Mozart e Berlioz in “A doppia mandata” (À double tour) di Claude Chabrol

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Mozart e Berlioz in A doppia mandata (À double tour) di Claude Chabrol
a cura di Dario Agazzi

C’è chi, nato come me nella seconda metà degli Anni Ottanta, è cresciuto “a pane e Guerre Stellari”; ma può esserci anche chi – come il sottoscritto – sia cresciuto a “pane e Claude Chabrol”. La musica nei film di Chabrol è usata in modo incomparabile: di questo, in quanto compositore, vorrei parlare. Precisamente della musica di un suo film del 1959: A doppia mandata (À double tour), che ho la fortuna di possedere su nastro VHS (visto e rivisto non so quante volte) dell’edizione Mondo Home Entertainment, pubblicato nel 2002 e allora in vendita alla Fnac di via Torino a Milano, poi chiusa. Film di opposizioni (come suggerisce il titolo), lo è in particolare nelle musiche. Borghesia agiata in antica villa rustica provenzale, lacerata da angosce e non detti fra gli aviti, nobili stucchi, versus padiglione modernista arredato in sofisticato stile giapponese e abitato dalla spensieratezza di una costruttrice di marionette artistiche; bellezza severa e sfiorita di Thérèse (Madeleine Robinson, talmente superba da meritare la Coppa Volpi a Venezia), borghese conservatrice, versus gaia bellezza spensierata della giovinezza (un po’ snob) di Leda (l’avvenente Antonella Lualdi), abitante del succitato padiglione, ovviamente; cerebralismo raffinato e complessato (il figlio musicista di Thérèse, Richard, interpretato da un impareggiabile André Jocelyn) versus rozza spavalderia gigionesca del picaresco, avvinazzato e crapulone Laszlo, fidanzato della sorella del musicista (un Jean-Paul Belmondo difficilmente dimenticabile, specialmente quando s’ingozza in giardino). La vicenda è presto narrata, e mi permetto d’esporla in due righe solo per inquadrare il contesto: Leda verrà uccisa da Richard, onde vendicare sua madre, tradita e umiliata dal di lei marito Henri: un pavido, indeciso borghese con i baffetti (Jacques Dacqmine), il quale ha “persa la testa” per Leda e “pronto a lasciar tutti i suoi agi” (che giungono dalla moglie, però) “per lei”; ma in realtà incapace di qualsiasi risoluzione, a parte tradire Thérèse sotto gli occhi dei paesani, provenzali bigotti per i quali l’aristocratica famiglia costituisce elemento di ghiotto pettegolezzo. Infine, Wolfgang Amadeus Mozart, con frammenti tratti dalla Serenata in si bemolle maggiore (n. 361 secondo il catalogo Koechel, e 370a secondo quello di Einstein) versus la sinfonia drammatica op. 17 Roméo et Juliette di Hector Berlioz. A parte la poco significativa musica di Paul Misraki (che fu paroliere, fra gli altri, di Edith Piaf, nonché autore della colonna sonora di Rapporto confidenziale di Welles), utile per capire quel che ascolti Laszlo nella sua autovettura decapottabile con cui si mette in mostra nel borgo, questi due contrapposti capolavori della letteratura musicale sono il perno della follia del musicista-assassino Richard: al quale va tutta la mia simpatia. Scritta fra Monaco e Vienna nel 1781, quando Mozart aveva 25 anni, la Serenata per 13 fiati rende superflua ogni altra composizione per tale organico. Nel film vengono adoperati singoli significativi passaggi della Romanza di tale partitura: in camera di Richard, quando è da solo, sdraiato sul letto, o in compagnia della sorella, udiamo dal giradischi l’introduzione; in seguito, mentre i suoi genitori litigano – in una delle scene più crudeli di liti coniugali che io conosca –, udiamo il passaggio dalla soavità indicibile di detta introduzione alla tonalità minore, in un contrappunto la cui perfezione è al tempo stesso drammatica e trattenuta; trattenuta nel suo romanticismo, drammatica nel suo classicismo. Mette i brividi, tale sublime musica di Mozart in relazione all’umano strazio del vivere: vivere fra le convenzioni dell’attraversare nobili corridoi di una dimora di campagna in giacca e cravatta, mentre il proprio cuore è costernato per le urla dei genitori, con i ricordi delle pulsioni sessuali represse nei confronti della procace (e sensuale) domestica; vivere sapendo che in quella perfezione della Serenata (come ci rivelerà lo stesso Richard, dopo che Laszlo gli avrà estorta la confessione dell’omicidio a suon di gagliardi cazzotti) v’è l’ineffabile bellezza di Leda. Una bellezza da distruggere. E mentre Richard uccide Leda, udiamo ancora una volta l’introduzione della Serenata, emessa dal giradischi della ragazza. Quando tutto si è consumato, ecco la romanticissima – ed estremista – partitura di Berlioz, sventurato musico la cui consacrazione (come sovente accade) fu quasi solo postuma. Nel romanticismo – non dimentichiamolo – coabitano il sentimento dell’abnorme e quello religioso estremizzato. Il romanticismo è l’anticamera di Poe e di Baudelaire. Il romanticismo impazzito è il coboldo dei dipinti di Füssli. Berlioz ha tratti che tracimano nel grottesco: non avrebbe scritto – altrimenti – quel libro bizzarro che è I grotteschi della musica. Roméo et Juliette, di genialità stravagante come il suo Faust, fu scritta nel 1839, quando il compositore aveva 36 anni, e solo grazie al fatto che Niccolò Paganini gli aveva donati 20.000 franchi (sic) dell’epoca onde metterla assieme. Estratti della vasta composizione, che parla della “storia d’amore per antonomasia”, fanno da contrappunto alla scena in cui il baldo Laszlo estorce la confessione a Richard. Nella sua proprietà antistante la dimora, il giovane musicista dirige il vuoto, la campagna: dirige il disco di Berlioz. Suona per nessuno un disco meccanico sull’amore. Cerca di ristabilire la “pace” ormai distrutta di una famiglia allo sfascio. Non si è mai innamorato, Richard. Ama la musica ma sa di essere deforme in suo confronto. Ama sua madre benché limitata, bigotta e conformista (ma certo bella, checché ne pensino il marito Henri e poi lui stesso). È lucidissimo nella presa di coscienza della propria disgrazia e della propria inadeguatezza verso il mondo, che vorrebbe sì perfetto, ma come un disco meccanico senza più il pulsare della vita: “In me vedo il volto di un morto che parla”, “In me abita la negazione. La turpitudine” – ci dice prima di strangolare Leda. Si costituirà alla polizia. Ma il gesto non serve: sua madre non ha capito niente e, sorseggiando il suo the nel giardino come se nulla fosse successo, gli dirà che, andando a costituirsi, non “sarà più suo figlio”. Il lampione esterno della villa si accende. Come al termine del romanzo La porta stretta di Gide, “Una domestica entrò, portando una lampada”. Fine. Ma l’infinito dramma dell’individuo e dei suoi rapporti con il mondo, invece, continuerà al buio per sempre. •

Dario Agazzi

 

 

À double tour (A doppia mandata)
Regia: Claude Chabrol • Soggetto: dal romanzo The Key To Nicholas Street di Stanley Ellin • Sceneggiatura: Claude Chabrol, Paul Gégauff • Fotografia: Henri Decaë • Montaggio: Jacques Gaillard • Musiche: Paul Misraki • Scenografie: Jacques Saulnier, Bernard Evein • Trucco: Louis Bonnemaison • Assistenti alla regia: Philippe de Broca, Charles Bitsch • Produttori: Robert e Raymond Hakim • Interpreti principali: Antonella Lualdi (Léda), Madeleine Robinson (Thérèse Marcoux), Bernadette Lafont (Julie), Jacques Dacqmine (Henri Marcoux), Jeanne Valérie (Elisabeth Marcoux), Jean-Paul Belmondo (László Kovács), André Jocelyn (Richard Marcoux), Mario David (Roger Tarta), László Szabó (Vlado), Raymond Pélissier (il giardiniere), André Dino (il commissario di polizia) • Produzione: Paris Film, Titanus • Paese: Francia, Italia • Anno: 1959 • Durata: 94′ (copia francese), 87′ (copia italiana)

 





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