Pino Corrias | Dormiremo da vecchi

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Pino Corrias, Dormiremo da vecchi
Chiarelettere 2015, 252 pagine, € 16,90

 

Ciclicamente, come l’incessante alternarsi delle stagioni, Roma diventa luogo d’elezione per raccontare l’abiezione e il decadimento morale. Da Tito Livio a Pino Corrias il passo è breve, come se duemila anni fossero quisquilie per l’antropologia dell’Urbe e dei suoi abitanti.

Lo sport preferito da chi a Roma vive è quello di colpire ad alzo zero i suoi costumi più scostumati. Un piacere sospeso tra l’amore e l’odio, un godimento masochista sottilmente perverso. Negli ultimi anni sono passati nelle sale Suburra, Non essere cattivo e Lo chiamavano Jeeg Robot, a processo ci sono Carminati e Buzzi, sul web Roma fa schifo furoreggia e alle comunali si è imposto il capolinea partitocratico a favore di una discontinuità non meglio precisata. Ma sempre e da sempre Roma e i romani sono raccontati nella loro selvaggia bestialità, dalle terrazze ai ragazzi di vita, dal Vaticano a Ostia Lido, Roma è una latrina morale dentro alla quale si aggirano lupi che divorano lupi e qualche isolato agnellino pronto per contratto al sacrificio. Mettere in fila la narrativa e il cinema, scioriare elenchi che allarghino il discorso rispetto ai soliti, sarebbe un esercizio infinito e bene fa Corrias ad aprire il romanzo con una frase di Dino Risi: «La dolce vita non era dolce, era orrenda». Un po’ troppo kitsch è l’autore nel nominare il palcoscenico dentro al quale far muovere i suoi personaggi ‘Dolceroma’. Ogni volta che questo nome compare sulla pagina una leggera fitta tra fegato e cistifellea si palesa, ma è la licenza poetica bellezza… e tocca farsene una ragione.
Se in letteratura e al cinema i produttori sono tutti stronzi un qualche motivo dovrà pur esserci. Oscar Martello, produttore venuto dal nulla e divenuto squalo supremo del mondo del cinema con casa sul colle più maestoso della capitale, fiutando il possibile flop del film che si appresta a imporre nelle sale, coinvolge in una messa in scena uno sceneggiatore di sua fiducia e proprietà e la star del film destinato allo sfracello al botteghino. Le mire del furbastro, ovviamente, non sono altro che alimentari perché, del resto, uno squalo è sempre uno squalo.

La grande qualità della scrittura di Corrias sta nella capacità di dare corpo a una narrazione fluida e veloce attraverso brevi capitoli che sono sequenze di un film. Un libro da divorare sotto l’ombrellone, anche se siamo in pieno inverno e fuori nevica.

Satira feroce dei costumi del mondo del cinema romano, non priva di semplificazioni e grossolanerie. Il limite più grande di Dormiremo da vecchi è infatti l’assoluta prevedibilità dei caratteri e pure la banalità del mondo che ci viene raccontato. I personaggi, le riflessioni e il mondo portato in scena non hanno mai la forza d’andare oltre lo stereotipo e tutto ci appare così familiare e già sentito, già origliato, da non stupirci in fondo davvero mai. Eppure la lettura è gradevole, con parecchi passaggi gustosi nel loro giocare coi riflessi della realtà. Come uno spettacolo di ombre intravediamo nelle sagome portate in scena la somiglianza con questo o quel personaggio reale. E forse gli stereotipi ed i riflessi condizionati sopra i quali Corrias imbastisce la trama sono tanto efficaci e veritieri quando nella loro trita e ritrita riproposizione continua la realtà stessa di offre a noi. Non alta letteratura dunque, quasi un pamphlet critico e polemico sugli usi e i costumi degenerati di un mondo degenerato da qualche millennio almeno.

Non siamo dalle parti della fine letteratura ma della satira e della caricatura. E il titolo, Dormiremo da vecchi, possiede già da solo la forza d’evocare il mondo e la frenesia bulimica e distruttiva di chi per vivere deve raccontare storie e venderne in gran quantità. •

Alessio Galbiati

 

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Dormiremo da vecchi
di Pino Corrias
252 pagine
9788861907911
Chiarelettere, 2015
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