Jackie > Pablo Larraín

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In Camelot!

E senza dubbio il nostro tempo… preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere… Ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. O meglio, il sacro si ingrandisce ai suoi occhi nella misura in cui al decrescere della verità corrisponde il crescere dell’illusione, in modo tale che il colmo dell’illusione è anche il colmo del sacro.
Ludwig Feuerbach, Prefazione alla seconda edizione de L’essenza del Cristianesimo

Jackie si aggira per il cimitero di Arlington alla disperata ricerca di un luogo degno per la sepoltura del Presidente degli Stati Uniti assassinato da poco, i suoi tacchi affondano nella terra bagnata da un giorno di pioggia, ne rallentano il passo, la rendono stranamente impacciata, li immaginiamo infangati ma non li vediamo.

Quando Fredric Jameson descrive la serie Diamond dust shoes di Warhol, lo fa leggendola in controluce. Il confronto con le scarpe della contadina di Van Gogh nella celebre interpretazione di Heidegger, ne rivela la natura superficiale: le eleganti scarpe di Warhol non ci parlano, così opposte alla capacità di Van Gogh nel disvelare un mondo: per quelle scarpe, dice Heidegger, “passa il silenzioso richiamo della terra, il suo tacito dono di messi mature e il suo oscuro rifiuto nell’abbandono invernale. Questo mezzo appartiene alla terra, e il mondo della contadina lo custodisce […]. Il quadro di Van Gogh è l’aprimento di ciò che il mezzo, il paio di scarpe, è [ist] in verità. Questo ente si presenta nel non-nascondimento [Unverborgenheit] del suo essere.

Larraín pare mantenersi fedele, nella sua ricostruzione di “un mondo”, alla prospettiva warholiana, quello che vediamo nel suo film è più simile alla bidimensionale Flatlandia di Abbot che non alle ombre di tragici intrighi di corte che si celano dentro il più “marcio” dei castelli shakespeariani. Non c’è posto per un paio di scarpe infangate alla Casa Bianca, e non solo perché stiamo parlando di Jacqueline Kennedy.

Non a caso, la regia ci introduce nella dimora presidenziale, scegliendo di farsi guidare dalle riprese di un programma televisivo: A Tour of the White House with Mrs. John F. Kennedy (1962) in cui la first lady conduce, da perfetta padrona di casa, il popolo americano alla scoperta delle stanze private, dei saloni di rappresentanza e dei cimeli storici in esse custoditi. Larraín alterna materiale d’archivio e ricostruzione del programma, in uno sgranato bianco e nero, al backstage delle riprese televisive, dove Jackie muove i suoi passi calcolati, si ferma sui segni prestabiliti, obbedendo ai dovuti sorrisi in telecamera, come puntualmente suggerito dalla sua assistente. Non c’è sostanziale differenza tra l’immagine pubblica e il “dietro le quinte”, il suo personaggio rimane schiacciato tra queste due dimensioni, entrambe all’opera sullo spettacolo, nella rappresentazione del potere nella nuova società dello spettacolo, alla finzione non si oppone una verità:

Nel mondo falsamente rovesciato, il vero è un momento del falso.
Guy Debord, La Société du Spectacle

È a Theodore H. White, il giornalista che conduce l’intervista, vero canovaccio del ritratto filmico di Jackie, che spetterebbe il compito di scovare la verità, ma ciò che si ritrova tra le mani è una sorta di auto-ritratto dettato dalla vedova, che per suo tramite, continua, oltre il suo ruolo ufficiale accanto al Presidente, a cesellarne l’immagine: “io non fumo” afferma Jackie, spegnendo l’ennesima sigaretta e guardando il giornalista dritto negli occhi. La rivedremo al termine del loro incontro impegnata a correggere di suo pugno lo scartafaccio degli appunti per l’articolo di Life magazine.

A questa religiosa dedizione alla superficie, alla rappresentazione di sé, dovrebbero fungere da contrappeso realistico, nel film, le chiazze di sangue sul volto e sul vestito, l’irrompere dell’orrore e della violenza, il profondo sconforto e lo spaesamento di una donna rimasta sola: il momento del lutto. Nella capacità di evitare questo prevedibilissimo assioma narrativo risiede tutto il genio di Larraín: ciascuno di questi potenziali segni di autenticità, oltre la finzione mediatico-politica, al loro stesso palesarsi, viene subito assunto dalla protagonista a nuova immagine, a passaggio ulteriore verso una forma, sempre più studiata, aperta verso rinnovati, imprevisti significati, ma che in sostanza ancora con tale superficie hanno a che fare.

 

 

Jackie sceglie di non cambiarsi il vestito macchiato di sangue nel volo che la sta riportando a Washington dopo l’attentato, decide di farne un nuovo emblema del suo strazio e della violenza appena subita difronte alla stampa e ai fotografi che la stanno attendendo all’aeroporto, rifiuta proprio per questo anche l’invito ad uscire da un portellone che non sia quello principale, la regia di una nuova rappresentazione del potere (ferito a morte) è già in atto e ha qualcosa di sacro, qualcosa che ritroveremo nella scelta per cui dovrà combattere contro i servizi segreti, quella di accompagnare il feretro di Kennedy insieme ai suoi figli, l’icona del lutto familiare e del potere che Andy Warhol riprodurrà in molteplici copie, in sfumature azzurre dai toni sempre più pallidi, è già lì prima dell’intervento dell’artista, a cui non rimane altro che imprimerne i segni sulla tela.

È la più vecchia specializzazione sociale, la specializzazione del potere, che è alla radice dello spettacolo. Lo spettacolo è quindi un’attività specializzata che parla per l’insieme delle altre. È la rappresentazione diplomatica della società gerarchica innanzi a se stessa, dove ogni altra parola è bandita. Il più moderno qui è anche il più arcaico.
Guy Debord, La Société du Spectacle

“Arcaico” e “sacro” sono chiamati in causa dalla presenza della morte, del potere, dell’amore e Jackie cerca di incarnare tutto ciò agli occhi del mondo; tale impegno non può essere liquidato con gli strumenti spuntati del pragma, dell’opportunità, avanzate ad esempio dalla famiglia Kennedy (neppure la madre avrà l’ultima parola in merito al luogo della sepoltura) o dalle pur legittime prudenze della CIA.

Tutto il rito funebre verrà studiato da lei stessa ispirandosi ai funerali di Lincoln, ne osserveremo la minuziosa ricostruzione su documenti originali, lei seguirà il feretro a piedi nonostante il rischio di un nuovo attentato; è “la nostra ultima occasione” dice… (e non sappiamo esattamente se si riferisca all’ultima occasione di stare vicino alla storia d’amore o alla Storia dentro il suo spettacolo)

Neppure le sequenze più intime che si susseguono nell’attesa della cerimonia dei funerali riescono ad uscire da tele logica. Assistiamo a l’ossessivo cambio d’abiti di Jackie, la osserviamo vagare come stordita tra le stanze della Casa Bianca nell’ostinata recita del ruolo che ha appena perso e che il tempo breve concessole nevrotizza in una spasmodica mise-en-scène con tanto di colonna sonora, che lei riproduce sul suo giradischi, Camelot:

It’s true! It’s true. / The crown has made it clear / The climate must be perfect all year / A law was made a distant moon ago here / July and August cannot be too hot / And there’s a legal limit to the snow here / In Camelot!

Il clima così mite ed educato che regna a Camelot non contempla scarpe infangate, così come non può lasciare troppo spazio alla politica; poche battute, pronunciate da Bob Kennedy, hanno il compito di sbrigare questo aspetto così poco elegante in una circostanza come quella di una vigilia funebre, un rapidissimo consuntivo sulla presidenza J.F.K, pronunciato con stizza, perché lasciato incompiuto, perché non all’altezza di una lettura condotta ancora in controluce. Il confronto è con Lincoln, il Presidente che con una sola firma ha reso liberi milioni di schiavi dalla loro tragica condizione. Quindi la Flatlandia in cui si sono mossi i Kennedy prende luce per un attimo agli occhi di Bob, mentre osserva Jackie sedersi rassicurata nella stanza dei Lincoln, inconsapevole della distanza che la separa da quel tratto di Storia. Ciò che vede con chiarezza ora è quello che i Kennedy hanno voluto rappresentare e restituire, come dalla superficie riflettente di uno specchio, all’America: l’illusione del volto migliore, della gente più bella. •

Maurizio Giuseppucci

 

 

JACKIE
Regia: Pablo Larraín • Sceneggiatura: Noah Oppenheim • Fotografia: Stéphane Fontaine • Montaggio: Sebastian Sepulveda • Musiche: Mica Levi • Scenografia: Jean Rabasse • Produttori: Darren Aronofsky, Juan de Dios Larraín, Mickey Liddell, Scott Franklin, Ari Handel • Produttori esecutivi: Pete Shilaimon, Jennifer Monroe, Jayne Hong, Wei Han, Lin Qi, Josh Stern • Interpreti principali: Natalie Portman (Jacqueline Kennedy), Peter Sarsgaard (Robert Kennedy), Greta Gerwig (Nancy Tuckerman), Billy Crudup (Theodore H. White), John Hurt (padre Richard McSorley), Max Casella (Jack Valenti), Beth Grant (Lady Bird Johnson), John Carroll Lynch (Lyndon B. Johnson), Sunnie Pelant (Caroline Kennedy), Caspar Phillipson (John Fitzgerald Kennedy) • Produzione: Jackie Productions Limited, LD Entertainment, Protozoa, Fabula, Wild Bunch, Why Not Productions • Rapporto: 1.66 : 1 • Paese: USA, Cile, Francia • Anno: 2016 • Durata: 95′

 

Andy Warhol, Jackie Kennedy (1965)

 

Pablo Larraín in Rapporto Confidenziale





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