Giacomo Laser | Calcutta – Gaetano (demo)

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Converrebbe prestare grande attenzione al video che qui condividiamo. L’impressione di giocosità superficiale è solo apparenza, o il primo strato del discorso, dentro c’è molto di più, c’è un’operazione artistica profonda e riuscita che prova a sintetizzare in segni il tempo nostro – come appunto l’arte dovrebbe ogni volta provare ad essere e fare.

La superficie è un videoclip della demo del brano Gaetano del cantautore Calcutta (Edoardo D’Erme), primo estratto del cofanetto Mainstream + pubblicato dall’etichetta Bomba Dischi (disponibile dal 24 febbraio). Un pezzo lancinante, nella sua ruvida poesia, capace di fotografare gli strazi, le ansie e le paure di una generazione che si affaccia all’età matura in questo secondo decennio degli anni duemila. Un brano che già nella sua versione originale evocava fantasmi ma che, in questa versione scarnificata, li lascia ancor più liberi di gridare il proprio dolore.

Diretto, tra le calli e i vaporetti di Venezia, dall’interessantissimo e poliedrico Giacomo Laser (artista davvero notevole che consigliamo vivamente di tenere d’occhio e sul quale mi riprometto di tornare più compiutamente) e interpretato/performato da Mirko Bertuccioli (dei Camillas), Davide Panizza (Pop X; anche su di lui tornerò presto, sui suoi video e sul suo evidentissimo talento fuori dall’ordinario), Niccolò Di Gregorio (Pop X/Barbara) e dallo stesso Laser (che è quello col nasone posticcio) il video si struttura come una surreale allegoria degli affetti vissuti e condivisi attraverso i social network. Lavora sull’effetto di prossimità prodotto dai social e ragiona sulla concretezza esoterica che tali strumenti intrattengono con le nostre vite e il nostro immaginario. La realtà diviene allora sogno e allucinazione e l’amore si ritrova ogni volta separato dal soggetto e dal suo desiderio.

Aperto e concluso da una serie di immagini raccolte al Pitti Uomo di Firenze, tra ectoplasmatiche “vittime della moda”, il video è incasellato tra le parole di un testo incredibilmente potente e lucido, recitato in lingua portoghese da una voce femminile, che ricorda flussi di coscienza à la Houellebecq, dunque imbevuti di quell’apocalittica visionarietà lovercraftiana tanta cara all’autore francese. Pare di ritrovare un qualcosa di simile alle parole di Daniel ne La possibilità di un’isola, quando descrive l’installazione sensoriale pensata da Vincent per celebrare gli elohimiti: «Fui assalito allora da un intenso desiderio di scomparire, di fondermi in un nulla luminoso, attivo, vibrante di potenzialità perpetue; la luminosità ridivenne accecante, lo spazio attorno a me sembrò esplodere e diffrangersi in particelle di luce, ma non si trattava di uno spazio nel senso abituale del termine, comportava dimensioni multiple, e ogni altra percezione era sparita – tale spazio non conteneva, nel senso abituale del termine, nulla. Rimasi così, fra le potenzialità senza forma, al di là persino della forma e dell’assenza di forma, per un tempo che non riuscii a definire; poi qualcosa apparve in me, all’inizio quasi impercettibile, come il ricordo o il sogno di una sensazione di pesantezza; allora ripresi coscienza della mia respirazione, e delle tre dimensioni dello spazio, che divenne a poco a poco immobile; alcuni oggetti apparvero di nuovo attorno a me, come discrete emanazioni del bianco, e fui in grado di uscire dalla stanza.»; oppure di ritrovare un qualcosa dell’“ipertrofico delirio” della prosa di Lovercraft: «Tra l’altro, nel paesaggio ipnotico in cui continuavamo a sprofondare e affiorare come in un mare fatato, c’era un elemento di bellezza cosmica stranamente rasserenante. Il tempo si era smarrito nei labirinti che ci eravamo lasciati alle spalle, e intorno a noi si dispiegavano solo le onde incessanti di uno scenario fiabesco e la resuscitata leggiadria di secoli estinti – boschi arcadici, pascoli intonsi guarniti di rutilanti fiori autunnali, e, in lontananza, minuscole fattorie accovacciate tra alberi enormi ai piedi di rupi scoscese ricoperte di erica ed erba fienarola. Persino il sole aveva un fulgore sovrannaturale, come se l’intera regione fosse immersa in un’atmosfera o in un effluvio del tutto particolari. Non avevo mai visto nulla di simile, salvo nelle prospettive magiche che talvolta fanno da sfondo alle composizioni dei primitivi italiani. Sodoma e Leonardo concepirono simili vedute, però solo in lontananza e incorniciate dagli archi di qualche porticato rinascimentale. Noi invece stavamo penetrando fisicamente all’interno del dipinto, e nella sua magia mi pareva di ritrovare qualcosa che, pur radicata in me come retaggio innato o acquisito, avevo sempre cercato invano.» (H.P. Lovecraft, Colui che sussurrava nelle tenebre).

Corrente Principal
I mezzi per il presente si muovono, vanno dall’alto in basso e spesso stanno nei rettangoli.
I contenuti che mi appaiono sono oltre il mio desiderio.
Posso continuamente conoscere e interessarmi.
È proprio vero che conosciamo il corpo, sappiamo dove sono gli organi riproduttivi, è questo che ci regala il presente.
Io vorrei che gli organi riproduttivi ogni giorno mutassero e si spostassero.
Vorrei scoprirli continuamente.
La mente davanti a mezzi passivi violenti non può superare il desiderio.
È il tempo dove la passività è inaugurata e risplende come un valore di bellezza.
Non esiste più una notizia, ma esiste la forma in cui è rappresentata, con questo non vorrei dire che è tutto relativo, anzi è proprio questa passività che continuamente cambia che mi indirizza verso dei nuovi desideri.
Vorrei ora capire cosa mi serve per ottenere davvero quello che mi interessa.
Probabilmente è la mia voglia costante di rappresentare la passività con gesti e modi eroici.
Ma io non sono un mezzo ne tanto meno una forma, sono l’inizio di una nuova forma di presente passivo, sempre in competizione con forma e maniere.

Un testo che non è ben chiaro da chi sia stato scritto (non escludo però la possibilità di non essere in grado di rintracciarne la citazione)… Tra i commenti al video caricato su YouTube si trova, a firma Giorgio Laser, la seguente ambigua affermazione, “le ho scritte io. io edoardo”… Dunque sono di Calcutta? Un testo scritto da Giacomo Laser, proveniente da un insieme più ampio di video… Un testo che oltretutto in rete ho ritrovato su di un blog, presumibilmente trascritto a partire dalle immagini, misteriosamente intitolato “Corrente Principal”. È forse una citazione di qualcosa che per ignoranza ignoro? Ma poco importa della paternità delle opere, ciò che conta è incontrarle e appropriarsene, riconoscendole immediatamente come parti di sé. È cosa rara, ma a volte accade.

La metafisica qui si trasforma in una riflessione sull’iperspazio emotivo prodotto dalla rete, dentro al quale sentimenti, emozioni e individui vengono legati tra loro e trascesi al contempo. Fantasmi metafisici e sfuggenti immagini brillano nel video di Giacomo Laser in un potente calembour cinematografico, oltre la forma.

Nello strato superiore un gioco, ma svogliando i fogli che lo compongono, scendendo sempre più nel profondo si troverà, ovattata tra molto pudore, una commovente fotografia sfuocata del tempo presente. Al fondo si troverà il cuore. “E siccome trito chiama soffritto, ho pensato: qual è il cuore di una cipolla? Dentro la cipolla. Ma dentro quanto? A che altezza si può dire di essere arrivati al cuore? Agli ultimi tre strati. No, eh! Voglio un altro strato, minimo. Il cuore starà dentro gli altri due, e anche quando avrai sfogliato l’ultimo strato resta una pellicola.
È questo il cuore della cipolla? Ammesso che lo sia, che te ne fai? Ci fai forse un soffritto con una pellicola trasparente, appiccicaticcia, inodore? No. Quindi il cuore della cipolla è quando non c’è più cipolla, quando tolta la pellicola, sempre che non sia venuta prima con l’ultima foglia, hai il vuoto. Il cuore è quando non c’è più. Se vuoi gustarti il cuore della cipolla, più ci stai lontano, più te lo gusti. Non ci vuole il super-ego per saperlo, basta un vero cuore.
Qual è il cuore del tuo tempo? Qual è il cuore di una vita? In un evento? In un amore? In una nascita? In un successo? In un lutto? Ma no! Nella sua inavvertita preparazione inafferrabile e nel suo farsi, e subito dopo nella separazione che ne segue, oblio compreso.
Il vero cuore è quello che non calcoli mai nella sua infinità bontà di non farsi considerare, di non farsi avvertire. Quando ti sembra di vedere niente e ancora niente, il cuore è là, pronto all’attacco e al soccorso.” (Aldo Busi, El especialista de Barcelona)

Alessio Galbiati





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