Gimme Danger > Jim Jarmusch

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Gimme Danger: breve invito al non avere opinioni

L’arte è oggettiva. L’oggettività risiede nell’oggettualità del discorso sull’arte: una canzone, un disco, un film, sono degli oggetti. Possiamo spendere delle parole, che siano dei concetti, e che quindi abbiano un valore, che generi un interesse, solo su degli oggetti.

La nostra epoca è segnata, tuttavia, da un’idea relativistica del discorso umanistico, artistico: tutto quello che non è scienza dura è aleatorio, essendo aleatorio allora è relativo, quindi va a posarsi sulla sciocca idea della definizione del gusto, del “mi piace”. Come se Karl Popper e Thomas Kuhn non fossero mai esistiti, la considerazione odierna, nella vulgata comune, della scienza è contrassegnata da un rigurgito fascistoide-positivista.

Gimme Danger
è il film d’un fan, richiesto da Iggy Pop, per celebrare l’oggettiva importanza degli Stooges. Se non ti piacciono gli Stooges il problema sei tu.

Il gusto non è un criterio spendibile d’argomentazione, ma è un riflesso della qualità della tua esperienza di vita, è una sorta di posizione per auctoritas che ha senso solo nel caso in cui sia Jean-Luc Godard a parlar male di Michelangelo Antonioni, perché questo aggiunge un mattoncino alla mappatura dell’edificio Godard, aiuta cioè alla comprensione della poetica di Godard.

Del gusto, del parere, dell’opinione, non ce ne facciamo niente, non è una posizione, ma una masturbazione esacerbante.

L’unico momento nel quale può posizionarsi un valore, è un argomento: un ragionamento fondato su un’analisi critica. Solo gli argomenti formano giochi di parole. Argomentare non è difficile, basterebbe ricordarsi che su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere. Il silenzio, per esempio, argomenta una mancanza, la mancanza può attivare una volontà di conoscere.

Una volta c’era l’ombrello delle ideologie a dare l’input, oggi saremmo sbrogliati dalla pesantezza dei rapporti di produzione e dei canoni ecclesiastici, e invece ha vinto la peggiore interpretazione del sentimento borghese: un allargamento a tutte le classi dei peggiori valori dell’uomo medio: essere normali, comuni, semplici, è un vanto, in una considerazione del tempo come di una banconota da piegare nel portafogli, mentre nella ragione risiede una libertà inesplorata. Noi siamo il popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante d’Europa, noi non esistiamo perché non abbiamo argomenti che posizionino il nostro esistere.

 

 

Oggi è necessario un classismo antiborghese, mentre trionfa l’idea di un transumanesimo seduto sulle idee malsane del lavoro e della libertà data dalla tecnologia. Il lavoro è una menzogna: dovrei lavorare per avere un paio d’ore al giorno libere in cui stancamente accendere il televisore o andare su facebook dove dovrei poi trovare uno spazio libero, dove la libertà è la possibilità d’esprimere un’opinione nel mare delle altre opinioni, che assieme dovrebbero formare un movimento, un blog, una pagina fan d’un talk show satirico a caso, un referendum perso, un razzismo di comodo, una nostalgia di Predappio, una lista civica dei soliti ignoti, e questo dovrebbe in qualche modo far si che avvenga un miglioramento sostanziale della mia vita. Difatti, è evidente che viviamo nel migliore dei mondi possibili, dove la decenza è un criterio psicologico più che sociale.

Non esistono prodotti d’alcun tipo che siano di mero intrattenimento, Roland Barthes in Mythologies, lo ben sottolinea. L’idea malsana del prodotto per rilassarsi, per non pensare, è una garbata ammissione della propria idiozia. Ciò che è pop non deve essere sottratto ad un discorso qualitativo, la seconda parte del breve decennio Beatles lo dimostra. Ciò che non ha qualità non esiste, è solo uno stagnare, mentre l’esistenza è parte d’un movimento, e un movimento è ravvisabile mediante argomenti.

Gimme Danger è un libero canto all’individualismo, alla ricerca, allo studio, all’azione, all’autodistruzione, al far marcire la propria anima al fuoco d’un amore che non verrà accettato, senza compromessi, all’oltrepassare del presente come stanchezza del passato: Iggy Pop ci dice bellamente che non era in grado di scrivere testi alla Bob Dylan, motivo per cui decise di scrivere canzoni con meno di 25 parole e lasciare il resto all’interpretazione, al suo dionisiaco.

La vita, gli amici, gli amori, le case discografiche, il pubblico, la fortuna, tutto ha sputato ripetutamente in faccia agli Stooges, se c’è un’ottica della salvezza, questa è data dal tempo, il tempo ha dato ragione al discorso degli Stooges, generazioni di perdenti meravigliosi, di disadattati luminosi, anche questo nulla alla tastiera, hanno trovato in quei tre dischi, nelle cose di Iggy Pop, nei live, un sacro voto cui inesistere, una negazione da penetrare.

Per cui dateci in pasto tutto, un pasto nudo cui crepare all’interzona della nostra ultranoia, dateci tutto il materiale esistente degli Stooges, di Bob Dylan, di Johnny Cash, di Battisti, di Kubrick, di Jarmusch, di Edoardo Sanguineti, di Franco Fortini, non importa se siano bootleg natalizi o capi firmati, o feticci rubati in una vacanza alle Bermuda, di tutto ciò che ha dato un contributo così deflagrante alla formazione di generazioni di stravaganti, di anormali, di perdenti, di sporchi, di tutto: ecco, di tutto noi vogliamo tutto. •

Alessio Librizzi

 





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