The Velvet Underground: The Matrix Tapes

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Velvet Underground

Ho messo le mani sulle Matrix Tapes da circa 10 giorni, prima d’allora non ne avevo mai sentito parlare.
Si tratta delle registrazioni dei concerti tenuti dai Velvet Underground al Matrix di San Francisco tra il 26 ed il 27 novembre del 1969. Registrazioni pubblicate, a causa di noiose controversie legali, solo un anno fa integralmente.
Il 1969 vede i Velvet Underground, dopo l’uscita di John Cale, impegnati nell’affrontare un lungo tour da costa a costa degli Stati Uniti, suonando spesso, come d’uso all’epoca, almeno un paio di set a sera, in piccoli/medi club, a volte di fronte ad un pubblico che vorrebbe solo ballare ovvero, come oggi, cercare quella spossante leggerezza chiamata relax.
Queste cassette contengono ben quattro set, nei quali sentiamo pressoché tutto il repertorio dei Velvet Underground precedente a Loaded!, con qualche puntata su Sweet Jane e Rock & Roll.

Questo il quadro.

L’esordio lascia intendere la spezzatura e il senso di straniamento dato sovente dai primi ascolti dei Velvet Underground, sembra d’essere sotto l’egida d’un sogno vivido, che riporta ai simboli d’una città sporca, la nostra città: l’asfalto caldo, andare su e giù, uptown-downtown, col fetore dell’immondizia che sale su per le narici e la voglia spavalda d’affrontare la paura e il senso di negazione dei palazzi, sentire cadere le torri (Air fish – Viale Lazio). La schiettezza cafona delle strade che risputano ogni differenza nell’emarginazione e allo stesso tempo la voglia di mostrarsi e d’ostentare quella suprema volontà d’esser altro.
Il linguaggio, di suoni e di parole, ricorda un calembour che affonda in richiami, più o meno espliciti, a Rimbaud, e nel passeggiare ansiogeno di Céline, sono dolci tremori o puttane, che si riconoscono in un ballo assorto e ripetitivo.
Se da un lato troviamo il sogno, che prende corpo nella velocità, nel movimento, che si rapporta al tempo, dall’altro abbiamo la sostanza di questo sogno, il tempo è bevuto in un incedere che s’alza in vaporose nuvole alcoliche, che aprono uno spazio che ammicca a certa psichedelia inglese, che segnerà poi il decennio che s’aprirà di lì a poco. Ogni sbavatura si fa in questo modo necessaria a riportare le idee ai corpi.
Una serie di parole infilate senza riprendere fiato, che gocciolano suono, mentre si forma una pasta croccante di suoni quasi concreti, i cui segni sono distorti e non cretti, lontanissimi da tutto ciò considerato medio e umano, suoni che tagliano le pieghe d’un uditorio il cui silenzio spezzato da qualche urlo o timido applauso, anche se solo a tratti, riflette quel sentire disorganico che tenta di eludere quello che spesso risulta un groviglio di ambienti differenti, poi accomunati da un unico filtro: bianco, nero e rifiutato. Uno scandire gestuale, di bocca. Un senso estraneo partorito dalla normalità.
In questa massa di suoni trascinati, in questa ripetizione convulsa di figure normalissimamente fuori schema, in queste camminate, s’aprono le vene e scoprono un’ossatura dura, provata dal ripetersi sugli schermi, in ogni ora del nostro novecento, di politici alternati a spari, notiziari contro la banale aritmetica del suono, non riconosciamo ammiccamenti e ritornelli.
Se in alcuni passaggi Moe Tucker manca quasi del tutto, in altri, finalmente, le si rende giustizia, il suo suono ha formato la fame e la sete di generazioni di ragazzi chiusi nelle loro stanzette blu. Il ritmo dei Velvet Underground è un vaudeville di immagini d’agglomerati di case senz’aria, senza icone, nelle quali ogni sussurro per esser tale deve farsi urlo, è una New York che non ha bisogno di saper cantare, avvolta in un sudra che trasuda sarcasmo.
I 36:54 minuti di Sister Ray sono una serie di porte chiuse in faccia alla linearità aperta da una versione di Ocean che si risolve nella disperata solitudine che accomuna la sabbia dell’Atlantico, del Pacifico e del Tirreno: ogni spiaggia ha un suo richiamo cui prestare orecchio.
In fondo, al centro della notte, sono dei set pop, divertenti, con picchi alti, sostenuti dai racconti degli orli meglio ricamati del reale, lontanissimi dalle casette a schiera della buona periferia di Chicago e con la testa immersa nelle notti passate lontano da Bunker Hill, distesi sulla sabbia.

 

Alessio Librizzi

 

 

velvetundergroundmusic.com

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