Tommaso Labranca. Agiografie non autorizzate: Franco Franchi era meglio di Lyotard

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Dopo l’agiografia warholiana offriamo ai nostri lettori Franco Franchi era meglio di Lyotard. Pirotecnica agiografia breve anch’essa proveniente dal fondamentale Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash (Castelvecchi, 1994) e tratta dall’edizione elettronica, ridigitata e reimpaginata nella primavera del 2004 da Tommaso Labranca (1962-2016) e diffusa gratuitamente tramite il sito labranca.co.uk (oggi inattivo). Molti dei testi lì presenti sono oggi disponibili sulle pagine del blog della casa editrice astigiana Visiogeist. [ag]

 

 

Franco Franchi era meglio di Lyotard

Come al solito, tutto ciò che troviamo scritto nei libri è inutile ed è il riflesso, molto pallido, di fatti già avvenuti che non hanno certo bisogno della fase narrativa.
Esaminiamo il caso della ecletticità. Jean-Francois Lyotard scriveva, non senza un certo disgusto, nel 1982: «L’eclettismo è il grado zero della cultura generale contemporanea: si ascolta il reggae, si guarda un western, si mangia un hamburger la mattina e un piatto locale la sera, si mettono profumi francesi a Tokio, ci si veste rétro a Hong Kong … ».
Una pubblicità per l’edizione tedesca del mensile Max nel 1991 dichiarava il trionfo di quella tendenza indicata da Lyotard: «Negli ultimi trent’anni si è sviluppata una generazione che pensa e vive in modo particolarmente mobile, aperto e cosmopolita. Beve Coca Cola, si veste in jeans. Guida cabriolet e ascolta Madonna. Ama Richard Gere e rispetta Gorbaciov. Guarda video e porta orologi di designer. È questa la generazione che legge Max».
Nel primo caso l’eclettismo è visto in maniera negativa, come appiattimento universale che accompagna la trasformazione delle tradizioni locali in anti-tradizioni globali. Ma la visione di Lyotard è troppo colta, è eseguita troppo dall’esterno perché un Giovane Salmone, pur abituale consumatore in contemporanea di hamburger e di spaghetti, ci si possa riconoscere.
L’altra, la citazione di Max, è esasperatamente modaiola e pubblicitaria: qui l’universalizzazione è celebrata e il mondo sembra fatto di imbecilli monodimensionali che (con un passaggio Max/Marx degno del Bersaglio) feticizzano alla stregua di merci simili Swatch e Gorbaciov, allo stesso modo e in qualsiasi latitudine.
E neanche in questo voglio riconoscermi. Il Revisionista Estetico non rifugge però l’eclettismo, sebbene la sua tendenza alla commistione sia spontanea e non esposizione di un simbolo intellettuale (Lyotard) o mezzo subdolo per definirsi parte di un particolare stato sociale (Max).
Nessuno dei due esempi sopra riportati può soddisfare un Revisionista Estetico, poiché entrambi mancano dell’appiglio alla realtà. Sono vaghi, sono di comodo, sono devianti. Ma allora la realtà dov’è? Dov’è che l’ecletticità, negativa o positiva, si trasforma in contagio?

La realtà, la verità, il contagio e il vero specchio del Revisionismo sono contenuti in un film del 1973: Ku Fu? Dalla Sicilia con furore, diretto da Nando Cicero e magistralmente interpretato da Franco Franchi. Quest’opera, e alcune scene in particolare, rappresentano mirabilmente il modo naturale e anti-intellettuale cui deve tendere chi voglia dedicarsi a un eclettismo sano.
Nel film risultano perfettamente fusi almeno otto elementi. Il primo elemento è lo stesso Franco Franchi, figura per niente neutra, impossibile da inserire in un qualsiasi contesto senza dimenticare la sua fortissima caratterizzazione, tra i tanti sotto-elementi, della quale spicca la sicilianità (elemento 2) subito contrapposta alla cinesità (elemento 3) che è lo spunto di tutto il film. Nel primo tempo Franchi entra in un ristorante cinese nel quale si cantano però stornelli romaneschi (elemento 4). Questa contrapposizione può non essere spontanea, ammetto che il regista possa aver ricercato l’effetto incongruo. L’ elemento 5 è però assolutamente genuino: nella scuola di arti marziali cinesi (nel secondo tempo del film) pende una bandiera giapponese. Il massimalismo è uno dei fondamenti del contagio: «Cinesi, vietnamiti, giapponesi si assomigliano tutti, sono tutti orientali». E proprio questo atteggiamento non discriminatorio che a Milano permette a legioni di sudcoreani di gestire ristoranti cantonesi. Il film di Cicero prende atto di questo comportamento direttamente, perché forse lo stesso Cicero possiede per natura questa mentalità massimalista e non vi giunge dopo noiose intermediazioni intellettuali come sto facendo io qui. Ah, essere come lui!
La stessa modularità può essere poi osservata nei frequenti prologhi ai duelli che Franchi, della palestra di Kon Chi Lhai, ingaggia con gli esponenti della palestra avversaria di Lho Kon Teh. L’intuizione di Cicero qui è fulminea e imitativa. lo purtroppo devo dilatare questa rapida intuizione nel tentativo di gettare una minima luce sui meccanismi da cui nasce il contagio. Dunque c’è un duello e siamo in un film. A quale modulo prêt-à-imiter potrà rifarsi Cicero se non al western? Ed ecco perché i primi piani dei contendenti (ricordo che l’ambientazione è vagamente filocinese) sono sottolineati da una tromba messicaneggiante, evocativa di duelli al sole nel deserto (elemento 6).
Vorrei aggiungere che i tre cattivissimi karateki che dovrebbero far fuori Franchi vengono assoldati da Kon Chi Lhai a Milano. Si tratta, per la precisione, dei «migliori sulla piazza a San Babila». Ora, questo elemento 7 potrebbe essere un contagio contratto dall’attualità: il film è del 1973 e in quel periodo a Milano, in piazza San Babila, ne succedevano di lutti i colori. Anzi, di un solo colore: il nero. Cicero dunque precede Lizzani di ben tre anni.
Altrettanto potentemente incongruo e non motivato da imitazioni e riferimenti diretti è l’episodio in cui Franchi, stordito da una capocciata infertagli da Nuto Kekkor, proprietario del ristorante cinese, esce dal locale intonando un pezzo operistico (elemento 8). Gli esempi potrebbero proseguire all’infinito tra citazioni gitane e napoletane. Ora devo giustificarmi. Perché considero positivo l’eclettismo di questo film e condanno l’eclettismo della pubblicità di Max? Semplice: perché l’eclettismo di Cicero & Franchi non è entropia modaiola, ma pura espressione trash. Ossia nasce dal contagio di elementi incompatibili. Nulla lega tra loro gli otto elementi, ognuno è indipendente dall’altro e tutti si trovano ammassati solo in nome dell’accumulazione.

Invece, nella pubblicità di Max, dietro la scelta pseudocasuale di elementi c’è un super-elemento di base: la ricchezza. Gli orologi di design costano. Richard Gere è ricco. Per vivere in modo aperto e cosmopolita ci vuole la grana. Gorbaciov rientra perfettamente in questo ambito poiché, almeno nelle intenzioni, la sua azione segnò il primo passo per far precipitare l’URSS in questo eclettismo per abbienti. •

Tommaso Labranca

 

 

Tommaso Labranca,
Andy Warhol era un coatto
Vivere e capire il trash

Pubblicato originariamente da Castelvecchi nel 1994
Edizione elettronica ridigitata e reimpaginata nella primavera del 2004

Diffusa gratuitamente tramite il sito
www.labranca.co.uk.

L’edizione elettronica differisce da quella cartacea nei seguenti punti:
1. Manca l’introduzione di Emanuele Bevilacqua, di cui non ho i diritti.
2. Manca l’Interessante Indice degli Argomenti, che era comunque inutile.
3. Sono state tolte alcune immagini volute in origine dall’Editore e non necessarie ai fini della scrittura.

Grazie a Luca “Quack” Gargioni.

© 1994 – 2004 by Tommaso Labranca
Questa è la versione 1.0 dell’edizione elettronica.

Per ricordare Tommaso Labranca, una selezione di sue opere in formato .pdf
Visiogeist / Opere di Tommaso Labranca





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