Contro il mondo, contro la vita. “Near Death Experience” di Benoît Delépine e Gustave Kervern

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Contre le monde, contre la vie.

Mentre i più, sanamente, si sdilinquiscono con La La Land e il sogno di un futuro sempre pronto a sbocciare tra le nostre mani, ho pensato bene di dilapidare un po’ del mio tempo nel (ri)vedere, malsanamente, un’opera decisamente anomala che dà conto della ricerca d’un tristo uomo medio del coraggio necessario per farla finita, una volta per tutte.

Superficialmente si potrebbe pensare che il tema portante del film sia tra i più desolanti e depressivi e poco invitanti inviti alla visione che possa capitare di incontrare. Ma se ci si pensa con maggiore attenzione non sarà difficile rendersi conto che parlare della morte, e del suicidio in questo caso, può in realtà essere un argomento assai divertente e ben più aperto alla vita di quanto sia lecito aspettarsi. E certo non bisognerebbe nemmeno far finta di non rendersi conto di trovarsi, con l’autoeliminazione, al cospetto di un tema politico, come ci ricorda Franco «Bifo» Berardi in Heroes: suicidio e omicidi di massa (Baldini & Castoldi, 2015), la cui lettura scoperchia molte delle contraddizioni del nostro tempo. «Un’epidemia di suicidio si è abbattuta sul pianeta terra, perché da decenni si è messa in moto una gigantesca fabbrica dell’infelicità cui sembra impossibile sfuggire.» Tutto dipende, come sempre, da come la si racconta una cosa; ogni nota dell’esistenza può suonare in molti modi differenti, il range delle possibilità di sorpresa e divertimento dipenderanno dal tono e dal contesto e dall’abilità dell’esecutore. Nutro addirittura la ferma convinzione, sostanzialmente una certezza, che potrebbe essere infinitamente più deprimente la visione zuccherosa della realtà messa in scena da La La Land rispetto alla disperazione portata davanti alla macchina da presa in un film come Near Death Experience. Cosa accadrebbe ai protagonisti di La La Land se non riuscissero ad esaudire i loro sogni di felicità? «Aumentare i desideri fino all’insopportabile, rendendo la loro realizzazione sempre più inaccessibile, era il principio unico su cui poggiava la società occidentale.» (Michel Houellebecq, La possibilità di un’isola) È tutta questione di ironia e, come universalmente noto, trattasi di merce assai rara perché, per far sì che essa scocchi, come una freccia di Cupido, ha la necessità d’essere viva in entrambe le parti in causa. Un autore ironico non può nulla con un fruitore incapace di cogliere la sua visione del mondo e delle cose – certo soggiace al discorso una qualche considerazione circa il livello medio di alfabetizzazione, di comprensione di testi complessi, di cultura. Quindi: quando un uomo ironico incontra un uomo privo di ironia, l’uomo ironico è un uomo morto.

Prendi Michel Houellebecq, immergilo nella comicità nera della coppia Delepine/Kervern, e otterrai Near Death Experience: un film assolutamente unico, capace in un sol colpo di disattendere qualsiasi regola cinematografica e pure del cinema sin qui dato alla luce dalla coppia di registi. Benoît Delépine e Gustave Kervern sono due autentici fuori classe del cinema contemporaneo, capaci di stupire a ogni inquadratura. Prosecutori della vena più visionaria e politicamente scorretta del cinema di Aki Kaurismäki, omaggiato esplicitamente nel bellissimo esordio Aaltra (2004), concepiscono il cinema come un campo minato dentro al quale mettere alla prova stereotipi e senso comune. Disabilità (Avida), marginalità, vecchiaia (Mammuth), indigenza (Le Gran Soir), violenza di classe e identità di genere (Louise-Michel), civiltà rurale e alcolismo molesto (Saint Amour) e, dunque, tutti quei tabù ai quali il politicamente corretto non è in grado di metter mano, sono la carne viva attraverso la quale dare vita a commedie invariabilmente on the road. Comicità nera e gusto del paradosso, anche visivo, sono le cifre stilistiche di due registi, sceneggiatori e di frequentemente attori.

Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2014, sezione Orizzonti, Near Death Experience è ovviamente scivolato, senza troppo clamore e interesse da parte del pubblico e della critica (più o meno) specializzata (esistono però eccezioni che inevitabilmente confermano la regola), nel novero dei film dimenticati e da dimenticare. Ma se il ruolo del critico è quello di riportare alla luce opere dimenticate, finite nell’ombra della smemoratezza o scarsamente illuminate, con il film in questione – e più in generale direi con tutto il cinema dei due registi francesi – il ruolo del critico acquisisce compiutamente il proprio valore: far conoscere quello che si reputa degno di valore: portare luce là dove regnano le tenebre. Forse in epoca di Netflix, Spootify, Facebook, Twitter, Instagram ecc ecc è tutto piuttosto inutile visto che i gusti personali sono organizzati da un qualche algoritmo made in Palo Alto sviluppato da ventenni squilibrati il cui unico sogno è quello di fare soldi a palate ma, siccome le cause perse sono le sole che valga la pena d’essere combattute…

A parità di storia, se il protagonista avesse amoreggiato con un giovane imberbe sulle rive di un ruscello di montagna, con qualche scena di nudo e magari con il primo piano di un erezione, probabilmente si sarebbe aggiudicato un qualche riconoscimento e avrebbe fatto struggere il critico trendy e politicamente corretto mandandolo in brodo di giuggiole per la carica di disperazione contro tutto e contro tutti in esso contenuti. E invece niente – con Delépine e Kervern (che Dio li abbia in gloria!) il politically correct è bandito –, il protagonista è un misogino spostato, brutto e decrepito, sfatto dall’esistenza, ridicolo, malinconico e malconcio. Paul, un uomo medio, un grigio impiegato che vorrebbe accomiatarsi da un esistenza che trova oramai disgustosa, è per sovrapprezzo interpretato niente meno che dallo scrittore francese Michel Houellebecq – uno che di sé ha la seguente opinione: «Nichilista, reazionario, cinico, razzista e vergognoso misogino: collocarmi nella poco attraente famiglia degli anarchici di destra sarebbe ancora farmi troppo onore; fondamentalmente, non sono che un beauf. Autore piatto, senza stile, sono assurto alla notorietà letteraria solo in seguito a una inverosimile mancanza di buon gusto dimostrata, alcuni anni fa, da critici disorientati. In seguito, per fortuna, le mie provocazioni bolse hanno finito con lo stancare».

 

 

In apertura del film incontriamo una scena stratosferica. Paul/Houellebecq guida e fuma senza essersi allacciato la cintura di sicurezza. Il sensore dell’auto, non trovando la cintura nella sua corretta posizione, segnala con un fastidiosissimo cicaleccio ritmico la sua assenza; Paul sopra alla ritmica ossessiva rappa una sguaiato freestyle. Ed è immediatamente chiaro che ci troveremo dentro a un mondo rovesciato, nel quale la risata nascerà per accumulo di situazioni paradossali e comportamenti imponderabili. Lontani dalla vita, a un passo dalla morte, sospesi in un limbo drammatico ma non serioso, inquietante ma mai spaventevole.

Delépine e Kervern ci avevano abituati a personaggi disadattati in aperto contrasto con la società ma, con Near Death Experience, aggiungono un nuovo tassello al nichilismo della loro filosofia applicata al linguaggio cinematografico. Insieme a Houellebecq, camuffato da prostrato impiegato di una compagnia di telecomunicazioni che decide di farla finita un venerdì (che non poteva esser altro che essere) 13, portano la narrazione e la “macchina” cinema a un grado zero assoluto. Ridotta all’essenziale la troupe con la quale girare (7 persone), ridotta pure la qualità fotografica delle immagini e ridotta alla sua essenza di traiettoria solitaria in paesaggi montani, tre giorni e tre notti errabonde, la vicenda di Paul si svolge unicamente su di un piano psicologico, narrata attraverso un monologo interiore recitato interamente in voice over dal protagonista. Saranno dunque soliloqui filosofici di stampo letterario la materia prima di questo strano film, monologhi intrecciati indissolubilmente con il romanziere Houellebecq che dall’esordio nel ’94 con Estensione del dominio della lotta, fino al controverso e sublime Sottomissione (2015), ha narrato di individui di sesso maschile ben oltre l’orlo di una crisi di nervi. Se Paul somigliasse a qualcuno dei protagonisti dei romanzi dello scrittore francese, si avvicinerebbe in particolar modo all’analista programmatore de l’Extension du domaine de la lutte – con il quale condivide una professione che lo ripugna e una medesima traiettoria psichica ed esistenziale. «È da anni che cammino accanto a un fantasma che mi rassomiglia, e che vive in un paradiso teorico, in stretta relazione con il mondo. Per molto tempo ho creduto che mi convenisse raggiungerlo. Ora basta.»

Il film si apre e si chiude con un felice omaggio ai Les Fleurs du mal di Charles Baudelaire, fornendo quella chiave di lettura che probabilmente lo scettico andava cercando. Ma non è mia intenzione “bruciare” la sorpresa affastellando qualche improvvida parola; non sono Emmanuel Carrère, specialista transalpino nel fotterti qualsiasi piacere della lettura con improvvide anticipazioni di trama nelle introduzioni dei libri che gli capita di controfirmare o nella sbalestrata biografia di Philip Dick, Io sono vivo, voi siete morti.

Un film sulla necessità del suicidio, che non sapremo se davvero si compirà o meno, su di un individuo che si contrappone ogni istante ai valori correnti della società in cui vive e che per questa incessante lotta s’avverte consunto e sfinito. Ma il protagonista è un rassegnato, non un ribelle, non è portatore di un pensiero radicale perché non siamo negli anni ’70, non siamo a Zabriskie Point; quel mondo è definitivamente estinto. In qualche modo Near Death Experience ricorda Naked di Mike Leigh; altro film su di un’esistenza incapace di trovare la forza d’uscire dalle proprie nevrosi, di evadere dalla gabbia nella quale ogni cosa di sé e del mondo l’ha confinato; altro film di un regista sempre attento a ciò che si muove ai margini e nelle periferie dell’Impero.

Se la mamma degli cretini è sempre incinta quella dei critici cinematografici è essa stessa cretina e costantemente gravida. Sforna figli ogni giorno, parti plurigemellari i cui frutti sbucano oramai da ogni media possibile e immaginabile. E quasi sempre il critico lo trovi nascosto dietro al dito di un giudizio in stellette o pallini o, nei casi di creatività estrema della testata, di simboli meteorologici d’una inarrivabile demenza. Oppure ancora trovi voti da scuola dell’obbligo, che forse simboleggiano freudianamente la voglia di una cattedra sopra alla quale istruire le giovani leve all’Arte Suprema della Scienza Cinefila. Non ho mai capito questi voti, fatico ad afferrarne la logica, non comprendo come sia possibile concepire il giudizio soggettivo dello specialista camuffato da scienza analitica della stelletta. Ed è incredibile imbattersi nei pallini e nelle stelline e nei voti e nelle percentuali a proposito di un film comeNear Death Experience. Ridicolo. Totalmente ridicolo. Un qualcosa che ti fa venire voglia di prendere una bicicletta da corsa, accendere una sigaretta, e far perdere le tracce di sé su per i monti, come Paul – pedalare lontano dal mondo, in direzione opposta. Citando il bel saggio di Houellebecq dedicato a H. P. Lovecraft: Contre le monde, contre la vie. •

Alessio Galbiati

 

 

Near Death Experience
Regia, sceneggiatura: Benoît Delépine, Gustave Kervern • Fotografia: Hugues Poulain • Montaggio: Stéphane Elmadjian • Direttore di produzione: Philippe Godefroy • Postproduzione: Alexis Vieil • Suono: Guillaume Le Bras, Piste Rouge Studio • Effetti speciali: Digital District • Produttori: Benoît Delépine, Gustave Kervern, Charles-Edouard Renault (associato) • Interpreti: Michel Houellebecq (Paul), Marius Bertram (il vagabondo), Benoît Delépine (un collega), Gustave Kervern (un collega), Manon Chancé (l’automobilista) • Produzione: No Money Productions • Con la partecipazione di: Canal+, Ciné+, Centre National de la Cinématographie (CNC) • Paese: Francia • Anno: 2014 • Durata: 87′





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