Ma Loute > Bruno Dumont

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Va bene tutto però dopo un po’ uno si annoia, si infastidisce. Ma Loute parte anche bene, per mezz’ora il film è piacevole e divertente in tutte le sue eccentricità; c’è la critica sociale, c’è uno sfondo politico (ma anche Grease è politico!), ci sono le solite derive umane di Bruno Dumont. Però poi hai la sensazione che il regista ti molli per strada, che si dimentichi che tu sei lì, come un fesso, seduto in sala a fissare uno schermo enorme in una sala semideserta con qualche altro poverino che ha provato il brivido del film francese pazzariello proveniente da Cannes. E finisce che con il sopracciglio alzato osservi un grande obeso volare nel cielo con un effetto visivo che nemmeno Méliès, che nemmeno alle prime dieci ore di un corso serale di After Effects faresti così male – ma male male!
Pare che Dumont abbia ormai definitivamente abbandonato il realismo verista che per quasi vent’anni aveva praticato, da La vie de Jésus a Camille Claudel 1915, abbracciando la commedia surreale e grottesca il cui miglior esito è fuor di discussione la mini serie Arte P’tit Quinquin (pare che una seconda stagione sia prossima a veder la luce). Una scelta coraggiosa, senza ombra di dubbio.
Ma Loute ricalca il plot di P’tit Quinquin: sparizioni in una zona di rurale, un investigatore oltremodo imbranato che prova maldestramente a trovare un senso agli avvenimenti, critica sociale; sovrapponendolo a molti dei temi presenti in Camille Claudel 1915: disumanità dei valori borghesi, deriva (genetica) dell’aristocrazia, brutalità della vita.
Come sempre il suo lavoro sui volti degli attori non professionisti è eccellente, dando vita anche in quest’opera a un campionario fisiognomico che avrebbe deliziato Lombroso. Però il film non ha la forza di andare oltre la mezz’ora, impantanandosi nella ripetitività delle trovate, delle situazioni e dei personaggi. Il problema nel film non sta negli assunti sopra il quale è costruito ma nella forma che sceglie per svilupparli.

E allora il cast altisonante (Fabrice Luchini, Valeria Bruni Tedeschi, Juliette Binoche e Jean-Luc Vincent), la selezione in concorso a Cannes e il budget di 7 milioni sembrano più che altro un premio concesso dall’industria cinematografica francese a un regista e alla sua serie P’tit Quinquin, fiore all’occhiello del catalogo Arte. Lotta di (gran) classe! •

Alessio Galbiati

 

 

MA LOUTE
Regia, sceneggiatura: Bruno Dumont • Fotografia: Guillaume Deffontaines • Montaggio: Bruno Dumont, Basile Belkhiri • Casting: Clément Morelle • Production Design: Riton Dupire-Clément • Set Decoration: Riton Dupire-Clément, Martin Dupont-Domenjoud • Costumi: Alexandra Charles • Effetti speciali: Yves Domenjoud • Suono: Philippe Lecoeur, Emmanuel Croset • Produttori: Rachid Bouchareb, Jean Bréhat, Muriel Merlin • Coproduttori: Rémi Burah, Thanassis Karathanos, Genevieve Lemal, Olivier Père • Interpreti: Juliette Binoche (Aude Van Peteghem), Valeria Bruni Tedeschi (Isabelle Van Peteghem), Fabrice Luchini (André Van Peteghem), Jean-Luc Vincent (Christian Van Peteghem), Brandon Lavieville (Ma Loute Brufort), Thierry Lavieville (Il padre Brufort), Caroline Carbonnier (La madre Brufort), Raph (Billie Van Peteghem), Lauréna Theillier (Gaby Van Peteghem), Manon Royère (Blanche Van Peteghem), Didier Despres (Alfred Machin), Cyril Rigaux (Malfoy) • Produzione: 3B Productions, Arte France, Le Fresnoy, Pictanovo Région Nord-Pas-De-Calais, Twenty Twenty Vision Filmproduktion GmbH • Rapporto: 2.35 : 1 • Camera: Arri Alexa XT 4:3 – Arri/Zeiss Master Series Anamorphic • Negativo: ARRIRAW • Processo fotografico: anamorfico • Formato di proiezione: DCP • Paese: Francia • Anno: 2016 • Durata: 122′

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