Mr. Turner > Mike Leigh

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Il «Turner» diretto da Mike Leigh, tra luci intense e ombre profonde

 

La storia di William Turner: un ritratto del grande anticipatore dei nuovi linguaggi pittorici e una lucida riflessione sull’inesauribilità dell’arte

 

François Truffaut sosteneva che quando un film inglese è un ottimo film, si tratta di una contraddizione in termini.
In realtà era un simpatico pretesto per fare del sano campanilismo; nemmeno lui ci credeva, considerando la sua venerazione per Hitchcock.

Del resto occorre ammettere che, se anche raramente si può parlare di capolavori, la cinematografia inglese ci ha (da) sempre fornito ottimi lavori e grandi registi. Senza andare a rivangare le innovazioni apportate dalla “scuola di Brighton” agli albori della storia del cinema, e tralasciando il periodo di Hitchcock nella madrepatria, negli ultimi decenni la Gran Bretagna ha dato i natali a registi come Stephen Frears, Danny Boyle, Ken Loach (non proprio di questa generazione), Sam Mendes, Guy Ritchie, Christopher Nolan e Mike Leigh. Tra alti e bassi, qualcuno s’è “perso”, qualcuno è rimasto costante, qualcuno è altalenante.

Dal canto suo Mike Leigh è un ospite fisso al Festival di Cannes, dove ha vinto due palme d’oro e dove ha presentato molti dei suoi lavori. Ultimo in ordine cronologico è proprio Mr. Turner, da noi misteriosamente giunto senza l’appellativo “Mr”. Non si tratta della solita (e un po’ trita) polemica sulla traduzione del titolo, ma quel “Mister” è il valore aggiunto al nome del protagonista, sostituisce il triplice nome Joseph Mallord William e dona un tono di rispettabilità al personaggio.

Infatti la narrazione muove a partire dagli ultimi decenni di vita del pittore, quand’egli è già affermato e ricco, oltre a essere un venerabile membro della Royal Academy di Londra; Turner è sempre in movimento, alla ricerca del paesaggio da ritrarre, sempre inseguendo quegli scampoli di luce che hanno reso le sue opere dei veri capolavori di arte pittorica.
Già, perché Leigh mette in scena in maniera efficace l’equilibrio tra didascalia biografica e pienezza artistica, evitando e scampando, in questo modo, il pericolo di incappare nell’agiografia o nell’oleografia.

In una Londra pre-vittoriana, perfettamente dickensiana nelle sue contraddizioni, il protagonista si affaccia sul mondo dell’alta borghesia, approcciandosi a quell’ambiente fatto di nobili, collezionisti, salotti culturali e circoli esclusivi, stagliandosi come una figura magnetica, capace di esprimere a grugniti i propri assensi o dissensi, senza lasciarsi abbandonare al chiacchiericcio borghese e formale.
Il film di Leigh è come un immenso quadro animato, che scorre per le lunghe due ore e mezza della durata; la splendida interpretazione di Timothy Spall aiuta lo spettatore a entrare in empatia con un personaggio scostante, criptico, capace di slanci d’umore imprevedibili.

Grazie a una fotografia che sembra voler richiamare a sé i tratti del paesaggio pittorico, il film non si limita a mostrare soltanto il lato umano del protagonista, anzi: ci fa immergere soprattutto nel gesto artistico, che va dal “catturare” la luce, per poterla imprimere su tela, fino al modificare i quadri già esposti sulle pareti della Academy, destando stupore e meraviglia per l’anarchia del linguaggio pittorico che caratterizzava gli ultimi lavori di Turner.

Ironicamente si assiste alle visite dei collezionisti che vorrebbero comprare i quadri di Turner, mentre la macchina da presa si sofferma su alcuni dei capolavori che oggi sono sui libri di Storia dell’arte, ma che il pittore stesso non esita a definire «poco soddisfacenti». La natura contraddittoria del personaggio risiede proprio in questo atteggiamento umile, ma consapevole della propria grandezza, così come risiede nei repentini cambiamenti d’umore o nella più assoluta freddezza dei legami relazionali.

La cifra stilistica del film risiede anche nella capacità del protagonista di incantarsi quando una giovane donna al pianoforte suona «Il Lamento di Didone» di Purcell, mentre Turner non esita a intonare la disperazione del canto di Didone, un lamento che tocca le corde del dolore, una perfetta metafora che Leigh sceglie per incarnare l’animo del pittore, sospeso tra chiaroscuri, simmetria e asimmetria, forti passioni erotiche ed enorme disperazione, gli stessi elementi che emergono dalle sue opere d’arte.

Il declino umano accompagna gli ultimi anni di vita di Turner, mentre la sua arte si evolve fino a sfiorare l’avanguardia, facendo del pittore artista il vero, grande precursore dell’impressionismo. È quasi naturale che la giovanissima regina Vittoria, incoronata da poco e simbolica rappresentante di un periodo caratterizzato dalla pittura figurativa e dalla letteratura “del lieto fine”, mentre si trova in visita alla Royal Academy non esiti a farsi beffe dei quadri di Turner.

Pittore dei paesaggi, “pittore della luce”, Turner aveva abbandonato la chiarezza figurativa, virando su una rappresentazione personalissima della luce, fatta di contrasti, sfumature, confini incerti e immagini che scaturivano dalla mente, più che dalla vista. «Il Sole è Dio» sarà il suo urlo, il testamento del suo passaggio sulla terra, fino al doppio finale che mette a nudo la natura così contraddittoria, e nel contempo così geniale, dell’artista inglese.

Una regia pulita, onesta e per nulla didascalica si avvale delle interpretazioni perfette del protagonista e dei comprimari. La lunghezza penalizza il film: possiamo capire che Leigh, realizzando una pellicola sul suo pittore prediletto, non sapesse cosa tagliare in fase di montaggio, ma alcune parti si potevano accorciare, rendendo il tutto più scorrevole e fruibile.
Da vedere.

 

Nicola ‘nimi’ Cargnoni

 

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Mr. Turner
(UK-Francia-Germania/2014)
Regia, sceneggiatura: Mike Leigh
Musiche: Gary Yershon
Fotografia: Dick Pope
Montaggio: Jon Gregory
Scenografie: Dan Taylor
Interpreti principali: Timothy Spall, Paul Jesson, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Karl Johnson, Ruth Sheen, Sandy Foster, Amy Dawson,
Lesley Manville, Martin Savage, Richard Bremmer
150’

 

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