Taccuino: Ypsigrock 2016

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Vetri tirati su per il caldo, attraversi l’autostrada, a guardarsi attorno sembra autunno, invece sono stati gli incendi a colorare di rame i denti di questa lingua d’asfalto che lambisce il mare, di paese in paese, orrendi caseggiati senza storia, poi la centrale elettrica, senza luci, e poi ponti, saliscendi, lamiera, il casello, odore di primissima repubblica.
Già dall’uscita autostradale s’avverte la diversità della collina castelbuonese. La statale costeggia una cava, vigne, casette via via sempre più umane, fin quando, superato il cimitero, ultimo lascito della realtà, non si comincia a scorgere il Castello.
Superato il paese e la stradella di montagna, che abbraccia una campagna brulla e consolante, San Focà, metà santità, metà allusione: una pineta che appartiene ai cinghiali, che invadiamo una volta l’anno, tanto per far capire che esiste qualcosa oltre lo scoutismo.
Ypsigrock si distende per quattro notti.
La prima non accade nulla: arrivi, monti la tua tenda, un arcobaleno decathlon prende corpo, qualcuno urla “VALERIO!”, poi magari scendi, cominci a buttare giù Rum, Tequila, Donna Laura (24 bottiglie una tantum), forse una pizza, risali: parte l’orrendo djset di benvenuto, che si presenta nell’unione Moderat-Albano&Romina, non sono mai stato così certo della pochezza della simpatia. Poi, due chiacchiere alle panche, oltre le fronde ti accorgi delle stelle, ovvietà, ovvietà, e balliamo, una coscia qua, un bacetto a manca, chi s’infila in tenda, che si tira indietro, si fanno le sei, rientrammo per non veder ancor le stelle, a dormire.
Venerdì, primo giorno di concerti.
Torno al mare, evito la calca, scarto uno dei ricordi d’infanzia, quella zona è mia: Finale di Pollina mostra un proprio pezzo di trasparenza: pietre, pietroni, scogli, una leggera brezza salina, l’anonimato delle cinque persone che mi circondano, non c’è molto da dire.
Oscar: tra l’anonimo e l’improbabile, un po’ come l’omonimo concorso filmico.
The Vryll Society: tra l’anonimo e l’improbabile, fotocopia, solo con un tastierino fastidioso in più.
Mudhoney: “La serie A si riconosce immediatamente”, un set cattivo, SubPop spegne la nostra santa sete, molti brani da SuperFuzz BigMuff, e il pubblico risponde, scarica elettricità, cerchi concentrici tra una spallata e l’altra, e urla, e senso che liquida l’atmosfera, un concerto che da solo regge la prima serata.

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The Vaccines: danno il senso dello sconforto che si ha quando s’attraversa un centro commerciale, forme di ripetizione acchittate, le facce delle famiglie, l’angoscia della dispersione in forme preconcette.
Dopo il concerto la piazza: Rum, ancora Donna Laura, e una partita a carte, mi costringono a guardare negli occhi chi mi paga da bere, mi getto in un paio di lampare.
Poi la festa al camping, con l’intenzione di riposare gli occhi troppo utilizzati, mi metto un paio di minuti in tenda e finisco per svegliarmi il giorno dopo: eccitante.

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Sabato, secondo giorno.
Molti pensano che in Sicilia ad Agosto le condizioni climatiche richiamino quelle dell’africa subsahariana, da tre anni a questa parte Ypsigrock smentisce questo luogo comune: arriva la pioggia, una pioggia anche scazzosa perché indecisa, e il freddo, e il vento, manca solo il cielo d’Irlanda.
Niagara: un occhio ai Justice, un altro ai Daft Punk, un altro ancora ai Fuck Buttons, e lo strabismo è servito. Tutto assieme un po’ sovrapposto, incollato, poca sostanza. Finire un set elettronico con lancio di coriandoli: dove son finiti i tempi MD, per Giunone?
Grandbrothers: imbarazzanti.
LUH: carucci e poco altro, un indie come un altro.
Crystal Castles: set grandioso. Confesso che ero molto scettico prima del concerto, i loro dischi suonano ammiccanti, molto dance-pop o singoloni top40, invece il live è oltre ogni aspettativa: potentissimo, dritto, uno schiaffo in faccia. Edith Frances ha un carisma enorme, non le si possono staccare gli occhi di dosso, rosa angelo del male.

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Dopo il concerto: alla tenda più verde che esiste.
Domenica:
Giant Sand: classica situazione da Ypsig, arrivi a un concerto senza avere la minima idea di cosa vedrai e scopri un batterista che ha collaborato con Bob Dylan e Alice Cooper, che sta da decenni in questa band che ti fa amare ancora l’adolescenza vergognosamente capellona che avevi sepolto tra Led Zeppelin, Johnny Cash, il Delta, un set che ti rimette in piedi, e poi Howie Gelb, cappello da cowboy, sguardo torvo, sembra tutto assurdo, ma nelle fattezze, nelle persone, ciò che conta è come si sta in piedi. E adesso giù a comprare qualche loro disco.

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LIM: suono che si espone in toni emotivi che passano dalle lacrime significate, alle carezze affettuose. Non c’è alcun regime di plastica, resta solo un volo sospeso che consegna ad un livore commosso.
Willis Earl Beal: imbarazzante.
Minor Victories: generalmente i supergruppi non funzionano, in questo caso non è così, a tratti manca sostanza, ma c’è una solidità di fondo che lascia spazio alla curiosità.
Savages: i loro lavori in studio lasciano solo intuire, per colpa di una produzione oscenamente occhiolino-pop, la carica punk del loro concerto, dentro c’è Patti Smith, ci sono i Suicide (suonano una bellissima cover di Dream Baby Dream, che hanno anche registrato) i Ramones, gli Stooges. Qui la ripetizione trova sostanza in una qualità propria, nel senso del suono, frasi scandite e urlate in una semplicità senza slogan, solo spontanea, la sincerità più vera è nell’elettricità di una chitarra che costruisce un muro di suoni senza retorica, caleidoscopio di possibilità esplorate, e come impazziscono basso e batteria, per poi stendersi, una morsa, un gioco di raggi che corrono in cerchio. La loro cifra è il live.

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Daughter: prendete una band indie pop con qualche accenno elettronico, prendetene altre sessantasette identiche, darsi un tono senza colpo ferire, prendete la noia e andate via.
Dopo il concerto: una lite mi lascia solo. Siedo alle panche, tra i fossi scavati dai cinghiali, attorno chiacchiere allegre, e storie divertenti, di stranezze, di fantasmi, che raccontano come si può essere lontani dal suono che taglia l’aria. E poi il freddo dell’alba mi tocca le spalle, tamburellando con le sue dita, un anello per mano, una scelta a caso. Devo guidare, indosso un maglione trovato in casa e vado a dormire. Il difficile è lasciare andare, lasciar correre. Al mio risveglio, sorrisi, ave, gloria. La lieta sorpresa d’una pasta offerta e crudissima e poi torno a Palermo, lentissimo. Esordio del reducismo.

 

Alessio Librizzi

 

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