Lione // The Cure alla Halle Tony Garnier

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Debourg è un quartiere dormitorio. Enormi vialoni, qualche supermercato, col Bordeaux in offerta perenne, qualche fast-food, sempre vuoto, una farmacia, poco altro. Debourg è una sorta di contado dell’ENS di Lyon. I suoi abitanti si muovono con disinteresse, le auto sono sempre di passaggio, i mezzi arrivano e ripartono solo per andare altrove. Non c’è sostanza di Debourg oltre l’ENS.
Debourg è delimitato da una serie di luoghi iconici, che ne sottolineano l’anonimato: a sud il vecchio Stade de Gerland, dismesso, oltre una selva che, ai miei occhi, ha l’aria d’aver ospitato un tempo una festa della siringa, e che oggi, ripulita, arriva fino al Rodano che, giusto presso Debourg, confluisce col suo principale affluente, la Saona, ingrossandosi d’una vena trasparente. Io non so niente, è solo un pretesto per scagliarsi contro la gentrificazione. A qualche metro dalla confluenza è stata tirata su una cattedrale d’acciaio e cemento armato, da fuori, da dentro, ha l’aspetto d’un hangar allegro e religioso, un cenobio benedettino da Viceré. Uno spazio gigantesco nelle idee, nelle intenzioni austero, nei fatti improbabilmente simpatico. La Halle Tony Garnier.
Arrivo con qualche ora d’anticipo, voglio occupare un posto che mi permetta di vedere e sentire bene il concerto. Così va: centrale, a una decina di metri dal palco. L’ideale.
Aprono i Twilight Sad, un gruppo pseudo shoegaze scozzese, il loro accento assurdamente marcato e il dimenarsi del cantante mi restituiscono la stupidità della mia estate da diciottenne passata tra Edinburgh e Glasgow. Oggi la mia stupidità è più saggia, ma resta galleggiante.
Andare a un concerto dei Cure col cuore spezzato credo sia stata la cosa migliore che mi sia capitata da quando vivo in Francia: durante il breve tragitto, percorso velocemente a piedi, mi sono risolto in un umore paranoicamente arrabbiato e post-romantico, i Cure sono un balsamo ideale per lenire certi rossori che nessuna carezza operata su un tavolo dalla superficie levigata può donare.
La prima cosa che in genere noto arrivando ad un concerto è la composizione del capitale umano: una massa compatta di cinquantenni, probabilmente un tempo dark, qualcuno ha osato riprendere mascara e rossetto, ma la stragrande maggioranza ha preferito restare fasciata nelle camicie del reparto casual di Zara, prese perché in saldo, arrabattate a pantaloni che si prendono sul serio per la loro pretesa noncuranza, velluto a coste dai toni marrone scuro. Poi, qualche sparuto adolescente confuso dall’oroscopo di Rob Brezny, se non lui, esisterà anche in Francia qualcosa del genere. Infine io, una faccia scavata e ondeggiante.
Non sono mai stato un grande fan dei Cure, della loro sterminata discografia avrò ascoltato una decina di dischi, apprezzandoli. La vulgata comune vorrebbe associarli a quel calderone del post-punk nella versione più goth, molto meglio rappresentata dagli immensi Bauhaus, quello che pensavo, e ne ho trovato riscontro nel concerto, la cui scaletta è una composta di tutte le ere in cui Robert Smith ha buttato giù delle birre (mentre oggi invece sembra nutrirsi di succo d’arancia) è che i Cure siano qualcosa di musicalmente inafferrabile: la costante è la delicatezza, la purezza, del rumore delle ossa puntute di Robert Smith, che si sfregano riportando un balletto sotto quel suo aspetto così evidente. Allora, musicalmente c’è del punk, ci sono dei passaggi pesanti, c’è dell’ambient, ci sono quegli accordi cascanti di tastiera che guardano agli archi della disco, sono dei drappi gettati dai balconi a guardare quella parata di parole discrete che risuonano sui tamburi d’una processione che segna la fine di amori littoriali verso il caos della costituente, c’è tantissimo pop, c’è tutto. Educazione britannica: timidi baci sotto i portici d’un college dalle pietre rovinate nella piovosa campagna albionica.
Robert Smith è magnetico e conserva un carisma eguagliato solo dalla chiarezza della sua voce inconfondibile. Impossibile staccare gli occhi di dosso a questa timida vedette, stella evocativa, disegno di chiaroscuri affamati d’attenzione, ma timidi, colmi di una vergogna studiata, esplosi e riesplosi in una follia che fugge la folla per l’affermazione personale, che dà forza e spaventa, questo resto umano più umano dell’umano, io vedo in Robert Smith la prova della totale incomprensibilità della normalità, la testimonianza della declinazione aperta d’una possibilità d’essere come essere, contro ogni privazione, mediante certo dolore, mediante un’idea d’amore totalmente staccata dalla sciocca protensione al tempo che si desidererebbe, quanto è sciocca quella massima senecana sul tempo: Robert Smith è un “io voglio”, la forza fragile, anarchico incoronato al sole d’un deserto gelato. Robert Smith è la sensazione costitutiva d’una solitudine che si risolve nell’assise di un cinema, arcipelago di uomini soli in compagnia. Robert Smith è il buio che permette di prendere in mano carta e penna e cercare, nel mezzo dei giorni, di essere chiusi alla vicinanza d’un altro che sia una fotografia, un paradiso, un ago, un fuoco, un padre, una disintegrazione, un ricordo. Anacoluto della memoria. Ripetizione spontanea. Schema evaporato nella giacca che scopre le mani al freddo.
Deve esistere qualcosa di più di una colazione consumata e ripartita, dopo la bizzarria d’un letto piccolo, stretto, una cura.

Alessio Librizzi





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