Ofelia non annega > Francesca Fini

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Corpi sacri nell’archivio-labirinto
A proposito di Ofelia non annega

Fin dall’incipit, Ofelia non annega invita lo spettatore ad entrare all’interno di una metanarrazione sospesa tra il mito e il rito. Il personaggio shakespeariano è naturalmente solo un pretesto per addentrarci in un labirinto dove gli spezzoni di film conservati nell’archivio del Luce, si mescolano a performance originali concepite per l’occasione dall’artista romana. E semmai, accanto ad Ofelia, dovremmo individuare un’altra figura mitica, Arianna e il suo filo, grazie al quale Teseo uscì dal labirinto sottraendosi alle grinfie dell’essere metà uomo e metà toro. E il filo – materia per tessere una geometrica composizione di spazi e di corpi – si materializza davanti agli occhi dello spettatore in diversi punti nel film, in special modo nelle complesse e suggestive azioni corali dell’ultima parte.

Ma, in definitiva, cos’è Ofelia non annega? Un film d’artista? Un’operazione di found-footage per riportare alla luce e appropriarsene materiali di repertorio dimenticati (alcuni dei quali irriconoscibili)? Oppure è una riflessione sul teatro e sulla sulle stagioni della body art? Sicuramente è un lungometraggio sperimentale di quelli che si vedono assai di rado nel panorama del cinema italiano, ammesso che Ofelia voglia farne parte. Un film che, se da un lato sembra in alcuni momenti ricordare certe sequenze simbolico-performative del cinema di Alain Robbe-Grillet o mistico-oniriche di un Kenneth Anger e perfino di certo Bergman stilizzato anni ’60, dall’altro nella sua trama visuale basata sul continuo trapasso da documentari e cortometraggi altrui a una messa in scena lucidamente visionaria, si configura come un’opera fortemente originale.

 

 

Il rischio della discontinuità e della eterogeneità formale, dato anche dalla diversità dei formati (aspect ratio) e dei toni cromatici, viene fugato da Fini grazie a un ottimo lavoro di montaggio e, prima a ancora, da una scelta molto meditata sull’archivio (da cui l’artista ha prelevato le cose meno prevedibili, più bizzarre, spesso marcatamente sperimentali), che diventa la base di partenza su cui costruire un immaginario sedimentato, minimale in alcuni punti, barocco in altri, fino al carnascialesco, al pop, che sconfina nel fantascientifico (non è un caso che tra gli spezzoni ritroviamo anche Aelita di Protazanov, con le sue scenografie costruttiviste, precedente anche a Metropolis). Un immaginario che, nel suo farsi, produce anche oggetti estetici: le maschere, elementi che rimandano chiaramente al teatro, ma a un teatro arcaico e ancestrale; maschere-feticcio, maschere organiche e artificiali. E comunque un po’ tutto il film può essere visto come una serie di installazioni, alcune delle quali potrebbero perfino essere allestite in uno spazio museale e presentate insieme alle immagini in movimento.

In Ofelia non annega risulta efficace l’accurato lavoro sul suono, a cominciare dall’audio originale dei documenti del Luce che, in molti punti, si prolunga sulle sequenze create da Fini, trasformando la fin troppo classica voice over dello speaker in una componente che guida e indirizza ulteriormente la narrazione (o, meglio, l’anti-narrazione) del film. In altri punti sono invece le parole dell’artista a “coprire” le immagini di repertorio, in un incessante scambio di senso e significato tra il “vecchio” e il “nuovo”.

La forza del film risiede altresì nella contiguità di immagini che generano continuamente altre immagini, di situazioni da ripensare, da ricontestualizzare, da rimettere in scena; perfino un famoso fatto di cronaca (la tragedia delle dattilografe di via Savoia a Roma, raccontata in uno dei cinegiornali del Luce e poi da De Santis in Roma ore 11) viene riproposto allusivamente sotto forma di azione artistica: il nastro della macchina da scrivere, il sangue…
Ciò che colpisce in Ofelia non annega è la perfetta architettura visuale concepita da Fini, in modo fortemente musicale, ritmico. Un’architettura che ha le sue solide basi in una vivace scansione di inquadrature, tra cui quelle in cui spiccano vertiginosi plongée e contreplongée che rovesciano la prospettiva, ingannano l’occhio, amplificando l’aura di illusorietà dell’opera: siamo immersi totalmente nella dimensione teatrale ma ci ricordiamo – al tempo stesso – di trovarci dentro una sala cinematografica; anzi, stiamo rileggendo in modo quasi fisico, corporale, aptico la memoria di un importante archivio audiovisivo: il sacro, il politico, il sociale vengono così trasfigurati attraverso un procedimento di straniamento poetico ed estetico, in articolate azioni fatte di rimmel, vernice, sangue, cuciture, travestimenti, imbracamenti. E i corpi – prestati da bravissime performer inclusa la stessa Fini (sono rari i maschi in scena) – pur restando imprigionati nei meandri di questo archivio-labirinto, non vengono divorati dal Minotauro. Sono corpi sacri, inviolabili. Sacerdoti di rituali arcani. Arianna gioca con il suo filo. Ofelia, a dispetto della tragedia shakespeariana e della tradizione iconografica (Millais), non annega.

La performance secondo Fini è una partita infinita, giocata in punta di fioretto, con rigore e precisione, ma dentro un contesto caotico, come i due schermidori sul tetto di un bus turistico che attraversa Roma, filmati in un fish-eye (altro procedimento ricorrente adottato da Fini) che rimanda al cinema underground italiano. In questa sequela di azioni d’artista non possiamo non scorgere, per esempio, l’eco di un film come Umano non umano di Schifano, dominato da uno sguardo un po’ alieno (come del resto anche i film di un altro artista romano, Luca Patella). E poi, naturalmente, il referente obbligato è Carmelo Bene, con il suo cinema performativo, da Nostra signora dei Turchi a Don Giovanni.

Indipendentemente da questo suo legame, in parte casuale, con la sperimentazione nostrana, l’estetica di Fini, che si è sviluppata negli anni attraverso spettacoli teatrali, opere pittoriche e oggettuali, performance, video, ecc. giunge con Ofelia non annega a un suo maturo compimento. Non solo ha realizzato un lungometraggio denso di stimoli, ambizioso punto di arrivo della sua ricerca, ma vi ha saputo trasfondere, in maniera sintetica, il proprio universo estetico, trovando la giusta cifra espressiva, in bilico tra l’evocazione del passato, la disperata fisicità del presente e il pre-sentimento del futuro. •

Bruno Di Marino

 

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OFELIA NON ANNEGA
(Ophelia did not drown)

scritto e diretto da Francesca Fini
realizzato e prodotto da Francesca Fini
in associazione con Istituto Luce Cinecittà
Performer (in ordine di alfabetico): Giulio Bianchini, Daniela Cavallini, Marzia De Maria, Sylvia Di Ianni, Francesca Fini, Marco Fioramanti, Alessia Latorre, Letizia Lucchini, Alessandro Parise, Simona Sorbello, Inanna Trillis
e con la gentile partecipazione di Ilaria Campiglia, Chiara Catalano, Marilena Di Prospero, Ivan Macera, Nunzia Picciallo, Daniele Sirotti, Dario Spampinato
fotografia: Roberto De Amicis, Marco Federici • postproduzione: Avvertenze Generali e Athena Produzioni • editing, color grading, sound design: Francesca Fini • missaggio audio: Claudio Toselli (Italia Film) • location manager: Raffaele Rivieccio • coordinamento di produzione: Monica Ratti, Angela Testa • trucco: Diletta Magliocchetti, Ilaria Castellano • maestro d’armi: Dario Spampinato (Accademia dei Duellanti)
paese: Italia
anno: 2016

 

Link
sito web del film (in inglese)
trailer del film
sito web di Francesca Fini

 

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