Babamın Kanatları (My Father’s Wings) > Kıvanç Sezer

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Ibrahim e suo nipote Yusuf lavorano come manovali in un cantiere di Istanbul dove si sta realizzando un imponente quartiere residenziale.
Ibrahim scopre di soffrire di un tumore maligno ai polmoni. Yusuf, è ambizioso e fiducioso nel futuro. Ibrahim, a dispetto della malattia, è costretto a continuare a lavorare per poter pagare per la casa assegnata a lui e alla sua famiglia dopo che la loro è stata rasa al suolo da un terremoto pochi anni prima. Ma i soldi non bastano mai. La sua malattia o un suicidio potrebbero garantire alla sua famiglia i soldi necessari per andare avanti?

L’orizzonte è cemento, acciaio e cemento. Opprimente, a perdita d’occhio. Orizzontalmente e verticalmente.
È Istanbul, anche se da questa prospettiva potrebbe trattarsi di qualsiasi parte del mondo, e i cantieri che si moltiplicano sono simboli di potenza, di sfruttamento del territorio e dei lavoratori, di un malinteso senso del benessere, di megalomania.
E poco sembra importare se per poter abitare due o tre locali in quei mostri incombenti occorre indebitarsi per decenni.

Kıvanç Sezer parte da queste immagini per raccontare chi sta dietro quei palazzi, chi anima quei cantieri: operai, manovali intercambiabili che, in cambio di poco più che una manciata di spiccioli, erige monumenti alla speculazione dove loro non potranno mai abitare.
Sono Ibrahim, suo nipote Yusuf e Rasul.
Il primo è costretto a trascurare una grave malattia appena diagnosticata – in ritardo perché assentarsi dal lavoro significa rischiare di essere sostituiti – per continuare a lavorare e garantire alla sua famiglia, ormai presente solo attraverso Skype, quanto serve per sopravvivere e pagare l’affitto della casa che è stata concessa loro dopo che quella che abitavano è stata rasa al suolo dal terribile terremoto avvenuto nella regione di Van nell’ottobre 2011, che causò centinaia di morti e la distruzione di più di 11’000 fabbricati. Ibrahim è stanco e ha perso qualsiasi prospettiva, riducendosi ad essere un automa costretto a non concedersi alcuna sosta, e dimostra almeno 20 anni più della sua età.
Suo nipote Yusuf è ambizioso: vede il suo futuro nel campo dell’edilizia e conta di fare il grande salto lavorando come capomastro, mentre sogna un futuro con la sua fidanzata Nihal. Rasul da par suo capomastro lo è e ha quindi già un ruolo nella gerarchia dei cantieri, anche se il suo compito si riduce al tentativo di velocizzare i lavori al limite dell’impossibile per potersi procurare un altro appalto al più presto.
Mentre gli scheletri di acciaio e cemento si alzano, poco lontano le baracche destinate agli operai svelano la disparità causata da un’economia feroce e ormai morente, che nei suoi ultimi colpi di coda miete ancora molte vittime. Persone che, anche da morte, stenteranno a trovare il riconoscimento che spetterebbe loro.

 

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Kıvanç Sezer, qui al suo debutto nel lungometraggio dopo avere studiato a Bologna come montatore – professione mai esercitata ma risultata utilissima in fase di regia – ed avere lavorato sui set di Özcan Alper, è interessato soprattutto a mettere in evidenza la disparità sociale nella moderna Turchia, dove almeno tre lavoratori al giorno muoiono per incidenti evitabili, posando il suo sguardo sulla iper cementificata Istanbul, dove la classe operaia è indiscutibilmente vittima di più carnefici. Utilizza tre storie personali per riflettere su un intero popolo non rinunciando mai all’introspezione psicologica in un’opera che utilizza il personale per trasformarsi in politico, accomunandosi in questo al migliore cinema d’impegno, e che a tratti sembra prendere a prestito gli stilemi del thriller in cui a minacciare non è però un essere in carne ed ossa ma un’economia impalpabile nella forma ma sempre più feroce e aggressiva e le vittime migliaia e migliaia di lavoratori.

Ottimamente fotografato da Jörg Gruber, che fa sentire l’oppressione e l’incombenza minacciosa delle costruzioni in corso, scritto dal regista stesso con un ritmo che non cede mai alla tentazione della fretta, ottimamente interpretato dal veterano Menderes Samancılar, con Musab Ekici e Tansel Öngel, Babamın Kanatları è un film i cui elementi si fondono alla perfezione restituendo l’angoscia dell’ingiustizia e della ferocia di una situazione che non si limita ai luoghi e al tempo del film ma si estende all’intera nostra epoca.

Una prima prova precisa e molto potente da un autore degno di grande interesse.

Roberto Rippa

 

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Babamın Kanatları
(titolo internazionale: My Fathers’s Wings. Turchia/2016)
Regia, soggetto, sceneggiatura: Kıvanç Sezer
Fotografia: Jörg Gruber
Musiche originali: Bajar
Scenografie: Rabia Kip
Montaggio: Umut Sakallioglu, Kıvanç Sezer. Supervisore: Andrew Bird
Produzione: Nar Film
Produttore: Soner Alper
Interpreti principali: Menderes Samancılar (Ibrahim), Musab Ekici (Yusuf), Kübra Kip (Nihal), Tansel Öngel (Resul)
101′

 

Kivanc Sezer

 

Nato nel 1982 a Ankara, Kıvanç Sezer si è laureato in bioingegneria presso la Ege University. Dopo un soggiorno in Italia, dove ha seguito corsi di montaggio presso la Cineteca di Bologna, ha fatto ritorno in Turchia, dove ha lavorato come assistente alla regia per programmi e documentari televisivi. Ha realizzato un documentario, The Children of Tarabim, e un cortometraggio, How Much, sull’identità di genere. Babamın Kanatları è il suo primo lungometraggio e il primo capitolo di una trilogia dedicata al tema del mondo immobiliare.

 

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