EsCoriandoli > Antonio Rezza e Flavia Mastrella

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escoriandoli

articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale – numero2, febbraio 2008 (pag.33)

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Il primo Rezza-Mastrella. Underground per forza

di Alessio Galbiati

 

Prodotto da Galliano Juso (già produttore dell’esordio cinematografico in “grande stile” della coppia Ciprì e Maresco, ma soprattutto di parecchi poliziotteschi della seconda metà degli anni settanta e dello stracult di Nando Cicero del 1982 “W la Foca!”), Escoriandoli rimane a dodici anni di distanza dalla sua uscita un corpo estraneo nella cinematografia italiana, catalogabile nelle collezioni di pellicole stravaganti e stralunate.

 

Il film è costruito perfettamente in fase di sceneggiatura (anche se Rezza dichiara di non scrivere alcuna sceneggiatura) e riesce a supplire all’evidente low-budget con un’estetica inventiva ed assolutamente teatrale perfettamente in linea con le produzioni teatrali – appunto – che la coppia Rezza-Mastrella porta sulle scene dal 1987. Ad oggi ne hanno realizzate sette tutte interpretate da Antonio Rezza, sempre più o meno one-man-show: “Nuove parabole” (1988), “Barba e cravatta” (1990), “ I Vichinghi elettronici” (1991), “Seppellitemi ai fornetti” (1992), “Pitecus” (1995), “Io” (1998), “Fotofinish in bianco e nero” (2003). Autori di un innumerevole quantità di cortometraggi, hanno realizzato un secondo film nel 2002, intitolato Delitto sul Po e continuano incessantemente a battere strade artistiche surreali che spaziano utilizzando un caleidoscopio di linguaggi differenti.

 

Antonio Rezza al cinema lo si è visto, oltre che nei suoi due film (dell’altro, Delitto sul Po del 2002, rimando ad un prossimo articolo) nell’ottimo Paz! (Renato De Maria, 2002): usciva dall’armadio della camera di Pentothal (interpretato da Claudio Santamaria) vestito come una specie di cowboy lisergico e dava voce e corpo alle tavole di Andrea Pazienza nella parte delle paranoie del personaggio più autobiografico della breve carriera dell’artista damsiano. Rezza in quell’occasione ha innestato il proprio stile recitativo su di un personaggio pre-esistente senza snaturarsi ed anzi riuscendo perfettamente a concretizzare in qualche minuto d’ottimo cinema il suo stralunato modo di concepire la recitazione.

Con Rezza può tornare alla mente il Monumentale Carmelo Bene (anch’egli uomo di teatro, anch’egli sperimentatore, anch’egli col vizio del cinema non convenzionale) e forse però non c’è paragone più banale. Perchè in fondo la somiglianza è solo di superficie, Rezza non mira mai alla macchina attoriale ma è corpo attoriale, se Carmelo Bene mirava a linguaggio ed amplificazione possiamo dire che Rezza riduce il linguaggio verbale al suo essenziale ed amplifica invece la corporeità d’un corpo immobilizzato ma ipercinetico. Non che Carmelo Bene non l’abbia fatto, ma il suo livello di sofisticazione nei movimenti o nel compiere dei gesti è, a mio avviso, talmente naif da sembrar quasi invisibile; Rezza al contrario ingigantisce ogni gesto, lo ripete freneticamente, compulsivamente.

 

Galliano Juso è riuscito ad allestire un cast d’eccezione per un esordio cinematografico così surreale: Isabella Ferrari, Valeria Golino, Valentina Cervi e Claudia Gerini. Una cast femminile sempre credibile e molto intenso nella recitazione, dove ognuna è bravissima e dimostra di avere nelle corde potenziali surreali forse non completamente esplorati in carriera (su tutti Isabella Ferrari, davvero sorprendente nel primo capitolo del film, capace d’una recitazione straniata insospettabile).

 

Cinque episodi raccontati l’uno dopo l’altro e raccordati con l’espediente della storia che prosegue seguendo un altro personaggio.

 

Il film inizia da una casa di campagna dove alcune persone tristi e maniacali, piene di tic somatici e di ossessioni comportamentali, presiedono ad una veglia funebre.

Più tardi, al capezzale dell’estinto, restano solamente Giuliano (Antonio Rezza), il fratello australiano del morto, e Tarcisia, giovane moglie del defunto. Improvvisamente dalle labbra del defunto emergono alcune parole che terrorizzano Tarcisia ma non Giuliano che si affretta a spiegarle di come le parole fuoriescono dai cadaveri per non rimanere definitivamente intrappolate in un corpo sulla via della putrefazione. Dal morto filtrano allora parole e concetti confusi che provocano un’eccitazione sessuale fra i due che inizieranno ad accoppiarsi appassionatamente ai piedi della salma.

I due freschi amanti, ormai travolti da una cieca passione si rendono conto che con la sepoltura del caro estinto perderebbero la fonte del loro ardore, ed allora decidono di chiudersi insieme nella bara.

 

L’indomani i becchini prelevano la cassa dalla camera ardente e la seppelliscono malamente nel mezzo d’un miserrimo caseggiato; «Ogni città è una fossa comune», dirà il becchino Rolando (Antonio Rezza).

Rolando è vestito con una tuta da moto verde pistacchio e bianca, porta una cresta riccioluta e pare proprio un gallo, pure nelle movenze. La testa scatta ad intermittenza verso i pochi stimoli che lo premono, dapprima un paio di stivaletti poi una donna che nello stesso negozio da lui prescelto compra anch’essa un paio di scarpe. La seguirà fin sotto casa salutandola con un bacio appassionato ed una promessa: «Domani alle quattro sotto l’obelisco», «Quale?», «Qualunque!». La donna che ha ammaliato Rolando si chiama Ida (una splendida Valeria Golino), vive con Fiore, marito invecchiato troppo velocemente nel corpo e nello spirito a causa d’un parossismo amoroso (così verrà definito). Velocemente fra i due sboccia l’amore; «Sei bello da far paura! Così metallico e passionale» dirà la Golino al suo nuovo amore, in una delle più belle battute del film.

A questo punto succede però che il rapporto amoroso invecchia Rolando, mentre Fiore liberato dal rapporto di coppia ringiovanisce rapidamente, tanto da partecipare a competizioni atletiche e girare il mondo. Proprio uscendo dalla casa nella quale per anni aveva vissuto con la compagnia, cedendo il posto all’ormai decrepito Rolando, viene investito dall’auto nuova di zecca del signor Proprietario. Questi invece di soccorrere il malcapitato si affretta a liberare la strada e ripartire per arrivare alla sua abitazione dove la moglie e la figlia lo attendono per l’esibizione del nuovo status simbol a quattro ruote: «finalmente ce l’abbiamo fatta!», dirà.

 

«Sabbrina, Papà s’è fatto la machina nova, viella a vedè, fallo pè mé». La giovane Sabrina (una giovanissima e pallidissima Valentina Cervi, che quell’anno oltre a questo film interpretò “Ritratto di signora” di Jane Campion. Strana coppia di film, ma questo è il cinema…) è però completamente disinteressata alla cosa e per questo il padre si arrabbia ferocemente tanto da prendere la decisione di rinchiuderla in una comunità di rieducazione, la Comunità Contro gestita dalla dottoressa Coatta (Antonio Rezza) il cui motto è il seguente: “Dateci una persona e vi restituiremo una fotocopia funzionale”.

La dottoressa Coatta, tremendamente vestita con un telo nero che ne lascia vedere il viso (tipico “abito” di scena rezziano), sottopone la ragazza a svariate torture ma Sabrina non mostra nessun cambiamento psicologico: non si emoziona, non é integrabile nel “buon gusto medio”. «Non ho preconcetti, non ambisco e non distinguo le sfumature». Non riuscendo con nessuno dei suoi atroci metodi la dottoressa Coatta, di comune accordo con la famiglia, prende la decisione di sopprimere la ragazza. Una volta uccisa il suo corpo viene messo in un sacco per partecipare ad una corsa di sacchi, ma nemmeno in questa ultima opportunità concessale Sabrina darà segni di ravvedimento alla sua non-conformità. «Certe persone non fanno discutere nemmeno dopo morte», chioserà la perfida dottoressa Coatta.

 

Alla particolarissima corsa coi sacchi ha assistito un giovane con una stampella che dopo la gara si affretta a raggiungere un’affollata fermata dell’autobus sopra al quale viaggia il poeta Giacane (Antonio Rezza) in compagnia della fotografa Lauretta (Claudia Gerini). Giacane è una persona buona, aiuta il ragazzo con la stampella a ritrovare il suo sostegno perso nel caos del mezzo pubblico, contempla il paesaggio pronunciando pensieri profondi («Lauretta hai notato come il paesaggio urbano è magnificamente disegnato a misura di poveraccio»), fino a che non gli capita di pestare il piede d’un corpulento passeggero del mezzo pubblico. Giacane cerca di scusarsi ma il ciccione sdrammatizza l’accaduto; il giovane poeta cade allora in uno stato di paranoia, non si sente perdonato, ed allora decide di braccare, insieme a Lauretta, il grassone per chiedere nuovamente scusa ma, non ottenendo soddisfazione, entra definitivamente in uno stato disperato: «ho fame di perdono» e ancora «…il rimorso mi addenta la coscienza». Distrutto e prostrato, sfiancato dalla sua ossessione Giacane viene ricoverato in ospedale, i medici non vedendo alcuna soluzione clinica invocano la ragazza di trovare il ciccione perchè perdoni il moribondo Giacane. Giunto sul posto il corpulento uomo puntualizza di non avere alcunchè da perdonare in quanto non ha mai considerato come offensivo l’accaduto e che soprattutto non coltiva alcun rancore; nel sentir queste parole Giacane spira.

Lauretta non accetta l’accaduto e dopo aver pianto la scomparsa dell’amico decide di vendicarlo. Torna sull’autobus e pesta (“acciacca” è il termine utilizzato) più volte il piede al flaccido omaccione, poi lo percuote ed infine, dopo averlo cosparso di benzina, gli da fuoco.

 

Una folla di persone presta immediato soccorso all’obeso gettato dall’autobus, tutti aiutano e danno una mano tranne un giovane: Elio (Antonio Rezza). Elio è un uomo massa, un presenzialista che si trova bene solo attorniato da folle di persone, con una madre sempre pronta a cercarlo su qualche canale televisivo ed incitarlo nella sua ricerca della medietà. Un giorno però, d’improvviso, gli spostamenti di Elio non corrispondono più ai voleri del suo cervello: il giovane si ritrova di fronte ad un traliccio, posto nostalgico e riflessivo, lontano dai profumi delle manifestazioni.

Elio si fa visitare (durante la visita il medico riconoscendolo gli dirà la battutta più bella del film: «Ma lei è il famoso Elio; l’uomo che ambiva all’epicentro della massa. La conosco dai tempi di Lotta Continua») e scopre che i suoi piedi sono anarchici, poco inclini a seguire le direttive del cervello. Il giovane prova a stipulare un accordo con i suoi arti inferiori ma questi non gli danno retta e lo conducono ogni giorno, contro il suo volere, sotto un traliccio dell’alta tensione, luogo isolato ed introspettivo. Elio allora si taglia le gambe al grido di: «Siete la frangia estremista di un corpo di sinistra». Senza di esse crede di poter dominare l’anarco-insurrezione motoria che lo pervade, ridotto su di una carrozzina è convinto di essere nuovamente indipendente: «Sono finalmente un uomo di sinistra!». Anche senza più le gambe la forza che lo pervade lo conduce nuovamente sotto il traliccio. Elio disperato decide di tagliarsi anche il braccio destro. Ma niente, il giorno dopo sarà ancora sotto lo stesso traliccio. Con l’unico braccio rimastogli, compiendo un gesto di estrema follia si taglia la testa dal collo. Un gruppo di calciatori, passando sotto al traliccio, scambia la testa per un pallone che crossata verrà insaccata da un giocatore come in un calcisticio gol. Elio, con la bocca insanguinata, dirà guardando in macchina: «uno a zero».

 

Di difetti a questo film ne potremmo trovare un’infinità. Ma… “non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che MI piace”.

 

Fonte:

Il sito Ufficiale di Antonio Rezza e Flavia Mastrella

http://www.rezzamastrella.com

 

 

EsCoriandoli (Italia/1996)

Regia, soggetto e sceneggiatura: Antonio Rezza, Flavia Mastrella; montaggio: Jacopo Quadri; fotografia: Roberto Meddi; costumi: Silvia Canu; scene: Luca Bertagni; sonoro: Paolo Amici, David Quadroli; boom operator: Matania Eliana, Fabio Santersanti; colonna sonora originale: Francesco Magnelli e Gianni Marroccolo del C.S.I.; costumi: Silvia Canu; prodotto da: Galliano Juso; durata: 82’

Interpreti: Valentina Cervi (Sabrina), Isabella Ferrari (Tarcisia), Claudia Gerini (Lauretta), Valeria Golino (Fiore), Antonio Rezza (Giuliano, Rolando, dottoressa Coatta, Giacane, Elio).

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