Silence > Martin Scorsese

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La croce e il nulla

«Paradossalmente la fede implica, come nel grido del Signore sulla croce, l’esperienza del perderla, del non poterla tenere, stringere: anche e forse soprattutto la fede è come il grano di frumento che, dice il Vangelo di Giovanni, se non muore non porta frutto. È tutto terribile: ma se Dio muore crocifisso, non può non essere tutto terribile.»
– Sergio Quinzio, Dalla gola del leone

Ricorrendo all’immagine di un ponte sospeso, Neher, ne L’exil de la parole, osserva come lo studio del silenzio nella Bibbia introduca a due concezioni teologiche differenti: «L’una installa nella sicurezza di una fine conciliatrice, che pone sull’altra riva, di fronte all’Alfa di questa, un Omega, tanto solidamente ancorato alla terra ferma quanto le arcate simmetriche di un ponte sospeso. Succeda quel che si vuole sul ponte […] esso tiene sicuramente! L’altra concezione introduce in questo edificio troppo bello l’indizio di una insicurezza non proteggendo il ponte contro alcun pericolo, fosse pure mortale, non assicurando alla fine essa stessa alcuna garanzia certa.»

Tutta la vicenda di padre Rodrigues, nell’ultimo film di Scorsese, sembra descrivere l’avventura e l’esito possibile di questo silenzio di Dio, che non è solo nella tragica difficoltà di riconoscerne la presenza, ma diviene un vuoto reale, una vera assenza.

Il Giappone del XVII secolo, la terra straniera, il grave pericolo che nasconde, preannunciato ai protagonisti, sono solo la condizione necessaria allo sviluppo di un nuovo modo di intendere la fede. Prima della loro partenza i padri gesuiti sono solidissimi nelle loro convinzioni e la certezza della ‘incredibile’ apostasia di Ferreiras, il loro padre spirituale, altro non è che il segno di una incapacità a vedere tutto il terribile della propria condizione di credenti. Le esperienze che questa terra lontana imporrà loro si faranno abisso, kènosis, non quella dei mistici, ma quella che spaventa lo stesso figlio di Dio e che nessuno (verrebbe da dire, nemmeno un laico) può sostenere: il sentirsi e sapersi abbandonati. Scorsese snoda le tappe di questa discesa d’abisso (l’inferno di Ferreiras nel prologo iniziale) con reiterate visioni di martirio e tortura: «perché le loro prove devono essere così terribili?», «perché le mie risposte sembrano così deboli?» domanda Rodrigues. Ma c’è una sequenza che si incarica di segnare il punto di svolta nel percorso del suo personaggio, spirituale e terreno, magistralmente contraddittoria, quella in cui scoppia in una grottesca risata riconoscendo nella sua immagine riflessa, il volto (troppo bello?) di Cristo. È il culmine narcisistico della sua identificazione, nella quale al contempo si svela anche tutto il ridicolo della propria superbia e il limite della fede stessa come l’ha vissuta sin qui.

 

 

Subito dopo sarà lui, infatti, a stupire della debolezza contenuta nella risposta, dettata da una fede incrollabile, dei contadini con i quali si ritrova prigioniero e destinato al martirio, della calma che dona loro la promessa di un Paradiso senza fame né tasse; perché temere la fine delle sofferenze terrene?

«Si veste l’accettazione del dolore e della morte con un austero abito di tipo stoico, o con un ardente abito eroico, o con fulgidi paramenti estetici, o con il mantello di un sereno e fiducioso abbandono alla provvidenza. Ma è invece un mistero squallido, povero e vergognoso, che ha gli odori della decomposizione, dal quale siamo obbligati a torcere gli occhi. È una accettazione perfetta nella angoscia e nella disperazione. La pacifica accettazione a priori è autoinganno, perché è già lenimento, è incompatibile con il vedere lo spaventoso abisso della sofferenza e del nulla.»
– Sergio Quinzio, Dalla gola del leone

Padre Ferreiras incalza Rodrigues, mentre è rinchiuso in prigione, alla vigilia della sua abiura: «Ho pregato ma non serve a niente», «prega, ma con gli occhi aperti». Non resta che prendere atto di una fede ad occhi chiusi come spazio asfittico dell’umano immaginare (il cinema?). Il ritrarsi di Dio consente lo svanire della lettura ideologica del mondo, getta finalmente luce sulla miseria degli abitanti nei villaggi, calpestare un’icona sacra, tutte le immagini, non è ormai altro che una pura formalità: l’iconoclastia che si ritroverà a disbrigare insieme a Ferreiras per il Giappone è condotta con noia quasi impiegatizia.

Ma è forse qui il cuore del discorso meta-cinematografico di Scorsese, e ci permette di considerare quest’ultima fatica come il punto di congiunzione di due vocazioni, più volte da lui ricordate nelle sue interviste: il prete e il regista, che non si risolvono in una semplicistica sintesi da predicazione in forma di biblia pauperum, ma vengono sottoposte a radicale verifica: le immagini possiedono una natura quasi ridicola non esaurendo mai tutta la distanza da qualsiasi mistero si propongano di rappresentare, ma sono anche invincibili, irrinunciabili: Rodrigues ne porta una sin dentro la bara/botte in cui sta per essere dato alle fiamme dopo la morte, dopo aver rinnegato pubblicamente quello in cui fermamente credeva. A scandalizzare evangelicamente lo Scorsese credente, invece, non è l’apostasia e la corruzione degli uomini, ma l’impotenza di Dio, il suo paradossale fallimento. •

Maurizio Giuseppucci

 

 

SILENCE
Regia: Martin Scorsese • Sceneggiatura: Jay Cocks, Martin Scorsese dal romanzo Silence di Shūsaku Endō • Fotografia: Rodrigo Prieto • Montaggio: Thelma Schoonmaker • Musiche: Kim Allen Kluge, Kathryn Kluge • Scenografie, costumi: Dante Ferretti • Casting: Ellen Lewis • Art Direction: Wen-Ying Huang (supervisione), Ding-Yang Weng, Michael Tsung-Ying Yang, Wang Zhi-Cheng • Set Decoration: Francesca Lo Schiavo • Trucco: Laura Calvo • Produttori: Barbara De Fina, Randall Emmett, Vittorio Cecchi Gori, Emma Tillinger Koskoff, Gaston Pavlovich, Martin Scorsese, Irwin Winkler • Interpreti principali: Andrew Garfield, Adam Driver, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Liam Neeson, Shinya Tsukamoto, Ryô Kase, Issey Ogata  • Produzione: Sharpsword Films, AI Film, CatchPlay, IM Global, Verdi Productions, YLK Sikelia, Fábrica de Cine • Distribuzione (USA): Paramount Pictures • Distribuzione (Italia): 01 Distribution • Rapporto: 2.35 : 1 • Camera: Arri Alexa Studio – Zeiss Master Anamorphic and Angenieux Optimo Lenses, Arricam LT – Zeiss Master Anamorphic and Angenieux Optimo Lenses • Laboratoio: EFilm (digital intermediate) • Formato negativo: 35 mm (Kodak Vision3 250D 5207, Vision3 200T 5213, Vision3 500T 5219), Codex ARRIRAW (2.8K) • Processo fotografico: Digital Intermediate 4K (master), Master Scope anamorphic (source) • Formato di proiezione: D-Cinema • Lingua: inglese, giapponese • Paese: USA, Taiwan, Messico • Anno: 2016 • Durata: 161′





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