The Conjuring 2 (The Conjuring – Il caso Enfield) > James Wan

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Conjuring01

 

Un’estate non troppo calda questa estate.
Arrivano, come usa in questo periodo, nei nostri cinema, sonnecchianti e freschissimi, gli horror americani, mediamente, e in genere, nulla più che sbadigli fritti, ripassati nello strutto, parrucche cotonatissime. Ricordano nell’estetica i ristoranti, i bar, che aprono (e spesso fortunatamente chiudono) in questi anni nel centro godereccio di una Palermo priva di sussulti: alcuni, abbandonato il popolarissimo titolo di trattorie, si autoconferiscono un più globalmente artigianchic prêt-à-porter dal nome bistrot. Involucri nuovissimi, arredati similmente da Stoccolma a Catania, che a un prezzo doppio, al prezzo d’ogni storia, offrono un bel pacchetto comprendente: arredamento plasticoso, sinuoso, che strizza l’occhio al grafico più milanese, tutto bianco, tutto pulitissimo, asettico, parquettato, un sacco di soldi, imprenditoria libera, oltre Ikea, oltre Leroy-Merlin, siamo i figli dei socialisti anni ’80, prorompenti anzi impetuosi, -“erano i socialisti!” scandiva una crepuscolare e divissima Sandra Milo-, e oggi siamo europei contro l’euro, scontrinofili, ovunque serviamo l’aperitivo, il cicchetto, il margarita, il mojito, tequila e un dito di limone, insomma quelle cose che sai o che pensi che non ti faranno mai male perché sono già macerie. I professionisti dell’antimafia.
Quel mappazzone di gelato fatto col preparato in polvere, playlist indie tardo anni ’90 in filodiffusione (-questo un lemma escluso dal lessico andante perché non abbastanza trasandachic-), evviva i Blur!, e i discorsi sulla qualità oltre la linea e lungo i lavandini bianco splendidosplendenti. La primavera è finita, ma forse la vita comincia così. Andare camminare lavorare quindi bere fino a star male, in italiano credo si dica divertirsi, o andare al cinema?

Dicevamo. Con poche aspettative mi sono accomodato su una morbida poltrona a fitta trama sintetica d’un multisala che odorava di riscatto dall’edilizia popolare, e che invece ne è una sorta di cattedrale consacrata al consesso di pochi intimi: sei coppie, quattro ciarlone, una in cerca di un bagno dove ripassare il collutorio. Personcine stinte in un mare di iodio.

Di James Wan conosco solo Saw, un’idea buona, messa in scena all’americana. Un film dimenticabile. Il preconcetto è quello d’assistere alla prova d’un buon mestierante insomma. Invece questo film riesce ad andare ben oltre il buon prodotto d’intrattenimento e questo nonostante la manifesta assenza di qualsivoglia intenzionalità direttamente politica. Esiste un’ideologia dell’estetica: etica è estetica.
Piacevolmente insolito che un film di genere sfori i canonici 90′, i 3:30 della canzone d’amore nazionalpopolare, superando senza alcun calo di tensione le due ore. La sensazione è quella d’assistere ad una prova filmica travolgente per gusto e scelte: una cura maniacale nella disseminazione in secondo piano di tutta una gamma d’oggetti anni ’70, ogni cosa è al proprio posto e fa dimenticare qualche accordo di pianoforte qua e là stucchevole, e il muoversi della telecamera dentro e fuori i personaggi, alle spalle, a volte a spalla, e non per assecondare dogmi artistici melanconici, ma del tutto al servizio dell’ostentazione emotiva, senza disgusto, per creare delle climax che preparino all’epifania del demone, vissuto senza esagerarne la presenza.
La caratterizzazione che il film riesce ad esibire, con momenti a volte volutamente caricaturali, da sit-com puritana (alla Settimo Cielo), presenta due famiglie: da un lato degli orrendi cattolici americani, faccia tiratissima e allampanata sognando California, inconsapevolmente ma palesemente, truffaldini forse cialtroni, sicuramente fanatici, ridicoli battuta su battuta; dall’altro una famiglia media inglese, mediamente problematica, mediamente felice, mediamente working class hero, quel sottobosco familiare utile a rendere più agevole l’immersione.
Due famiglie, due trame che corrono separate dal prologo, esplicitato, fino ad oltre metà film per poi congiungersi attorno al caso Enfield.
Sullo schermo è proiettato un saggio dei colori emotivi dell’umano, serviti senza un utilizzo massiccio degli effetti speciali, che quando saltano fuori assumono quasi una connotazione acustica, rifuggendo il celodurismo wachowskiano.
Presenti tutti gli stilemi classici del genere, ripresi senza noia.
La parabola cui s’assiste è lineare e per questo confortevole, ogni parola sulla trama, ancor più del solito, risulterebbe mera cronaca.
Presenziamo ad un buio a volte pastoso e poi, sulla scorta d’una macchina in corsa, un cambio di luce, verso un chiarore d’aurora e poi di sole etereo. E ancora, la presenza dei corpi nella stanza vive una sua geometria d’un irregolare quotidiano, come il lavoro, è un ricamo punto a punto del classico, dalle corse dei ragazzini, ai mattoni della scuola, al lerciume delle stanze di queste case suburbane inglesi, non c’è nulla di nobile oltre le crepe dei muri dall’intonaco grattato dal tempo.
La storia è vera e sullo schermo c’è un che di cinema verità, senza alcun intellettualismo etico. Una verità che non ha nulla di didascalico: insistere e centrarsi su un vocabolario abusato, perché costituito di concetti quali famiglia, genitorialità, salvezza, infanzia, una scelta che facilmente avrebbe deviato al peggior incubo da plastico della seconda serata della tv nazionale, invece, nonostante un doppiaggio italiano che, come spesso accade, lascia interdetti, non va a rivangare quella lunga linea sarcasticamente percorsa dalla fantasia di Germi nel finale pietra tombale di Sedotta e abbandonata fino ad oggi, fino alla nostra tragica mancanza di fantasia (Fulvio Abbate Pantocratore), di un talk show pomeridiano, di una diretta dalle vacanze della starlette del momento: casa, chiesa e discoteca.
La nostra un’epoca che si fa notare piacevolmente quando assente nobilitando la sufficienza.
A volte i ricordi di tempi che non abbiamo mai vissuto, ma rivisto, riletto, ci assalgono senza un perché definito. Non è nostalgia, ma senso della prospettiva, durissimo realismo.

Alessio Librizzi

Conjuring02

 

The Conjuring 2
(titolo italiano: The Conjuring – Il caso Enfield / USA-Canada, 2016)
Regia: James Wan
Soggetto: Carey Hayes, Chad Hayes, James Wan
Sceneggiatura: Carey Hayes, Chad Hayes James Wan, David Leslie Johnson
Musiche: Joseph Bishara
Fotografia: Don Burgess
Montaggio: Kirk M. Morri
Scenografie: Julie Berghoff
Costumi: Kristin M. Burke
Interpreti principali: Patrick Wilson, Vera Farmiga, Madison Wolfe, Frances O’Connor, Lauren Esposito, Benjamin Haigh, Patrick McAuley, Simon McBurney, Maria Doyle Kennedy
134′

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+