Django > Etienne Comar

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Django again
a cura di Cristina Beretta & Veronica Raimo / Berlinale 2017

Django è il film di apertura della 67° Berlinale. Etienne Comar, produttore e sceneggiatore al suo primo film, si è ispirato alla vita di Django Reinhardt (1910-1953), chitarrista jazz di origini sinti. Le vicende narrate si concentrano negli anni 1943-45. In questi anni Parigi è occupata dai nazisti, Django (Reda Katheb) ha grande successo ed è molto apprezzato anche dagli occupanti tedeschi che – previo opportuno ritocchino per arianizzare la sua musica gitana degenerata – lo vorrebbero invitare a esibirsi in un tour in Germania con grand final a Berlino in compagnia del Führer e di Goebbels.
Nonostante sia sempre sul filo della deportazione, Django si rifiuta di accettare la proposta dei tedeschi e cerca di scappare in Svizzera con i passaporti che Louise de Klerk (Cécile de France) – la bellissima e biondissima amante e ammiratrice (una groupie a tutti gli effetti) – è riuscita a procacciare per lui, per sua moglie (Bea Palya) e per sua madre (Bam Merstein).

 

EXT. – CINEMAXX – POTSDAMER STRASSE – NOTTE
Veronica e Cristina escono dalla sala…

V: “Comunque Cri, che brave, siamo riuscite a farci cazziare subito al primo film.”

C: “Il mio vicino era accasciato sulla poltrona con la copertina, a un certo punto non capivo se era lui che russava, o qualcuno nel film. La colpa è tua che ti sei seduta di fianco all’unico che non voleva perdersi neanche una battuta dei dialoghi.”

V: “Perché erano dialoghi molto lirici.”

C: “Sì, come la guardia nazista che chiede a Django: «Ma lei conosce la musica?», e lui gli fa, «Forse no, ma è la musica che conosce me». No, beh, bello veramente.”

V: “Ho notato dal tuo fremito sulla poltrona che hai apprezzato.”

C: “Comunque era un film davvero pretenzioso. Hai presente la scena, quando Django è a letto con l’amante bionda, si fumano la solita sigaretta e si dicono: «E se andassimo al cinema per sognare un po’?»”

V: “Certo, la verità è che pure Comar voleva farci sognare…”

C: “E infatti il mio vicino l’ha capito subito… scherzi a parte: ma se tu regista metti uno statement del genere all’inizio del film, poi devi anche esserne all’altezza, altrimenti rischi solo di essere ridicolo…”

V: “Io non ce la facevo più a vedere primi piani di Django e i close-up delle sue mani quando suonava, come se tutto il corpo dovesse trasudare intensità. E per altro non trasudava niente, perché alla fine lui aveva un’unica espressione, cioè non riuscivi a leggerci passione, trasporto, esaltazione, sofferenza, dubbi, boh, qualsiasi cosa… partivi dall’assioma che era un musicista geniale e ci dovevi stare. Era impossibile empatizzare con lui. Tu ti sei emozionata?”

C: “No, ma anche la storia non aveva tensione, i personaggi erano definiti solo per il ruolo: l’identità di Django si risolveva nel suo essere musicista, poi c’è l’amante bionda e raffinata che si è innamorata di lui e della sua musica per lenire il dolore del primo amore…”

V: “Ah giusto, l’imperdibile giovane pittore russo morto suicida.”

C: “La madre è la vecchietta sveglia, scaltra, coraggiosa e devota, i nazisti hanno lo sguardo ariano e i gitani suonano e fanno cene comunitarie al chiaro di luna davanti ai loro caravan…”

V: “Vorrei però spezzare una lancia a favore della povera moglie di Django, cornuta e mazziata: si doveva accollare la suocera, la gravidanza e l’intercessione dell’amante fica del marito per riuscire a fuggire in Svizzera… e poi, non paga, durante la fuga, col pancione enorme, per non essere di intralcio a Django, si immola e gli propone di rimanere indietro insieme alla suocera.”

C: “Che poi lui ci mette due secondi ad accettare la proposta, l’abbraccia veloce veloce e se la dà a gambe.”

V: “Sì, almeno a sua madre resta abbracciato quel mezzo secondo in più…”

C: “E comunque a un certo punto – siamo in piena guerra – per rendere proprio evidente che Django è stato un grande egoista prima di rinsavire un po’, gli fanno dire, ovviamente sempre con la stessa espressione, che non avrebbe mai suonato per i crucchi, perché i crucchi gli avevano ucciso la scimmietta. Sono l’unica che è scoppiata a ridere. Ma a te non è venuto da ridere?”

V: “Mh, la frase non me la ricordo, mi sa che stavo controllando l’ora sul cellulare.”

 

INT. – APPARTAMENTO IN FRIEDRICHSHAIN – GIORNO
Ellissi temporale. Qualche giorno dopo…

V: “Cri, facendo un po’ di ricerche in internet ho letto che a quanto pare Django in Svizzera non ci è mai arrivato, che ha provato a passare la frontiera, ma è stato fermato, è tornato a Parigi, dove ha continuato a vivere – nemmeno malaccio – insieme alla moglie e alla madre e a suonare anche per i tedeschi ammazza scimmiette. E pure le “regole per le bande jazz” del terzo Reich per arianizzare la musica jazz, sarebbero una bufala.”

C: “Ma allora è un film con le fake news! Ecco qual è l’attualità di cui parlava Kosslick (il direttore della Berlinale aveva commentato la scelta di Django per l’apertura del festival facendo riferimento a temi attuali come il dramma dei rifugiati, la forza della resistenza personale, la libertà di espressione artistica, la persecuzione delle minoranze…). Il film dovrebbe parlare della scelta coraggiosa fatta da Django, ma io non l’ho vista molto: Django mi è sembrato che prendesse le decisioni più per testardaggine che per un vero e proprio senso di responsabilità politica o sociale. E a quanto pare pure nella realtà il suo coraggio si è esaurito nel cercare di passare il confine svizzero per poi tornare a casa e mediare con i tedeschi. Che mi sembra un’ottima soluzione per lui, in fin dei conti, e forse pure per la musica, ma non riesco a vedere «L’imponente ritratto di un artista che ci ricorda la forza della resistenza personale e la necessaria libertà dell’arte», di cui parlava Kosslick in un’intervista. []”

V: “Ma quindi: di cosa parliamo con questo film?”

 

FADE OUT

 

Cristina Beretta & Veronica Raimo / Berlinale 2017

 

 

 

 

DJANGO
Regia: Etienne Comar • Sceneggiatura: Etienne Comar, Alexis Salatko • Fotografia: Christophe Beaucarne • Montaggio: Monica Coleman • Musiche: Django Reinhardt performed by Rosenberg Trio, Warren Ellis • Suono: Cyril Moisson, Vincent Guillon, Stéphane Thiebaut • Production Design: Olivier Radot • Costumi: Pascaline Chavanne • Trucco: Nelly Robin • Assistente alla regia: Luc Bricault • Casting: Stéphane Batut • Production Manager: Philippe Hagège • Produttori: Olivier Delbosc, Marc Missonnier • Casa di produzione: Fidélité Films • Produttore esecutivo: Christine de Jekel • Co-produttori: Arches Films, Curiosa Films, Moana Films, Pathé, France 2 Cinéma, Auvergne-Rhônes-Alpes Cinéma • Vendite internazionali: Pathé International • Interpreti principali: Reda Kateb (Django Reinhardt), Cécile de France (Louise), Beata Palya (Naguine), Bim Bam Merstein (Negros), Gabriel Mirété (La Plume), Vincent Frade (Tam Tam), Johnny Montreuil (Joseph Reinhardt), Raphaël Dever (Vola), Patrick Mille (Charlie Delaunay), Alex Brandemuhl (Hans Biber), Ulrich Brandhoff (Hammerstein) • Paese: Francia • Anno: 2017 • Durata: 117′





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