Berlinale 2017: sei film / sei archivi per raccontare la Storia

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+

Ceux qui font les révolutions à moitié n’ont fait que se creuser un tombeau

Berlinale 2017: sei film / sei archivi per raccontare la Storia
a cura di Claudio Casazza

L’uso del repertorio nel cinema è fondamentale, soprattutto nel documentario, e saperlo usare spesso differenzia un buon film da un brutto film o da un prodotto televisivo. In questa Berlinale ci sono stati più film che hanno utilizzato del materiale d’archivio e questo mi ha spinto a rifletterci un po’ sopra.

Parto da un film di finzione che ci è riuscito benissimo, è il caso del canadese Ceux qui font les révolutions à moitié n’ont fait que se creuser un tombeau di Mathieu Denis e Simon Lavoie che usa immagini di piazza girate coi telefonini e frammenti di altri film o archivio tv all’interno di un film di finzione, è un modo non nuovo ma che funziona benissimo nella follia visiva di questo film che cerca di raccontare il percorso di quattro rivoluzionari alla ricerca di se stessi. Questo è un film che dura più di tre ore e ha ambizioni fin troppo elevate, ricerca ogni tanto Godard soprattutto con le citazioni continue (già il titolo è preso da Saint Just, 1794, in piena Rivoluzione francese), ma riesce a sorprendere non poco proprio per la capacità di usare il frammento di repertorio in modo improvviso e spiazzante: una per tutte vale la scena di un discorso tv di Trudeau, il giovane e stimatissimo premier canadese, che viene alternato alla protagonista intenta a defecare in bagno. C’è un’ironia di fondo e una voglia anarchica che contagia nonostante i personaggi siano anacronistici e il film non sia del tutto riuscito.

 

I Am Not Your Negro

 

Raoul Peck invece fa quasi l’opposto per la gran parte del suo I Am Not Your Negro, documentario candidato all’Oscar insieme a Fuocoammare di Rosi. Il film racconta gran parte della storia dei neri d’America soprattutto attraverso l’immagine che ne ha dato tv e cinema: ci sono pertanto moltissimi materiali d’archivio: spezzoni di film, pubblicità, fotografie e cinegiornali, vediamo i boicottaggi e la resistenza contro la segregazione razziale, l’invisibilità dei neri americani a Hollywood, le proteste contro le brutalità della polizia e molto altro. È un saggio importante sull’America tratto da uno scritto inedito del 1979 di James Baldwin, famoso saggista e intellettuale nero e omosessuale, trasformate da Peck in un film che ha però la pecca di trattare un repertorio così importante e incisivo in pura didascalia del discorso di Baldwin (narrato da Samuel L. Jackson), è un archivio depotenziato, affogato e reso meno incisivo della sua originaria durezza. In più Peck fa verso il finale fa una scelta più che discutibile: c’è una sequenza di un musical con Doris Day che balla tranquilla e spensierata, stacco di Peck con la musica che va avanti ed ecco che vediamo delle fotografie di neri impiccati con di fianco sguardi di bianchi belli contenti. Doris Day e Hollywood, diventano il Ku Klux Klan, è un uso manicheo a mio avviso insopportabile.

 

Bones of Contention

 

Sulla stessa linea classica/televisiva si muove Bones of Contention di Andrea Weiss, un film che racconta dell’uccisione di Federico García Lorca e poi allarga il discorso sulle persecuzioni di gay, lesbiche e travestiti in Spagna durante la dittatura franchista. Il documentario è interessante perché fa scoprire cose poco conosciute, scopre documenti inediti che attestano che Lorca fu ucciso in quanto comunista e omosessuale “depravato”, ci fa capire come la persecuzione sia durata per quarant’anni della dittatura e anche qualche anno dopo nel silenzio più generale. Il documentario è pero molto banale nella forma con una serie di interviste e con un uso del repertorio più che didascalico: le poesie di Lorca sono scritte e lette su dei cartelli neri mentre scorre del flamenco in sottofondo, i filmati d’archivio sono spesso tratti da cinegiornali americani e perciò accompagnano solo il film e non vengono neanche in questo caso lasciati nella loro forma originaria.

 

Off Frame Aka Revolution Until Victory

 

Veniamo ai film più interessanti e sicuramente uno di questi è Off Frame Aka Revolution Until Victory di Mohanad Yaqubi. È un film di archivio che prende spunto dallo scrittore e poeta palestinese Elias Sanbar che diceva “per chi soffre di invisibilità, la telecamera può essere un’arma”, partendo da qui Yaqubi ripercorre i frammenti della rivolta palestinese attraverso le immagini dei vari tentativi di cinema, propaganda e non, messi in piedi negli anni della lotta di liberazione. Sono film, prodotti tra il 1968 e il 1982, che per molti intellettuali europei hanno rappresentato un modello, si tratta di immagini di un popolo impegnato nella lotta politica contro Israele che veniva visto come un esempio da seguire per le lotte contro il capitalismo. Per certi versi c’è una certa assonanza con molti film della Raf, il movimento di lotta armata tedesca, che ha messo su pellicola molto del suo pensiero-azione. Ma per i palestinesi questi film ha segnato la trasformazione della loro identità: da rifugiati a combattenti per la libertà. Off Frame riunisce una selezione di questi film militanti grazie ai festival che li avevano archiviati e Yaqubi combina questi materiali “semplicemente” con il montaggio, non aggiunge quasi nulla di personale e ogni film prende una forma diversa se accostato a un altro. Registi, attori e attivisti provenienti da Siria, Italia, Regno Unito, Libano, Francia, Germania, Argentina: Godard, Vanessa Redgrave e molti altri raccontano come il loro rapporto verso la questione palestinese sia cambiato vedendo questo tipo di cinema. Proprio Godard è il riferimento di un film teorico che sconvolge tra finzione e la propaganda, tra sogno e realtà, e ci fa capire che importanza può avere (nel bene e nel male) il cinema.

 

 

Cuatreros di Albertina Carri è fondamentale per questo tipo di discorso, è un film folgorante, assurdo e pieno di una follia visiva che mancava a questo festival. In questo lavoro ogni cosa produce immagini: racconti famigliari, leggende, posizioni politiche, cinema, notiziari, spezzoni di film, pubblicità, annunci, home video, interviste, filmati, film astratti. È un film fatto solo di materiale d’archivio che la Carri utilizza in un modo meravigliosamente eccentrico, tutto ci appare sullo schermo in diverse forme, in un canale, tre canali, cinque, in forme spaziali diverse, folli, ripetute, al contrario, sovrapposte. La Carri ci racconta che vuole fare un film su Isidro Velázquez, un bandito, figura quasi mitica da nord dell’Argentina che è stato ucciso dalla polizia nel 1967. Il padre della regista, il sociologo Roberto Carri, ha scritto un libro su di lui chiamato “Forma pre rivoluzionaria della violenza” ed è stato già realizzato un film sulla sua storia, anche se sia il padre che il film sono scomparsi durante la dittatura. Nell’analisi del padre la vita e le azioni del bandito non sono una forma primitiva di ribellione ma, al contrario, costituiscono una forma di azione precisamente politica. Ma la Carri non fa sociologia, fa cinema puro: vaga con la sua narrazione divertita e tragica in questo materiale che sfugge, non le offre e non ci offre mai un punto d’appoggio stabile, è un un film su un non film che fornisce un modo originale di parlare di violenza. Il racconto che fa la Carri è come un romanzo ipnotico che prende sempre strade inattese, è quasi un road movie sulla memoria, pieno di viaggi inutili in un territorio sconosciuto. È la storia, è il cinema.

 

Spell Reel

 

Spell Reel è invece il film definitivo per chiudere il discorso: già dalla prima prima immagine capiamo di essere davanti a un oggetto filmico molto particolare: è una ripresa in bianco e nero, è capovolta e proiettata di fianco al viso di un uomo che traduce le parole che sentiamo provenire da una lingua sconosciuta. Poi subito dopo vediamo una pellicola in 16 mm che scivola attraverso le mani dell’uomo e viene telecinemato. Il film di Filipa César è il risultato di un progetto di ricerca e digitalizzazione che è iniziato cinque anni fa, e riguarda film realizzati durante la lotta per l’indipendenza in Guinea-Bissau (1963-1974). Dopo che il materiale audio e video in decomposizione è stato digitalizzato a Berlino, i registi li hanno portati nei luoghi in cui sono stati girati e li hanno mostrati al pubblico per la prima volta. Questo ha scatenato un cortocircuito di ricordi (Chris Marker girò in Guinea-Bissau un frammento di San Soleil), narrazioni e discussioni su cosa vuol dire recuperare pezzi di storia sull’Africa e sul colonialismo. Il film diventa così nel suo farsi una riflessione sull’archivio e sul cinema come strumento per capire qualcosa del proprio passato e, di conseguenza, produrre una memoria che influisca sul presente. Spell Reel è un lavoro essenziale per chiunque faccia del cinema. •

Claudio Casazza / Berlinale 2017

 

 

 

+ + +

 

Film citati e sezione di presentazione alla Berlinale 2017:

  • Ceux qui font les révolutions à moitié n’ont fait que se creuser un tombeau di Mathieu Denis e Simon Lavoie (Canada/2016, 183′) – presentato in Generetion
  • I Am Not Your Negro di Raoul Peck (Francia, USA, Belgio, Svizzera/2016, 93′) – presentato in Panorama Dokumenta
  • Bones of Contention di Andrea Weiss (USA/2017, 75′) – presentato in Panorama Dokumenta
  • Off Frame aka Revolution Until Victory di Mohanad Yaqubi (Palestina, Francia, Qatar/2016, 63′) presentato in Forum Expanded
  • Cuatreros di Albertina Carri (Argentina/2016, 85′) – presentato in Forum
  • Spell Reel di Filipa César (Germania, Portogallo, Francia, Guinea-Bissau/2017, 96′) – presentato in Forum

 





Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+