I, Daniel Blake > Ken Loach

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69. Festival internazionale del film, Locarno – Piazza Grande

 

Il 59enne Daniel Blake ha lavorato per la maggior parte della propria vita a Newcastle come falegname. A seguito di un infarto, ha bisogno di assistenza da parte dello Stato e fa domanda per il sussidio di disoccupazione per malattia. Mentre combatte con le pratiche necessarie perché gli sia assegnato, il suo cammino si incrocia con quello di una madre single, Katie, e dei suoi figli, Daisy e Dylan, che per non stare in un ostello per senzatetto a Londra devono trasferirsi in un appartamento a 480 km di distanza. Daniel e Katie vagano in una terra di nessuno, impigliati fra gli ingranaggi della burocrazia dello stato sociale.

 

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Correva l’anno 1966 quando il trentenne Kenneth Loach – di lì a breve solo Ken – realizzava un episodio della serie della BBC The Wednesday Play dal titolo Cathy Come Home, storia di una donna che, in lotta contro il sistema sociale britannico, finisce con il perdere casa, marito e infine figlio.

Non appare come un caso che a esattamente 50 anni da allora Loach torni sul tema, per mostrare quanto l’inflessibilità e cecità di sistemi che dovrebbero accorrere in soccorso della fascia di popolazione in stato di bisogno ma finiscono con il ritorcesi loro contro, senza nemmeno esercitare un minimo di empatia, siano addirittura peggiorati.

I, Daniel Blake vede l’uomo del titolo, vedovo di mezza età, falegname rimasto senza lavoro per ordine del medico che gli ha diagnosticato un serio problema al cuore, rimanere imbrigliato nelle maglie del welfare che non intende concedergli il sussidio di disoccupazione in quanto il medico di fiducia delle istituzioni, che nemmeno ha un volto, non riconosce la sua condizione. Daniel Blake è un uomo comune, un lavoratore che non si sognerebbe mai di approfittare del sostegno sociale, ma viene profondamente umiliato nei rapporti con la burocrazia, che gli impone nello svolgimento della sua procedura una conoscenza dei mezzi informatici che lui non ha.
Gli fa eco la vicenda di Katie, madre sola costretta a trasferirsi da Londra a Sheffield con i due figli piccoli su imposizione del sostegno sociale in quanto lì gli affitti costano meno rispetto alla Capitale.

Su uno sfondo costantemente grigio, si tratti del cielo o dei muri delle case, i due stringono un’amicizia che testimonierà la deriva che lo Stato imporrà loro, con lui completamente vinto dal Sistema e lei costretta, per mantenere se stessa e i suoi figli, ad accettare un compromesso comunque meno umiliante rispetto ai rapporti con la burocrazia. Due situazioni personali dalle implicazioni molto più ampie.

Chiunque abbia visto un film di Loach non potrà che capire immediatamente dove la pur imprevedibile storia – scritta dal fedele sceneggiatore Paul Laverty – andrà a parare, e qui a contare sono la consueta ironia, che non ha altro effetto che quello di potenziare il dramma, la solidità della sceneggiatura, la potenza delle interpretazioni, con Dave Johns – cabarettista, attore e improvvisatore – a prestare volto e sguardo progressivamente rassegnato al suo personaggio, e Hayley Squires, perfetta nel ruolo di Katie.

Ma il film trova la sua forza soprattutto nell’impietosa denudazione di un Sistema che propone l’esclusione, anziché il sostegno come sarebbe lecito aspettarsi, con gli addetti al lavoro negli uffici costretti a non poter offrire nulla di più del minimo sindacale che non siano il rispetto della quota minima di sanzioni da erogare, in spazi in cui la sorveglianza ha il potere di allontanare chiunque abbia da ridire, e che non arretra di fronte alla possibilità di creare profondi conflitti tra bisognosi.
Cinquant’anni dopo, insomma, pare non essere cambiato nulla se non qualche complicazione in più nella procedura.

I, Daniel Blake è un film dell’orrore nel vero senso del termine. Guardare la scena in cui Katie, stremata dalla fame, fa visita al banco del cibo e non riesce a trattenersi dall’aprire una latta di salsa di pomodoro per infilarli in bocca per avere conferma. È un film dettato dall’urgenza, dalla rabbia e dall’attualità che mette a nudo la crudeltà di un Sistema volutamente punitivo e scientemente inefficiente.

Ken Loach si conferma un Maestro nel trovare un equilibrio tra ironia (il dialogo tra un’operatrice del call center del servizio sociale e Daniel Blake, in cui quest’ultimo, tra lo stupefatto e il palesemente seccato, è costretto a rispondere a domande sul suo stato di salute non pertinenti alla sua condizione ne è un perfetto esempio) e palese dramma. Equilibrio che qui trova una tra le sue massime espressioni.

Roberto Rippa

 

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I, Daniel Blake
(Gran Bretagna, Francia, Belgio/2016)
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Musiche: George Fenton
Fotografia: Robbie Ryan
Montaggio: Jonathan Morris
Interpreti: Dave Johns , Hayley Squires , Dylan McKiernan , Briana Shann , Kate Rutter , Sharon Percy , Kema Sikazwe
100′

 

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