Escobar: Paradise Lost > Andrea Di Stefano

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È con un po’ di amarezza che, ancora una volta, ci troviamo a discutere di un film realizzato molto tempo prima della sua distribuzione. È l’inconveniente che stavolta è toccato ad Andrea Di Stefano, attore italiano che ha lavorato molto all’estero e che in questo caso ha esordito alla regia di Escobar. Paradise Lost, realizzato nel 2014 e distribuito nelle nostre sale nel settembre 2016.

Escobar è il ritratto cinematograficamente anticonvenzionale del più grande esportatore di cocaina colombiana di tutti i tempi. Chi si aspettava un lavoro “classico” sul narcotraffico è rimasto sicuramente deluso, a favore di chi invece attendeva legittimamente un ritratto autoriale che sapesse andare al di là del thriller o del film dall’ossatura fortemente biografica.
Dietro all’apparente racconto sentimentale impostato su toni convenzionali, c’è il punto di vista inquietante che contrappone le opposte visioni di uno stesso luogo.

Il paradiso perduto del titolo è quella Colombia che per i due fratelli canadesi Nick e Dylan è un vero e proprio Eden. Ingenui e vivaci, giungono sulle spiagge nei pressi di Medellín e lì decidono di fermarsi per stabilire una scuola di surf. Ma dietro alla spettacolare bellezza della natura si nasconde la faccia butterata della società corrotta e ambigua della Colombia che in quegli anni vedeva l’ascesa politica ed economica di Pablo Escobar.

Siamo all’inizio degli anni Ottanta e la storia d’amore tra il canadese Nick e la colombiana Maria è l’espediente filmico che dà il via a un meccanismo molto ben rappresentato di dualismo e contrasto tra le due personalità che dominano la narrazione di Di Stefano.
La storia d’amore che fa da base al plot di Escobar è effettivamente assemblata in maniera quasi frettolosa e dichiaratamente pretestuosa per fare da apripista all’incontro principale che avviene nel film, quello tra Nick e Pablo Escobar.

Criminale ricchissimo e potente, Escobar era un personaggio che nella realtà andava ben oltre qualsiasi finzione filmica. Fervente cattolico, da molti era considerato semplicemente un esportatore di quello che in Colombia è considerato il prodotto di punta. Gli eccessi umani e personali di Escobar sono difficilmente rappresentabili in via diegetica, trascendono totalmente l’ingabbiatura di un’inquadratura.
È con un’interessante operazione che Di Stefano sceglie di raccontare Escobar estromettendolo dal ruolo di protagonista in un film che porta il suo nome.

 

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Reale protagonista è Nick, volto ingenuo di quell’occidente che sa, ma non vuole sapere. La bravura del regista è quella di evitare la facile spettacolarizzazione di una vita (quella di Escobar) e un’ambientazione (il narcotraffico in Colombia negli anni Ottanta) che avrebbero fatto cadere il film nella trappola del thriller sporcato di action movie di matrice tipicamente scorsesiana. Il che va pure bene, finché è Scorsese ad occuparsene.

È interessante l’operazione metacinematografica che il regista compie, rendendo Escobar regista all’interno del film che lo vede come protagonista. Il “Patron” maneggia spesso macchine fotografiche o cineprese, in una sottile metafora che vede Escobar come “regista” delle vite che vivono il suo mondo. Come un burattinaio muove i fili dei pupazzi, Di Stefano lascia che sia l’Escobar di Benicio Del Toro a essere insieme regista e protagonista.

Del resto buona parte dell’ottima riuscita del film è dovuta alla strepitosa presenza di Del Toro, che dopo aver incarnato Che Guevara presta il volto per un’altra “icona” del sud America. Perché, che lo si voglia o meno, Escobar è stato un eroe (oltre che un senatore) per una larghissima fetta della povera popolazione colombiana. Criminale tra i più ricchi della storia, gran parte dei suoi beni andavano a sostegno delle fasce di popolazione più deboli, tant’è vero che il suo arresto (concordato con lo Stato colombiano) rischiò di portare la Colombia verso una guerra civile.

Ma attenzione: la bravura di Di Stefano sta proprio nel non essere giudicante e, nel contempo, nel saper prendere le distanze da un personaggio oltremodo affascinante.
C’è una sorta di cinismo ben mascherato nello sguardo della macchina da presa, che non si riduce mai a “spiegare” ma si limita a “mostrare”. La grandissima ambiguità del personaggio di Escobar è messa in evidenza anche grazie all’uso della cifra stilistica. Frequenti primissimi piani, molto spesso sfocati, portano l’occhio dello spettatore ad affaticarsi, a perdere il senso dell’orientamento e quindi a non avere più un punto di vista definito e definitivo.

Probabilmente il film soffre di quei difetti che emergono da molte opere prime, ma c’è da dire che ad Escobar non manca certo l’ambizione. Il dualismo tra i due protagonisti (Pablo Escobar e Nick, interpretato da Josh Hutcherson) è il filo rosso principale che, però, non si esaurisce con il confronto tra i due. Attorno al contrasto tra le due personalità ruota tutta una serie di argomentazioni che in un certo senso caratterizzano il pragmatismo con cui agisce una person(alit)à come Escobar. Religioso benefattore per il popolo, padre amorevolissimo per i figli, spietato e cinico uomo della malavita per chiunque altro, amici compresi.

È proprio con l’intento di farci perdere l’orientamento su qualsiasi definizione di “bene/male” che il regista gioca le proprie carte scrivendo una sceneggiatura interessante e originale, uscendo dagli schemi del biopic e prendendo in considerazione quel breve periodo della carriera politica di Escobar. In questo modo rappresenta il più grande criminale di sempre nel momento di maggiore popolarità tra la propria gente, mettendo in moto un meccanismo dove viene assolutamente annullato il rischio di creare una situazione di stallo.

Miglior opera prima e miglior fotografia al festival di Roma 2014. •

Nicola Cargnoni

 

 

Escobar: Paradise Lost
regia, sceneggiatura: Andrea Di Stefano • fotografia: Luis David Sansans • montaggio: David Brenner, Maryline Monthieux • effetti speciali: Georges Demétrau • musiche: Max Richter • scenografia: Carlos Conti • costumi: Marylin Fitoussi • trucco: Avril Carpentier • produttore: Dimitri Rassam • produttore esecutivo: Luis Pacheco • interpreti principali: Benicio del Toro (Pablo Escobar), Josh Hutcherson (Nick Brady), Claudia Traisac (Maria), Carlos Bardem (Drago), Micke Moreno (Martin), Brady Corbet (Dylan Brady), Ana Girardot (Anne), Aaron Zebede (Pepito Torres) • produzione: Chapter 2, Jaguar Films, Nexus Factory, Pathé, Roxbury Pictures, uFilm • distribuzione Italia: Good Films • lingue: inglese, spagnolo • paese: Francia, Spagna, Belgio, Panama • anno: 2014 • durata: 120′

 

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