Emile Hirsch e la nostalgia ’00

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‘OO nostalgia

Ricordo Emile Hirsch, una chitarra elettrica (che non sapevo e non so suonare), la marijuana e i suoi corifei adolescenziali. Un letto diviso, laido. La mia solitudine, il rumore distorto dello stereo Grundig della mia stanza: viola, compatto, tremendo. Io, capelluto e improbabile. Un televisore enorme.
Oggi mi rivedo nel “Corso di cultura sentimentale” di TeleDurruti e per questo cerco qualche spunto degli anni ’00. Alimentare la tenera sommossa dei ricordi, per riposare nel dolce naufragare: che c’è di male?
La più bella canzone, dicono, senza dubbio, Siberian Breaks degli MGMT; il più bel disco (forse) Merriweather Post Pavilion degli Animal Collective ( ).

I film: riparlando col sangue, oggi mi ripensavo. Tolti i classici, restiamo a quegli anni.
Velvet Goldmine m’ha fatto scoprire l’idea magniloquente d’una sessualità non fluida, ma sofferta e rivendicata, e poi i Roxy Music, Eno, Bowie, Iggy Pop, Lou Reed. Tutto grazie a Todd Haynes. Che cos’è Todd Haynes se non un grandioso movimento corale condensato in fotogrammi plasticamente morbidi che abbracciano un giovane senz’arte, con una noia da via Margutta.

 

 

C’era spesso Ewan McGregor, la sua cattiveria irrazionale che rifletteva il flettersi di quegli anni nel polarizzarsi di posizioni: il dalemiano, il berlusconiano, il prode Prodi, l’intransigenza bertinottiana. Posizioni vuote, messe contro dal caso. La storia senza ideologie è più ideologica. Dice Engels a Bernstein che Marx non era marxista. Ewan l’ho ritrovato spesso, non sempre efficace, lo ritroverò ancora, credo. Sicuramente in Trainspotting: 2, la beffa ancora del guardarsi indietro, ancora Iggy.

– Iggy Pop comincia un concerto all’Ancienne Belgique con queste parole, che nell’inverno dei miei venticinque anni sembrano riverberarmi un colpo al cuore –

It was in the winter of my fiftieth year
When it hit me
I was really alone
And there wasn’t a hell a lot of time left
Every laugh and touch that I could get
Became more important
Strangely, I became more bookish
And my home and study meant more to me
As I considered the circumstances of my death
I wanted to find a balance between joy and dignity
On my way out
Above all, I didn’t want to take any more shit
Not from anybody

Sarebbe un punto di svolta, ma l’intenzione incontra prima o poi la fallacia dell’azione, quindi ritorniamo al nastro riavvolto.
Emile Hirsch c’era sempre. E si perché noi, nati tra il ’90 e il ’95, oggi furbescamente vecchi, i visi alieni e scavati, abbiamo avuto in una spirale triangolare il mito, senza ricordarne spesso il nome, del ragazzo normale, che faceva cose oltre: Emile Hirsch, appunto.

Tre film, che furono nostri: Lords of Dogtown, Alpha Dog, Into The Wild.

Lords of Dogtown, l’ho rivisto recentemente: fatta eccezione per una colonna sonora notevole, niente di memorabile. Traditi dalla bellezza del ricordo di un pomeriggio ozioso speso sul divano.
Sulla colonna sonora, uno spunto: dentro c’è un pezzo molto bello dei Nazareth (band scozzese, hard-rock, complessivamente sine infamia sine laude) Hair of the Dog, che hanno coverizzato i Guns N’ Roses in The Spaghetti Incident?. Quel disco c’ha fatto capire l’idiozia del fan medio dei GnR, e di certa stampa, e, allo stesso tempo, il fatto che avessero un certo gusto negli ascolti e una certa pochezza nell’interpretazione. Appetite for Destruction resta un capolavoro ingenuo, di quelli di cui non vale la pena discutere con la redazione di Pravda, chiusura reaganiana del decennio la cui odierna percezione risuona come conato di rettori, notti prima degli esami, socialisti, aiazzoni, un ricco buffet prelibato in cui tuffarsi: come eravamo belli e giovani… e invece no, eravate come siete adesso, solo vestiti da paninari: Domino Falling.

Alpha Dog, l’ho rivisto ieri, me lo ricordavo bello, e lo è, una sorpresa: Sharon Stone si riprende l’emotività di Casino, coniugando verso un beffardo-medio-desinare, al banco televisivo del nulla dello slang della California di Snoop Dogg (ultimo atto), un fare materno, che le veste a pennello. Il nostro Emilio, dell’educazione impartita da un padre, Bruce Willis, uno Slacker, sa bene cosa farsene, c’è tutto il repertorio: ruberie, erba, belle pupe, parolacce. Rivesto la toga praetexta. Insomma, mi diverto a ricordarmi e tutto fila liscio. Da recuperare: Nick Cassavetes ha un nome pesante.

Della pesantezza di chiamarsi Cassavetes:

Into The Wild, l’ho rivisto mesi fa, non mi ha mai convinto: Sean Penn sa coniugare furbizia e purezza in maniera fin troppo egregia, non mi piace l’amarezza che si veste di dolce; Eddie Vedder e Kaki King sono una combinazione perfetta, è vero; ed Emile lì è all’apice, tetto del mondo: angoscia adolescenziale, languore, una poetica desolazione, una fine che s’accartoccia nei meandri del malessere comune, per poi ridistendersi come un bicchiere di plastica non schiacciato a dovere. I suoi occhi in Alaska sono profondi come quelli del regazzino pasoliniano che resta con mamma nei prati de La Ricotta. Emile Hirsch lì è stato gli anni ’00, italiani: liceo Classico, voglia di tirarle fuori senza avercele: la testa manifestante schiacciata da un ginocchio sullo spigolo del marciapiede a cantare che all the weekend rockstars are in the toilets practicing their lines. Che angoscia.





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