tretti e la Resistenza è visibile sul sito nostro sito [pure all’interno dell’articolo], ed è stato anche pubblicato all’interno del quaderno Augusto Tretti, o dell’anarchica innocenza di un irregolare del cinema italiano, online da dicembre 2010 a cura di «Rapporto Confidenziale» e distribuito gratuitamente in formato PDF.
Negli anni «Rapporto Confidenziale» ha pubblicato un gran numero di articoli dedicati a Tretti e al suo cinema, materiali che vi invitiamo a consultare e condividere.

[trascrizione a cura di Alessio Galbiati e Roberto Rippa per «Rapporto Confidenziale – rivista digitale di cultura cinematografica»]

 

 

Augusto Tretti e la Resistenza
trascrizione

Posso iniziare a raccontare della mia esperienza antifascista da prima del 1943, dal ’42 e ’41, quando per forza di cose ero costretto ad essere un giovane fascista, un Avanguardista. A quel tempo frequentavo il liceo classico e ricordo che a scuola era quasi impossibile conoscere figli di contadini o di operai perché erano tutti figli di borghesi, di commercianti e agricoltori. Purtroppo ho memoria del fatto che, nella mia classe, la maggioranza dei compagni erano fascisti; eravamo giovani, non sapevamo niente. Nella mia classe c’erano solo due antifascisti viscerali: eravamo io e un mio amico, che si chiamava Zampieri Enrico, un ragazzo che negli anni a venire diventerà professore di Storia. Mentre gli altri stavano attenti ai bollettini che arrivavano dai fronti, la guerra era in pieno corso di svolgimento, aggiornandosi sulle sorti delle nostre truppe, sulle loro vittorie o sconfitte, noi due ci appartavamo – sempre da soli – e discutevamo contro la maggioranza della classe, senza che questa lo sapesse. Questi sono stati i primi contatti con l’antifascismo: eravamo gli unici due antifascisti di quella classe.
I raduni del sabato erano odiosi. Per me poi, che di temperamento ero un’individualista e antimilitarista al 100%, erano un qualcosa di insopportabile. Odiavo quelle adunate. Ricordo che il sabato pomeriggio, a volte anche la domenica, ci infliggevano delle adunate che avevano un’aria militare. C’erano dei comandanti, che di solito erano dei tenenti, dei capi manipolo, centurioni e via così, i quali ci comandavano come se fossimo stati dei veri soldati. In quelle occasioni avvenivano delle cose grottesche alle quali ci prestavamo unicamente per terrore e conformismo. Ricordo una volta durante la quale, dopo averci messi tutti in riga e inquadrati, si scatenò un temporale e all’istante tutto il nostro squadrone si dileguò. Ricordo che scappammo, tutti bagnati e in ogni direzione, per provare a metterci al riparo dalla pioggia. Ovviamente ci rincorsero, ci rimproverarono e ci dissero: «Pensate se i nostri soldati in Africa Orientale sapessero che avete paura dell’acqua!» [ride]. Durante queste esercitazioni avvenivano cose grottesche. Venivamo assegnati a istruttori che null’altro erano se non poveri diavoli, prendevano qualche caporale a riposo, qualche sergente di poco conto e questi ci addestravano a gettar le bombe. Ci insegnavano a tirare bombe a mano, nei giardini di Verona, con i sassi al posto degli ordigni. E ricordo la vergogna che tutti provavamo nel fare questa buffonata, perché la gente si fermava a guardarci. Dovevi prendere questi sassi [ride] e scagliarli dalla parte del nemico… questa era l’esercitazione premilitare!
Eravamo furiosi di non avere più il sabato, ma spesso anche la domenica, liberi dalla scuola: già allora serpeggiava, nascosto e quasi invisibile, un fortissimo senso di fastidio verso il fascismo, c’era già un clima antifascista.
Una volta sono scappato da queste stupide esercitazioni, ricordo questi centurioni che mi inseguivano e mi portavano indietro a forza, non senza avermi denunciato… perché c’era il tribunale militare per chi sgarrava durante l’addestramento premilitare.
Il primo vero odio antifascista l’ho avuto in queste occasioni.

Voglio però puntualizzare alcune cose. A quel tempo frequentavo una scuola borghese e non sapevo per niente cosa fosse il socialismo né, tanto meno, conoscevo nulla del movimento operaio. Leggevo solo qualche libro di storia, ma nei libri di storia, sotto il fascismo, si sa cosa c’era… Posso dire che a quel tempo non capivo niente di tutto quello che c’era davvero nel mio Paese, conoscevo solo la propaganda e l’indottrinamento fascista. Ma ricordo che era forte in me la sensazione che qualcosa d’altro doveva pur esserci, intuivo che c’era dell’altro… mi rendevo perfettamente conto che eravamo in una dittatura. Il primo barlume penso di averlo avuto mentre leggevo qualcosa sulla Rivoluzione francese… non ho una memoria chiara di cosa stessi leggendo, ma senz’altro si parlava di libertà e ricordo di aver detto al mio amico: «Guarda qua!» [indica le pagine di un libro]… «Da noi è tutto diverso!». Da quel momento ha iniziato a farsi largo in me la consapevolezza che la libertà esisteva, che esisteva qualcosa di diverso da quelle quattro balle che ci insegnavano a scuola; perché a scuola non si imparava niente: io non ho imparato niente al liceo classico.
La mia cultura politica e civile l’ho costruita fuori dall’ambiente scolastico dei professori e dei compagni di classe. Per natura non sono mai andato alle feste con i coetanei, non frequentavo i miei compagni di classe, non andavo alle festicciole, a ballare o divertirmi con loro. In un certo qual modo sono sempre stato un po’ anormale. Chi mi attraeva erano gli operai e i contadini. Questi ultimi, del resto, ce li avevo in casa – dato che la mia famiglia aveva un po’ di campi, due o tre mezzadri – e passavo molto tempo insieme a loro. In special modo frequentavo assiduamente un contadino, molto più grande di me, che era un antifascista già al tempo perseguitato e a lui facevo un sacco di domande. Facevo lo stesso con ogni muratore, imbianchino o piastrellista che passava da casa mia: li incalzavo di domande, volevo capire cos’era il mondo oltre il fascismo. Seppur inizialmente diffidenti, quando comprendevano la mia spontanea natura antifascista, questi si lasciavano andare e mi spiegavano le cose. È da queste persone che ho saputo dell’esistenza dell’ideologia socialista e del movimento operaio, questi sono stati i miei primi e veri Maestri, non i professori del liceo.

Questa è stata la prima fase della mia esperienza nell’antifascismo, poi purtroppo è arrivata la guerra.

Vorrei aprire una breve parentesi che, penso, possa servire a capire meglio molte delle cose che da quel momento accaddero.
La propaganda anticomunista fatta dai fascisti era così forte e invadente che anche la borghesia antifascista aveva paura dei comunisti. E l’avevo anch’io in quel momento. Io ero antifascista, avevo capito che c’era la libertà, però ero portato ad avere una maggiore simpatia per le idee liberali e socialdemocratiche. Erano riusciti a inculcarci il terrore del comunista che mangia i bambini, del comunista che ti entra in casa e porta via il pianoforte. Ricordo chiaramente di avere avuto anch’io queste paure. Era questa l’aria che si respirava. Di fatto non sapevamo niente di niente, eravamo ignoranti.

Chi mi ha fornito i primi elementi di formazione, oltre agli operai e ai contadini, è stato un avvocato liberale dal quale mi recavo con una certa regolarità, un avvocato che dopo la liberazione è diventato Senatore per il Partito Socialista, si chiamava Cantera. Come vi ho detto poco fa, i liberali erano, ai miei occhi, molto meno pericolosi dei comunisti e dei socialisti. Questo avvocato era un antifascista convinto, andavo nel suo studio e lui mi passava ritagli di giornale tratti da «L’Italia Libera» [Giornale ufficiale del Partito d’Azione; NdR]. Parlavamo moltissimo, ci sfogavamo, lo interrogavo su molte questioni e lui con passione – e tanta pazienza – mi spiegava le cose e mi diceva sempre: «Bravo Tretti!». Ogni tanto venivo a sapere che i fascisti erano andati nel suo studio, che gli avevano spaccato tutto o lo avevano arrestato; in una città di provincia come Verona, le voci circolavano velocemente. Alla fine veniva sempre rilasciato dopo pochi giorni, perché in fondo ai liberali era concesso un trattamento più tenue rispetto a quanto riservato ai comunisti, che davano molto più fastidio al regime e proprio per questo finivano con più facilità in galera.
Il fatto che prima del ’43 il fior fiore dei democratici italiani fosse detenuto nelle carceri fasciste, è stato un qualcosa che quasi nessuno sapeva, io l’ho saputo dopo, con molto ritardo. Ce n’erano quattro-cinquemila nelle carceri fasciste, detenuti con crudeltà, costretti a patire fame e stenti… vedevano la carne una volta all’anno… io li ho conosciuto dopo, perché all’epoca nessuno sapeva niente. Le carceri erano piene di anarchici, di socialisti e di comunisti che abbiamo conosciuto solo dopo il 25 luglio 1943, quando hanno aperto le carceri. E sono stati proprio loro a imbastire l’organizzazione per la Resistenza. Questa era gente straordinaria, di un coraggio e di un idealismo che oggi non esistono più.

Io purtroppo ero nato nel 1924, in giungo, e ho avuto la sfortuna di far parte dell’ultimo scaglione chiamato sotto le armi, quindici-venti giorni prima dell’8 settembre 1943. È stata una delle più brutte esperienze della mia vita. Mi è venuto un odio verso l’esercito, che definirei non normale. Per natura sono un individualista, odio i militari e potete bene immaginare cosa potesse significare per me trovarmi a vivere in mezzo a una guerra, sotto i bombardamenti, cosa significasse per una persona con il mio temperamento sentire continuamente ordini, impartiti da ogni tipo di superiore gerarchico, d’una stupidità assoluta. Abbiamo subìto un’istruzione forzata fatta di quattro balle in croce! In pratica ci facevano correre dalla mattina alla sera. Mi vennero la febbre e la bronchite! Ero veramente esasperato e per fortuna che è arrivato l’8 settembre, perché avevo quasi deciso di attaccar fuoco alla caserma! Mi avrebbero fucilato! [ride] Già da allora capivo l’imbecillità!
I soldati erano scontentissimi per la stupidità che erano costretti a subire e anche tra le reclute, tra i soldati, c’erano un sacco di antifascisti. Tutti ce l’avevano col Re, erano rabbiosi perché si vedeva l’inutilità di queste esercitazioni e si toccava con mano la loro stupidità! Ci facevano cantare la canzone «Viva il Re!», poi ci facevano andare di corsa, poi ci facevano vedere come si fa a salutare, poi ci mettevano il fucile in mano e ci spiegavano come si fa a caricare, ma senza cartucce! Ogni tanto arrivavano bombardamenti, scattavano gli allarmi e bisognava tutti scendere nei rifugi. Eravamo stanchi ed esasperati.

Poi, un giorno, arriva l’8 settembre e nella caserma scoppia una gioia spontanea. Me lo ricordo come uno dei più bei momenti della mia vita. Una gioia spontanea che travolse tutti: le giovani reclute e i più anziani, che avevano sul gobbo già quattro o cinque anni di prima linea in Grecia o in Africa. In quella caserma ho visto il tripudio più spontaneo e sincero ed elettrico che ci si possa immaginare. Ma mentre la gioia esplodeva, ricordo che tra me e me mi sono detto, «Ma adesso cosa farà la Germania? Cosa faranno i tedeschi?». E così ho cominciato a chiedere in giro, ma nessuno sapeva niente. Sentimmo il celebre discorso di Badoglio e in qualche modo dentro di me avevo previsto tutto quello che sarebbe successo dopo, la Resistenza e tutto il resto [ride]. Non mi fidavo più di tanto di quello che stava succedendo, avvertivo una forte tensione. Quella sera, però, andammo tutti a letto contenti. Successe però che, quella stessa notte, arrivarono i nostri ufficiali, quattro cretini, che ci fecero saltare dalle brande comunicandoci che la caserma era circondata dai tedeschi.
Trovarmi a Verona fu un’enorme sfortuna. Inizialmente ero contentissimo di essere a Verona perché ero nella mia città, ero vicino a casa. Ma fu una sfortuna perché la caserma di Verona non fu la sola ad essere accerchiata dai tedeschi, ma fu l’unica a opporre resistenza! In quelle ore ho provato le più grandi paure delle quali ho memoria. Ricordo i veterani con i cannoni puntati alle porte di ingresso della caserma, pronti a fare fuoco nel caso in cui i tedeschi avessero provato ad entrare, e noi reclute completamente privi di alcuna arma, senza niente, tranne la paura. Ricordo questi ufficiali che ci organizzano e noi che gli domandiamo cosa stesse succedendo, come ci saremmo dovuti comportare. In quei momenti nessuno sapeva quel che bisognava fare, non avevamo idea di quali fossero gli ordini ricevuti dai tedeschi e ci rendevamo conto che i nostri superiori non avevano la più pallida idea di come comportarsi. Ricordo un cretino di capitano che ci disse: «Voi andrete contro solo a chi vi verrà comandato!». Non sapevano niente neanche loro. A un certo punto cominciano le cannonate. La paura era veramente tanta, eravamo terrorizzati perché ci sentivamo come topi in gabbia. Sopra le nostre teste volavano aeroplani tedeschi. Le vecchie reclute rincuoravano le reclute, ho memoria di un vecchio soldato che mi ha fatto così [appoggia le mani sulle guance e si strofina il viso]. Avevo diciannove anni, avevo proprio una faccia da bambino. Per un giorno intero sono continuate queste cannonate e noi cercavamo in tutti i modi di capire cosa stesse capitando. A un certo punto ci dissero che i tedeschi erano fuori dalla caserma e che il colonnello non era intenzionato ad arrendersi. Allora tutti abbiamo incominciato a parlare male di questo colonnello: «Questo colonnello allora è proprio un cretino!», dicevamo [ride]. Volevamo arrenderci, per cavarcela, perché era una difesa a vuoto quella che ci era stata ordinata. Questa situazione è durata un giorno e una notte. Ripeto: io e tutto il mio reparto abbiamo preso una delle più grandi paure delle nostre vite. Ricordo che la mattina del 9 o del 10 settembre viene un ufficialetto, un tenentino, e ci da a tutti un fucile scarico e poi ci implotonano. Arriva l’ufficialetto e dice: «Allora giovanotti, se dovesse essere necessario vi darò l’ordine di avanzare alla baionetta!». Alla baionetta?! Quando i tedeschi hanno capito che da dentro era stato dato l’ordine di partire con un attacco… o forse quando i tedeschi lanciarono una cannonata all’interno… il nostro plotone si è istantaneamente liquefatto come neve al sole, sono scappati tutti in ogni angolo della caserma. Io ho buttato via il fucile, perché cosa avrei dovuto fare?! Tenere in mano un fucile scarico, essere un bersaglio potenzialmente minaccioso ma con il fucile scarico?! Ricordo i caporali che ci rincorrevano qua e là per rimettere in sesto il nostro battaglione.
Queste sono cose vere, che ho visto con i miei occhi.
Poi, per fortuna e finalmente, è stato dato l’ordine della resa e ho potuto tirare un sospiro di sollievo. A quel punto ci hanno rimesso in mano i fucili scarichi e ci hanno fatti sfilare davanti ai tedeschi a buttare le armi a terra, a consegnargliele in segno di resa. Due o tremila soldati, forse quattromila, presi da dieci tedeschi. I tedeschi avevano i carri armati davanti ai portoni di ingresso della caserma, erano armati fino ai denti, mentre noi non avevamo niente, eravamo completamente disarmarti. Poi ci fecero andare a dormire, ma non eravamo tranquilli per niente, non avevamo la minima idea di quali fossero le reali intenzioni dei tedeschi. C’erano i più anziani preoccupati di possibili deportazioni ai campi di prigionia in Germania, cosa che infatti capitò.
Ma vorrei farvi capire il livello di imbecillità dei nostri ufficiali che, in un momento così drammatico, quando la caserma si era arresa ed aveva consegnato le armi, quando tutti eravamo disarmati e mentre i tedeschi ci assediavano, non ebbero un’idea migliore che quella di farci svegliare la mattina all’alba, inquadrarci e farci correre, proseguendo l’addestramento come se nulla fosse successo. A quel punto abbiamo definitivamente compreso che eravamo nelle mani di un gruppo di cretini ed è cominciato il terrore, la paura di essere presi e spediti in Germania in qualche campo. In quel momento è saltato tutto, sono saltate tutte le gerarchie. La gente si toglieva gli abiti e girava in mutande, avevamo il terrore di avere la divisa addosso.
A questo punto dei miei ricordi c’è il mistero di quello che chiamiamo fortuna. Mi trovavo in quella situazione drammatica solo perché avevo fatto quindici giorni di militare, e questa è stata una sfortuna nera. La mia preoccupazione era dovuta al fatto che non avevo abiti borghesi e, pure con i capelli rasati, si capiva immediatamente che ero una recluta. Ricordo che avevo buttato via il cappello e la giacca, ero in pantaloni e camicia. Non avevo il vestito borghese e non sapevo come fare ad andare via, non si poteva mica scappare nudi. Ricordo che insieme a un gruppo sono andato verso una porta e su quella porta c’erano due tedeschi con il mitra in mano, ma questi, nel vedere l’esercito italiano ridotto in quelle condizioni, si sono messi a ridere. Allora anche noi abbiamo cominciato a ridere e intanto uno dei nostri ha preso la porta di uscita e dietro a lui un altro e un altro ancora, fino a che siamo usciti tutti. Altri soldati provarono a fare lo stesso, ma da altre uscite, e vennero catturati e arrestati dai tedeschi. Non c’è altra spiegazione che la fortuna per un fatto del genere: questa è Storia.
Una volta scappato e completamente terrorizzato, volevo andare a nascondermi nel cimitero che stava a fianco alla nostra caserma, ma lì ho scoperto che tutti avevano avuto la stessa idea. Ricordo che davanti al cimitero c’era una fila di frati che cercava di impedire alle truppe di entrare. Quindi ho pensato che l’unica cosa che potessi fare era di mettermi in cammino e tornare a casa, dalla mia famiglia. Ricordo le peripezie per le campagne, cercando di evitare di incrociare i soldati tedeschi che giravano per Verona – in quel momento i fascisti non esistevano, erano spariti. Portavo pantaloni militari e ricordo di essere giunto in una casolare di contadini dove incontrai una donna alla quale chiesi degli abiti borghesi. Lei mi disse che ne avevano già dati via sei o sette ad altri soldati in fuga come me, e ricordo un uomo che stava lì con lei che le disse di provare a trovare qualcosa. Tirò fuori un paio di pantaloni che erano quelli dell’ultimo mendicante di questa terra, ricordo questa povera donna che si mise a cucirli per riportarli un po’ in sesto [mima il gesto del rammendo]. Da queste cose capisci che la nazione era tutta antifascista: la popolazione ha aiutato tutti fin che poteva, spontaneamente e con coraggio.
Con questo paio di braghe e dopo varie peripezie, nella notte sono riuscito a tornare a casa. Lì ho saputo che mio padre era stato preso in Grecia e mandato in un campo di concentramento in Polonia.
Però in quel momento ero contento di essermi liberato dalla naia, da questo esercito maledetto nel quale non credevo, di questa guerra persa che non si sapeva che senso avesse.
Però la gioia è durata poco, perché sono subito iniziate le affissioni di manifesti con sopra scritto che i soldati renitenti alla leva avrebbero dovuto presentarsi immediatamente, pena la fucilazione. Dunque si è subito posto il problema di cosa fare. Ed è in quel momento che è cominciato il movimento partigiano, la Resistenza. Io al militare non ci sarei mai più andato, men che meno con i fascisti! E così, da quel momento, lentamente, è incominciata l’organizzazione partigiana della zona del Garda.

Un mese dopo l’8 settembre, un piastrellista – che sapeva che ero un antifascista ed aveva fiducia in me – mi ha portato a casa un uomo che non sapevo nemmeno chi fosse. Sapevo che dopo il proclama di armistizio di Badoglio era scappato, era stato liberato, ma non sapevo proprio chi fosse. Mi ha solamente detto, a fil di voce, «È un capo!». Piano piano ha cominciato a raccontarmi quelle che erano le strategie della Resistenza, il coinvolgimento dei giovani anche di sedici-diciassette anni e in quel modo è iniziata la mia esperienza attiva nelle fila della Resistenza.
La prima cosa da fare era quella di far scappare i prigionieri inglesi e qua, nella zona del Garda, c’era una buona organizzazione. Qui attorno c’erano molti inglesi e americani scappati dopo l’8 settembre e ricercati dai tedeschi. Allora si è formata, per merito dei comunisti che erano decisamente i più organizzati, la famosa catena. Bisognava prendere il soldato inglese, vestirlo in borghese, poi una staffetta lo portava ad un’altra staffetta e da lì a un’altra e poi un’altra ancora e avanti a catena fino ad arrivare in Svizzera. Così facendo in molti sono riusciti a eludere le ricerche tedesche. Dentro a questa organizzazione il mio ruolo era proprio quello della staffetta: ero incaricato di portare messaggi e lettere e per fare questo la Resistenza preferiva usare giovani studenti come me.

Ricordo un episodio, che avvenne prima dell’inizio della mia partecipazione alla Resistenza. Dovete sapere che quella del Garda era una zona rovente, avevamo Rommel qui a Lazise, stava alla villa dei Cedri di Colà, a due chilometri da qui. Ricordo che un ufficiale dell’esercito tedesco mi fermò chiedendomi chi fossi e mi disse di sapere che nelle nostre campagne, dopo l’8 settembre, c’erano un gran numero di soldati americani e inglesi scappati dalle carceri e che sapeva che la loro fuga era coperta dalla popolazione. Gli risposi di non sapere nulla di queste storie, che ero solo un ragazzo, ma lui aggiunse: «Io non ho tempo in questo momento, altrimenti li scoverei subito, ma se lei mi fornisse qualche indicazione noi pagheremmo in sterline!». «Senz’altro!», gli risposi. Voleva che facessi la spia!
Poi questo ufficiale non l’ho mai più rivisto, ma ho saputo molto tempo dopo che era morto sotto un bombardamento a Verona.

Mentre si formava la famosa catena partigiana, con l’ordine di far partire questi prigionieri, viene un partigiano, non ricordo più chi fosse, forse uno di Bussolengo, e ci avvisa che i tedeschi stanno provando a far passare tra le fila della Resistenza un uomo e una donna che si sarebbero finiti alleati inglesi. «Mi raccomando. Non ci cascate!», ci disse. Invece ci casca proprio un mio amico, un cretino, che quando ha visto questa bionda che l’ha un po’ sedotto, ha incominciato a fare i nomi. In quel momento sono iniziati i primi arresti, mandando in frantumi la prima catena. Ho rischiato anch’io l’arresto ma me la sono cavata, ancora una volta, per una coincidenza fortuita e rocambolesca.
Guido Bassi, un mio amico di vent’anni più grande di me, viene arrestato a seguito della soffiata di cui vi ho appena detto e viene portato nella caserma dei carabinieri di Bussolengo. Lui, per pura combinazione, sapeva che il gabinetto dei carabinieri dava su una corte dove abitava una persona che conosceva. Grazie al suo sangue freddo – aveva i nervi molto a posto –, mentre il maresciallo batteva a macchina il verbale delle cose che stava dichiarando, gli ha domandato di poter andare al bagno. Una volta in bagno si è buttato dalla finestra, ha avvisato quelli della casa dicendogli di far scappare Tizio e Caio, ha preso una bicicletta ed è andato via di corsa, credo rifugiandosi a Pescantina nella cantina del prete – perché tutti i piccoli curati erano per la Resistenza. Proprio in quel momento stavo andando a casa sua, ovviamente non sapevo che l’avessero arrestato – se fossi arrivato da lui mi avrebbero sicuramente fermato –, vedo un uomo in bicicletta avvolto in un mantello che con la mano mi fa il gesto di fermarmi. Quando si toglie il mantello vedo che è lui e così vengo a sapere del suo arresto, della sua fuga e pure di dovermela svignare al più presto. Insomma, mi ha salvato.
Guido Bassi è diventato il mio più grande amico: abbiamo trascorso quei due anni sempre insieme. Dopo la sua fuga dai carabinieri abbiamo trovato il modo di farlo scappare verso i monti del vicentino e, dopo alcuni mesi, è tornato qui a Lazise e da quel giorno siamo stati sempre insieme. Guido diventò il mio aiuto regista, quello che più di ogni altro mi ha dato una mano nelle realizzazione de La legge della tromba e de Il potere. Fino al giorno della morte non mi ha mai più abbandonato. Durante la Resistenza si sono formate delle amicizie veramente di sangue, qualcosa che non potrebbe mai succedere con una tale intensità in altri contesti. Tutti i pericoli scampati insieme nel corso di quei due anni hanno creato un’amicizia salda e profonda che è durata tutta la vita.

Insomma, questo è stato il mio primo impatto con la Resistenza.

Vedere il «Corriere della Sera» con il titolo «L’Italia è libera», è stato uno dei più bei giorni della mia vita. Subito sono andato in città con un contadino qualunque a festeggiare e, se si può dire, sono andato in una casa di tolleranza, in un casotto! [ride] Questo contadino non c’era neanche mai stato [ride] e continuava a ripetermi: «Non mi sono mai divertito tanto!» [ride]. Me l’ero portato dietro anche perché, siccome era uno robusto, avevo pensato che in quei momenti caldi era bene avere uno che sapeva anche muovere le mani. Mi ricordo la gioia, la festa che c’era dentro di noi. Però è durata poco, perché in breve tempo abbiamo visto che Badoglio non era come speravamo.

Tra le fila partigiane nascevano fortissime liti, c’erano preoccupazione e paura per i continui rischi che si era costretti a prendere. Era tutto molto pericoloso, bisogna capirlo quel periodo lì. Il Comitato di Liberazione Nazionale subiva sempre degli arresti, c’era moltissima confusione. Quello fu un periodo davvero confuso. Come staffetta ne ho viste di tutti i colori. Anche lì sono stato fortunato, in verità sono stato semplicemente fortunato in quel periodo. Venivo mandato con una facilità estrema di qua e di là… la staffetta di solito portava gli ordini da un comandante a un altro… oppure si portavano delle armi… per esempio io andava a Desenzano, da un amico che stava nella Guardia Nazionale Repubblicana, e mi facevo passare qualche pistola, qualche arma, e con queste infilate nello zaino passavo posti di blocco o mi inoltravo per i campi, cercando di evitare ogni tipo di controllo. Era pericolosissimo fare questo tipo di operazioni perché si rischiava la fucilazione sul posto o la tortura o il campo di concentramento.
Ovviamente ero renitente alla leva, la Repubblica Sociale aveva visto che non mi ero presentato alle armi e per questo ero ricercato sia dai carabinieri che dalla Guardia Repubblicana. E così sono cominciati i rastrellamenti anche in casa. Siccome sul Garda non esistono troppi posti dove nascondersi e siccome tutte le case erano piene di fascisti e di tedeschi, era molto difficile barcamenarsi. Anche qui in casa nostra, nella casa di un contadino qui a fianco, c’era un esponente della polizia politica fascista. Ce l’avevamo in casa! Perciò ci muovevamo con paura in un clima di arresti continui. Qui in casa mia ci sono stati sei rastrellamenti, tutti con l’obiettivo di arrestarmi. Arrivavano, accerchiavano la casa per vedere se riuscivano a prendermi, ma, per fortuna, ero sempre fuori.
L’ultimo rastrellamento è stato il più difficile, quasi mi pigliavano per davvero quella volta. Sei rastrellamenti, sempre della Guardia Repubblicana, che si andarono intensificando perché ormai sapevano benissimo che facevo il partigiano. Polizia, Brigate Nere, Guardia Repubblicana, tutti sapevano che ero un partigiano. Avevo un nome di battaglia che cambiavo spessissimo. Ogni giorno dovevamo andare a dormire in un posto diverso… un giorno ricordo che con il mio amico, il futuro aiuto regista Guido Bassi, andammo a dormire addirittura in una grotta sopra a un monte. Ricordo che era una vita estremamente logorante, perché via via tutti i posti diventavano col tempo insicuri. Era un continuo muoversi e spostarsi.
Anche nella zona del Garda si voleva dare vita a pattuglie partigiane che controllassero il territorio. C’erano le GAP per esempio [Gruppi di Azione Patriottica; NdR], composte da tre persone, ma avremmo voluto che fossero composte da più persone, cosa però impossibile perché ogni volta che ne veniva costituita una succedeva sempre che partivano gli arresti. Dove ci si poteva nascondere? Nei vigneti?!

Come staffetta avevo conosciuto due comandanti partigiani, perché qui nel veronese non c’è stato tanto, c’erano solo due manipoli di partigiani nemmeno troppo grossi, comandati da due comandanti che si chiamavano Tigre e Leone [sorride]. Tigre era uno studente universitario, uno coraggiosissimo, Leone era un muratore. Il comandante in capo era invece un dottore in legge, mi pare il Dottor Marini, che dopo la Resistenza diventò socialdemocratico.
Cosa facevano le staffette? Dovevamo portare viveri, medicinali, scarpe e anche persone – che per un qualche motivo non potevano più stare in pianura – ai Partigiani che si muovevano in continuazione nella zona del monte Baldo, continuando a cambiare posizione per via del fatto che in questa zona erano davvero scarse le aree in cui potersi nascondere con una qualche sicurezza. Solo nella zona dei monti Baldo e Brullo c’erano dei boschi. Veniva da me una persona, la portavo da un’altra persona che la portava da un’altra ancora: la famosa catena. È lì che si è detto che ero in contatto con gruppi anarchici, ma non è vero. Gruppi anarchici non ne ho mai conosciuti. Io ho conosciuto qualche anarchico: bravissime persone: uno era un calzolaio e l’altro faceva parte della famosa catena che portava alle formazioni partigiane del Baldo: si chiamava De Paoli, delle parti di Malcesine. Ricordo che questo anarchico che ho conosciuto era un uomo molto alto, simpatico… ricordo la sua parola d’ordine: «Aurora»! La prima volta che l’ho incontrato ricordo che si rivolse a me dicendomi: «Compagno, sai la parola d’ordine?». E poi mi fa: «Tu sei comunista Compagno?», gli risposi che ero un socialista e lui disse: «Insomma, sei un antifascista!». Dopo un mese lo arrestarono e andò in un campo di concentramento dove morì. Ecco come si rompevano le catene!

A questo punto vorrei aprire un’altra parentesi. La cosa bella della Resistenza fu che in quel momento era viva e presente e chiara l’unità nazionale. Non c’era il comunista, l’anarchico, il socialista… Eravamo tutti contro il fascismo! Ci si trovava nelle case di qualche antifascista, o sotto i vigneti, o per la campagna e nascevano delle discussioni animatissime… altro che al Liceo con quei quattro professori coglioni che avevo io! Lì ho imparato le cose per davvero. Ero incantato a sentir parlare queste persone… che avevano venti o trenta anni più di me… che avevano anni di galera sulle spalle… sentire queste discussioni di alta politica… c’era il monarchico, il cattolico… c’erano le differenze ideologiche ma tutti eravamo uniti, tutti erano così uniti che avevi per davvero la sensazione di capire cosa fosse la democrazia. E pensare che fino a poco tempo prima credevamo che fossero tutti dei delinquenti: sotto il fascismo non si sapeva niente di queste persone. In quel momento non ero ancora di sinistra, perché ancora vivevo con la paura del comunismo inculcatami dal fascismo, ma vedevo, con i miei occhi, ascoltavo con le mie orecchie, che questi comunisti erano tutto il contrario di quello che mi avevano detto. Erano fin troppo democratici, tolleranti. Gente straordinaria, idealisti di un coraggio incredibile… bisogna dire la verità, c’erano persone piene di coraggio in tutte le tendenze politiche, però i più bravi durante la Resistenza, devo ammetterlo, erano i comunisti.

Una delle cose che mi sono rimaste più impresse sono i repentini cambiamenti caratteriali delle persone. C’erano delle persone che prima erano dei conigli e per fede sono diventati dei leoni, ma c’erano anche persone che erano partite come dei leoni e si trasformarono in conigli. Al primo arresto di un amico, oppure dopo qualche tempo di galera, diventavano dei conigli e volevano solo cavarsela. C’era anche questo durante la Resistenza! È umano, perché nessuno nasce eroe. Questi comportamenti mi facevano una enorme tenerezza. Ricordo quel mio amico, Guido, quello che mi ha fatto da aiuto regista, che dopo l’arresto cambiò da così a così [fa il gesto di rivoltare il palmo della mano]. Ha avuto quattro o cinque mesi di paura… paura nera… non voleva neanche girare con la pistola addosso… «Ma guarda che ti fanno fuori lo stesso! Un partigiano disarmato non vuol dire niente!!!» gli dicevo sempre. Poi però, dopo cinque o sei mesi dall’arresto, la paura gli è passata ed è tornato quello che era prima. Anche in mezzo a tutti questi fatti c’è l’uomo, il dato umano del singolo. Anch’io ho avuto delle paure molto forti. Mi ricordo che mi arrabbiavo molto quando succedevano cose con non mi piacevano…
Per esempio, esistevano formazioni partigiane fuorilegge per l’organizzazione partigiana stessa; da queste parti è capitato che un drappello di partigiani comandi dal comandante Marosin. Questo Marosin era un uomo pieno di coraggio, quando incontravano i tedeschi li facevano fuori, erano molto coraggiosi e molto bravi nelle loro azioni. Però non ubbidivano al Comitato di Liberazione Nazionale, facevano quel che volevano e per questo erano stati messi fuorilegge dai partigiani. Lo fecero perché nuocevano alla causa. Questo drappello è capitato proprio in questa zona, a Calmasino, ed ha avuto uno scontro a fuoco con i tedeschi, uccidendone uno. E subito nacque un subbuglio molto grande. Ricordo che sono venuti a chiamarmi e mi hanno mandato, con questo mio amico, a controllare cosa stesse succedendo. Ma il mio amico si ribellò all’ordine, non voleva che andassimo solo noi due allo sbaraglio in una situazione oggettivamente piuttosto spinosa. Ricordo che ci fu anche il medico di Lazise che, di nascosto, andò a prestare soccorso a uno di questi partigiani che rimase ferito nell’azione. Fatto sta che i partigiani legali diedero, a Morosin e ai suoi, l’ultimatum di lasciare il territorio. Lo fecero perché questi arrivavano, facevano delle scorrerie anche a vuoto, mettendo a repentaglio tutta la vera organizzazione, e poi sparivano…
Un giorno capitò anche a me di trovarmeli di fronte. Un giorno vado a incontrare i miei amici partigiani in un posto che conoscevo e, invece di vedere loro, mi trovo davanti questi, armati fino ai denti, che non sapevo proprio chi fossero. Ricordo di essermi davvero spaventato… in un casolare, vedo facce nuove con in mano il mitra… mi domandavo chi fossero: fascisti camuffati da partigiani? Oppure altri partigiani? Vedete, questi erano proprio momenti tragici. Quando mi domandano chi sono, gli dico che ero passato di lì per salutare un contadino. Ricordo che uno di questi mi chiese i documenti e, quando stavo per darglieli, questo mi dice che non gli interessano e mi fa: «Se dovesse capitarci qualcosa, lei domani sarà il primo ad essere fucilato!». Allora gli chiedo quale autorizzazione hanno di farmi certe domande e questo mi fa: «Nessuna autorizzazione! Comitato di Liberazione Nazionale!». «Ma anch’io sono un partigiano!», gli risposti. Questi erano partigiani dissidenti con i quali era davvero piuttosto complicato avere a che fare. Poi, a un certo punto, hanno abbandonato la zona. Succedevano anche questo tipo di equivoci durante quei mesi.

Insomma, era tutto molto pericoloso. A quel tempo ero uno di quelli che andava ripetendo a tutti di non andare a trovare a casa la propria mamma o la fidanzata, perché era davvero un rischio, però poi a un certo punto anch’io volevo tornare a casa mia, in questa casa qua da dove oggi stiamo parlando. E allora torno. Un pomeriggio torno e, prima di andare dalla mia famiglia, passo da uno dei contadini che abitavano nelle nostre terre, a poca distanza dalla casa. Tutti i contadini erano amici miei, qui non c’era il rapporto padrone mezzadro, era diverso rispetto ad altri posti, c’era da noi una specie di socialismo… era diverso… quando sono dentro alla sua casa, proprio quella qui di fronte all’ingesso della casa della mia famiglia, vedo dalla finestra che sta arrivando la Brigata Nera… Porco càn! Vedo sbucare questi con il mitra… Avevamo l’odio della Brigata Nera, l’odio! L’odio è un sentimento che non ho mai provato ma in quel momento… «Questa volta ci sono», mi sono detto, «Questa volta mi prendono per davvero». Mi sono sentito perduto. In quel momento non ho detto niente a nessuno e, intanto, la Brigata Nera si è concentrata sulla casa padronale, quella da cui vi parlo ora. Mentre andavano alla casa dei miei genitori non sapevo proprio cosa fare, non ho parlato con nessuna delle tre o quattro donne che erano lì in cucina con me… Quello che ho fatto è stato di salire, in silenzio, nel fienile della casa di questi contadini. Là sopra non c’era tanto fieno, sarà stato meno di un metro [indica con la mano l’altezza del fieno]… non sapevo più dove andare, ero come una belva in gabbia che sente che verrà catturata. Cercavo di fare un buco nel fieno per infilarmici dentro, continuavo a raspare sul fondo cercando di scavare il più possibile, facevo cose anche stupide… avevo paura. Intanto sentivo che la Brigata Nera entrava in tutte le case. Mia madre l’hanno sbattuta contro il muro, mia sorella anche, e sono entrati dentro casa… un maresciallo della Brigata Nera è stato dentro casa tre ore. Hanno setacciato tutto, tutti gli anfratti, tutti i buchi possibili. Ci hanno sequestrato un binocolo [ride]… «Quello lo requisisco io che mi serve per i rastrellamenti!», così mi raccontò mia madre cosa gli disse il maresciallo. Cercano e cercano… ma questo Tretti non vien fuori! Allora hanno incominciato a setacciare le case dei contadini. Devo dire che mi sono salvato unicamente grazie alla presenza di spirito di una donna che è ancora viva, e vive qua a Lazise, una bella donna più anziana di me. A un certo punto viene su dalla scala del fienile e mi dice: «Siór Augusto, ghè i fascisti che gira per le case!». Tutta la sua famiglia era andata per campi, suo padre era andato perché se mi avessero trovato nascosto a casa loro rischiava di essere fucilato. I contadini appoggiavano la Resistenza ma non ne facevano parte. Avevano paura e questo era logico, la gente era tutta per noi però… [ride] Chi faceva la Resistenza era sempre una minoranza, gli altri avevano paura delle rappresaglie. Allora le ho detto di buttarmi del fieno addosso in maniera tale che, se qualcuno fosse salito con la scala, non mi avrebbe potuto vedere. Ma questo fieno era basso perché era aprile. Ricordo che la donna mi ha buttato del fieno sopra e mi ha pestato con i piedi. Non avevo la minima idea se fossi davvero nascosto o meno. Però, per salire su questo fienile, ci voleva una scala di quelle alte, di legno. Lei allora ha avuto la presenza di spirito di cavàr la scala e di nasconderla. A un certo punto arrivano sotto il fienile le Brigate Nere e le domandando come si fa a salire. I contadini allora… bravissimi, grandi attori, meglio di quelli nostri… hanno cominciato a fare la pantomima, a fare finta che questa scala non riuscivano a trovarla e così, questi fascisti, stanchi dopo tre ore di rastrellamento e vedendo la naturalezza dei contadini che cercavano questa scala, hanno rinunciato. Ecco la fortuna! Ma ho passato tre ore che me le ricorderò sempre! Il terrore! In quel caso si sarebbe trattato di fucilazione o tortura e io, alla tortura, non avrei resistito. Lo dico senza vergogna, perché ho un sistema nervoso fragile… non so… andava a finire che crollavo… oppure mi spedivano in un campo di concentramento…
Alla fine di tutto arriva una contadina che mi dice che le Brigate Nere stavano proprio cercando me, capite, mi disse che mi cercavano per ammazzarmi! [ride]
Ogni tanto questo ricordo mi torna alla mente, vivido, e mi dico quanto sono stato fortunato. Ecco, la fortuna, che non si sa che cosa sia.

Dopo la Liberazione vengo a sapere che hanno arrestato questo maresciallo e ho avuto il gusto di andare a trovarlo in carcere. Sono stato così stupido che non l’ho neanche denunciato. L’ho trovato e gli ho dato dello stupido, gli ho proprio detto: «Che cretino che sei stato, ero lassù sul fienile e voi siete stati tre ore in casa!» [ride]. Ho avuto proprio il gusto di andare a dirglielo in faccia a questo imbecille!

Durante questo anno e mezzo ne ho viste di tutte i colori. Per esempio mi è capitato anche questo… Oltre a fare la staffetta mi è capitato anche di far parte di un movimento spionistico. A Cavalcasselle c’era una persona… non ricordo più il nome, era l’intendente di una signora, un tipo che non era certo un’idealista ma era in contatto la missione militare alleata… con l’aeronautica alleata… con i bombardieri… quest’uomo cercava persone persone che gli indicassero l’esatta ubicazione di depositi di munizioni e roba del genere… Io, sempre con questo mio vecchio amico, quello che sarà l’aiuto regista de Il Potere, visto che era molto bravo a fare i disegni sulle mappe, mi ricordo che gli abbiamo segnalato un deposito di munizioni che stava vicino a Calmasino. Dell’esistenza di questo deposito eravamo venuti a conoscenza grazie alle indicazioni di un calzolaio che viveva proprio a Calmasino, il quale stava dalla parte della Resistenza e voleva far saltare il deposito. Però questo deposito era molto vicino alla sua casa… per cui lui era combattuto tra il gusto di far saltare in aria il deposito e la paura che gli colpissero la casa. Però ha prevalso lo spirito di Patria! [ride] E mi ricordo che ci disse di specificare agli alleati di non usare bombe grosse! [ride] Era umano! [ride] In quel caso la segnalazione andò a buon fine. Ricordo che stavamo su di un monte, io e il mio amico, e abbiamo visto un aereo degli inglesi, uno solo, che ha fatto una picchiata e ha sganciato due o tre bombe centrando una parte di questo deposito. Ricordo la nostra felicità! Ci sembrava di aver fatto una cosa grande. Eravamo tutti contenti.
Un giorno però succede che arriva un aereo inglese e butta delle bombe a Cavalcassele e colpisce la casa della spia, l’intendente della signora del quale vi stavo dicendo, il nostro contatto insomma. Noi allora un giorno andiamo a casa sua, perché volevamo far bombardare la strada che va da Malcesine a Navene e ricordo che il nostro referente era molto interessato a questa cosa, ci diceva: «È una cosa grande, si tratta di far muovere 80 fortezze volanti!» [ride]. Purtroppo però poi succede che una bomba colpisce proprio la casa di questo signore… da quel giorno è cambiato da così a così [fa il gesto di rivoltare il palmo della mano]… Si è preso una tal paura che quando siamo arrivati ci ha detto che non voleva più vederci e aggiunse: «Non collaboro più con un alleato che fa del terrorismo!» [ride]. È bastato colpirlo che è andata all’aria questa rete di segnalazioni. Ed è stato un peccato perché sarebbe stato comodo avere un aiuto di quel tipo. I partigiani ogni tanto chiedevano questo tipo di azioni, anche lanci di munizioni o armi o viveri… Ma da queste parti, questo tipo di lanci, non si è mai visto… ne hanno fatto qualcuno ma noi non siamo mai riusciti ad avere aiuti materiali dagli Alleati.

Un altro fatto importante del quale ho contezza, ma del quale ho però fatto parte in maniera davvero marginale, è stata l’azione eroica della liberazione di Roveda, un capo comunista, avvenuta a Verona. Durante l’assalto al carcere per la sua liberazione, avvenuta in pieno giorno, persero la vita quattro partigiani e due vennero feriti. Nella concitazione dell’azione lo stesso Roveda rimase ferito, quasi ammazzato per sbaglio dai suoi stessi liberatori. Ma l’azione andò a buon fine e riuscirono comunque a fuggire, addirittura in pieno giorno. Uno dei feriti lo portarono a casa mia. Seguii tutta l’azione perché: prima avevano rubato la macchina per fare l’evasione e l’avevano nascosta qui a casa mia… come nei film di gangster [ride]… e dopo avevo sentito su Radio Londra che patrioti italiani avevano liberato Roveda. Poco dopo la notizia arrivò il capo zona a dirci di non parlare minimamente della cosa perché era pericolosissimo, avremmo rischiato tutti la fucilazione immediata [ride]. Ci portarono uno degli attentatori, ferito e con una pallottola in corpo, e ricordo che mia madre non aveva niente da dargli da mangiare, aveva solo dei fagioli, «Signora va bene lo stesso, non si preoccupi»[ride]. Ce l’hanno messo lì, questo povero diavolo ferito. Era uno scultore simpaticissimo con il quale sono diventato amico… una volta finita la guerra ricevette la medaglia d’argento al valor partigiano. Io non dovevo saper niente di quello che aveva fatto, ma lo immaginavo benissimo… «Tu non sai cosa ho fatto!», mi diceva [ride]. È stato qui tre o quattro giorni e poi l’abbiamo portato in un’altra casa, perché qui da noi incominciava ad essere un po’ pericolosa la situazione, visto che non troppo distante viveva una spia fascista e incominciavamo ad avere il timore che in qualche modo la sua presenza in casa fosse un rischio. Poi non so quale sia stato il suo tragitto, ma in qualche modo se l’è cavata. Me lo ricordo benissimo: uno scultore, un ometto piccolo così e pieno di coraggio.

Dopo questo attacco si è intensificata la repressione: sono incominciati i rastrellamenti. La guardia della polizia fascista di questo territorio faceva parte della squadra politica e ricordo che era un uomo gelosissimo. Era spostato con una romana di trent’anni che sembrava un anfora [mima le curve della donna] e che trattava malissimo, proprio da maschilista. Io le ho fatto la corte, all’epoca avevo diciannove anni, e questa ci è stata perché odiava il marito. Mi sono preso dei rischi mica da ridere per stare un po’ con lei: ero un partigiano che andava con la moglie di uno della polizia fascista. Lei mi ripeteva sempre che, se ci avesse sorpresi insieme, ci avrebbe ammazzati tutti e due. Sono andato due o tre volte e basta, con la paura addosso perché sa’… le donne hanno un coraggio incredibile per queste cose… però io [ride]… essendo l’amante della moglie di questo fascista, sapevo le notizie… le domandavo e lei mi diceva chi avevano arrestato e chi stavano torturando. Ma poi non ci sono più andato… povera diavola questa qua… Eppure, durante i rastrellamenti, lei non mi ha mai denunciato, non ha mai fatto il mio nome.
C’era anche un’altra cosa comica. Questo era gelosissimo, di una gelosia patologica, e siccome mi credeva sbandato o faceva finta che fossi sbandato… perché magari voleva tenermi d’occhio… perché a volte da uno ne pigliano dieci… nutriva nei miei confronti una mal riposta fiducia. Qui in un dato periodo sono venuti i tedeschi, è arrivato un battaglione della Wehrmacht e ha occupato tutta la corte e la mia casa, erano trecento tedeschi… ed è stata una liberazione, perché quelli non erano delle SS… erano soldati semplici… odiavano un po’ i fascisti anche loro… «Finché ci siamo noi qua, i fascisti non vengono» mi ha detto uno… In quei pochi giorni ero felice, perché voleva dire che rastrellamenti non ce ne sarebbero stati. Ma questo tizio era talmente geloso che aveva paura che la moglie andasse con qualche tedesco e mi ricordo che mi disse di fargli sapere immediatamente se un qualche tedesco gli insidiava la moglie. «Stia tranquillo che ci penso io!» gli dissi… [ride] Ecco, cose che succedevano insomma! [ride] È successo anche questo.

Chi si è salvato dalla repressione, dagli arresti, dai rastrellamenti e così via, ci è riuscito perché aveva l’aiuto di tutta la popolazione e perché utilizzavamo un sistema di parole d’ordine, altrimenti sarebbe stato facilissimo beccarci uno a uno. Qua nella zona, con tutti i contadini, avevamo una parola, Erminia, per segnalare un qualche pericolo: la polizia, i rastrellamenti o le Brigate Nere. Una parola che faceva spavento quando la si sentiva [sorride].

Rispetto alle disquisizioni sul fatto della Resistenza come una guerra civile o di liberazione, io sostengo che fu una guerra di liberazione. Questo perché, se la popolazione non fosse stata a nostro favore, ci avrebbero presi tutti. Vi dico la verità: io non ho mai trovato né un contadino né un operaio che non ci avesse dato aiuto. La Resistenza era una minoranza, gli altri avevano paura, però l’appoggio c’era. Altrimenti ci avrebbero presi subito. Invece quando vedevano che il partigiano era braccato gli davano aiuto, lo vestivano, lo facevano scappare. Per quest’ordine di motivi io sostengo questa tesi. Non credo alla versione della guerra civile. La mia esperienza mi dice che la popolazione prestava sempre soccorso alla Resistenza, anche in questa zona, nel veronese e sul Garda, che era la più rovente.

Avrei voluto fare un film sulla Resistenza nella mia zona, mettendo in luce tutte quelle piccolezze umane, i piccoli tradimenti, le gelosie. Per esempio questo mio amico, che prima era l’uomo più coraggioso del mondo, lo arrestano – è stato bravo a fuggire e mi ha salvato anche a me – e dopo l’arresto era diventato un coniglio [sorride]. Poi, come vi ho detto, lentamente ha riacquistato tutto il suo coraggio. Come è scattata la cosa? Io l’ho capito, pur essendo più giovane. Con l’ambizione. Gli dissi: «Guarda che a liberazione avvenuta tu diventerai il daziale – all’epoca nei paesi c’era il daziale – di Lazise!» [ride]. Tra i partigiani c’era anche questo. C’era il partigiano idealista, che dava il tutto per tutto, c’era l’opportunista, che faceva il partigiano perché consapevole che questi avrebbero vinto.
C’era anche chi teneva i piedi in due staffe. Una volta ho avuto un colloquio con un piccolo industrialotto della zona che, poco prima, era stato minacciato dai partigiani del monte Baldo. Questo perché lui faceva affari con i tedeschi e giustamente i partigiani volevano qualche concreto aiuto da parte sua, altrimenti la brigata gli avrebbe presentato il conto. E allora un giorno lo troviamo per strada e il mio amico gli fa, «Va che sei sul libro nero!» [sorride]. E quest’uomo, sentendo quelle parole, ci ha invitati a casa sua a mangiare! Mi ricordo che era una persona odiosa, l’anti idealista per antonomasia. Aveva lì i tedeschi che lavoravano per lui ma ci ha voluto fare intendere che era un antifascista. Ogni tanto entrava in sala da pranzo una donna della sua azienda per dirgli qualcosa degli operai tedeschi al suo servizio e lui si infiammava contro di loro, davanti a noi, «Lazzaroni!» gridava. Faceva una gran scena per far vedere che era stato costretto ad averli lì. Aveva paura che i partigiani lo facessero fuori. Mi ricordo che ci ha messo in mano duemila lire, «Per il movimento!» [ride], ma non erano né tanti né pochi. Ci ha offerto un pranzo abbondante, voleva rimpinzarci proprio per far vedere che sosteneva la causa, ma era tutta paura la sua. C’erano anche questi, mi ricordo, e mi veniva da ridere.

Tutti questi fatti li avrei voluti raccontare in un film, erano cose molto scottanti all’epoca.

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