Paolo Castaldi: musica come cinema? / Caro Babbo

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Paolo Castaldi: musica come cinema?
Paolo Castaldi / Sentieri selvaggi: Caro Babbo
7 marzo 2017, Teatro Elfo Puccini, Milano
a cura di Dario Agazzi

 

Ieri sera, 7 marzo 2017, presso la sala Fassbinder del Teatro Elfo Puccini a Milano (acustica tremenda, in verità), è stato eseguito un concerto monografico dedicato al compositore italiano Paolo Castaldi, nato nel 1930 presso il capoluogo lombardo: “Caro Babbo” – questo il titolo della serata: ampio hommage alla produzione di Castaldi, curato dall’ensemble Sentieri selvaggi. In sala era presente anche Michael Nyman, nella fila dinanzi allo scrivente, compositore che quasi tutti conoscono per i suoi celebri – anche se non sempre unanimemente apprezzati – contributi al cinema del Novecento (Lezioni di piano di Jane Campion, le colonne sonore insistentemente post-barocche per Peter Greenaway, etc.).
Conosco Paolo Castaldi da molto tempo: nel lontano 2006 venne pure a pranzo presso il casino di caccia della mia famiglia (aveva molto freddo: dovetti prestargli un maglione), recando seco enormi partiture in dono (doni che poi – in parte – si peritò di domandarmi indietro). Fu un pranzo memorabile e assurdo. Vedemmo dei VHS con estratti dalla Lulu di Alban Berg, dal Marat-Sade di Peter Brook (meglio leggere l’originale di Peter Weiss) e ascoltammo un pezzo di Stravinsky di rara bruttezza. Mi parlò di alcune partiture memorabili che vennero eseguite durante i Corsi Estivi per la Nuova Musica di Darmstadt negli anni ’60: in una comparivano dei robot musicali meccanici, in un’altra i musicisti – rigorosamente in frac – s’arrampicavano su dei tavoli strusciandosi gli uni agli altri e citando severi passi della filosofia di Adorno (doveva trattarsi di composizioni di Mauricio Kagel, autore con il quale Castaldi non può che avere qualche affinità, nonostante egli lo neghi). Nel dir questo, il compositore premeva la sua testa contro la mia e pontificava ignaro delle buone maniere e di tutto quel che si dovrebbe usare in cotali occasioni conviviali.
Esecuzioni d’eccezione, quelle del concerto “Caro Babbo”: Clap (per clarinetto e pianoforte; prolisso e con l’espediente troppo ripetuto della “battuta della mani” [clap, appunto] da parte del clarinettista e del pianista), Simile C (per 9 strumenti, già un po’ di maniera, finzione di un concerto barocco sospeso in afasie lacaniane), Idem (per flauto accompagnato, assolutamente un capolavoro su di un si bemolle costantemente ripetuto, in un’atmosfera di tensione che induce a pensare a un Anton Webern consonante, quasi però non cominciasse giammai), Scale (per pianoforte – eseguito in modo deprecabile – vistoso scolasticismo e presunto omaggio a Chopin), Sunday Morning (il pezzo “forte” – anche nella durata assai estesa – della serata tutta): apogeo di oggetti, esecutori vocalisti barbuglianti e ciangottanti, palmizi domenicali, rasoi, ferri da stiro, martelli, sveglie, lattine di Coca Cola, apparecchi radiofonici, aspirapolvere, brocche d’acqua, candele, caramelle e chi più ne ha, più ne metta. Esecuzione, da parte di Sentieri Selvaggi, certo ammirevole per l’impegno, ma poco elegante dal punto di vista dell’architettura scenica. Tutti pezzi degli anni ’70, quelli elencati, che oggi hanno un valore ben più che storico. Se si escludano la molte chiacchiere a proposito di una presunta appartenenza di questo autore al Postmodernismo (alcuni – e lui stesso – sostengono sia stato proprio un iniziatore della corrente in Italia), si rimane stupiti per la forte connotazione cinematografica di questi pezzi. Una connotazione che è anti-espressiva (altro che “espressiva”, come disse ieri la voce introduttiva al concerto): maschera mortuaria di ceneri redivive, frammenti d’una memoria sconvolta, campo minato del Dopoguerra, fremiti tellurici fermi di una mente farfugliante e a disagio nello spazio e nel tempo. Nell’antiespressività – sì – può scorgersi un’espressione: che non è espressiva. Pezzi, quelli castaldiani, non già più (o non soltanto) “teatrali”. Se il teatro dell’assurdo possa essere guida onde comprendere il lavoro di Castaldi in genere – lo ripeto: nonostante quanto affermato dal compositore, che si pone al di fuori di qualsiasi corrente o schematizzazione – è forse di più il cinema muto, nella sua comicità d’antan, a guidare l’ascoltatore/spettatore che finisca nei meandri labirintici della mente borgesiana di questo autore: aprire percorsi inesplorati e inattesi, essere “liberi dalla logica” (così Castaldi), “entrare nel mondo del congetturale” (ibidem). Tutto vero, forse. Ma soprattutto: mondo d’invereconda comicità probabilmente involontaria, e dunque più comica. Accadeva spesso in Kafka, il quale rideva immensamente alla lettura dei suoi stessi racconti dinanzi agli amici presenti. Quanto ridevo da ragazzo ascoltando e riascoltando con la partitura Sunday Morning. E quanto, al contrario, Castaldi – presente in sala iersera, Grande Vecchio, claudicante e provatissimo dall’età veneranda, ma pur sempre inossidabile – ritiene non comiche le sue opere. Fra i molti scritti di questo cesellatore del disordine, impilatore di ceneri di sobbollente vaniloquio, quasi tutti volutamente scritti in modo incomprensibile e in forma di monologhi deliranti, citerò un inedito che mi donò anni addietro: Film. La realtà. Il titolo rimanda certo a quello di Samuel Beckett con Buster Keaton, e così anche la disposizione delle scene di Castaldi: più che altro innocenti gag. È con le partiture – accompagnate da testi sovente più articolati e lunghi delle partiture stesse – che il compositore giunge però al grado reale di cinema, sospeso fra passato e presente: in un limine aperto sull’abisso della più nera follia. Se grande è la lezione di Castaldi per noi, oggi, non lo è per l’aver anticipato cose già presenti ben prima di lui (dal collage al teatro musicale all’utilizzo della tonalità fuori contesto etc.), ma per averci insegnato che la mente è insondabile, il rumore innocentemente insensato (consonante o dissonante, è lo stesso) dell’esistere un compagno che ci avvolge nella vita, come la terra ci avvolgerà nella morte. •

Dario Agazzi

 


7 marzo 2017, ore 21
Teatro Elfo Puccini, Milano
Sala Fassbinder

La rosa dei venti – Rassegna di musica contemporanea 2017

SENTIERI SELVAGGI: CARO BABBO
La logica degli opposti per SIAE – Classici di Oggi

Paolo Castaldi: Clap / Simile C / Idem / Scale / Sunday Morning

Sentieri selvaggi: Paola Fre – flauto / Daniele Arzuffi – oboe / Mirco Ghirardini – clarinetto e direzione / Stefania Serri – fagotto / Andrea Dulbecco – vibrafono e percussioni / Andrea Rebaudengo – pianoforte / Piercarlo Sacco – violino / Enrica Meloni – violino / Simone Draetta – viola / Aya Shimura – violoncello / Carlo Boccadoro – direzione

produzione Sentieri selvaggi
elfo.org

 

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Intervista a Paolo Castaldi, a cura di Giacomo Gatti (2007)

 

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Paolo Castaldi – Scale [Andrea Rebaudengo, MITO Edu 2010]

 

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Giancarlo Cardini interpreta Cardini (1973) solfeggio parlante di Paolo Castaldi

 





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