Bacalaureat (Un padre, una figlia) > Cristian Mungiu

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Assistere a un film di Cristian Mungiu significa vivere un’esperienza che coinvolge fortemente più di un senso, portando nel contempo alla consapevolezza di numerosi dettagli che verranno registrati subliminalmente e richiederanno almeno una seconda visione per affiorare alla consapevolezza critica. Non solo, il suo cinema costringe a interrogarsi come vedendo sullo schermo un doppio di sé, magari non totalmente sovrapponibile ma comunque simile.

In Bacalaureat, il personaggio principale, medico rispettato, si trova in uno stato di dilemma morale mentre, largamente inconsapevolmente, proietta sulla giovane figlia la sua aspirazione al bene, o quantomeno alla sua idea di giusto.
Eliza è una studentessa maturanda modello che attende il diploma per affrontare un nuovo corso di studi in un prestigioso ateneo inglese. È soprattutto il padre – rientrato in Romania con la moglie due anni dopo la caduta di Ceaușescu, un esito quest’ultimo forse troppo rapido e brutale per poter permettere al Paese di fare i conti con se stesso – a premere in quella direzione, ancora pentito della decisione presa quasi trent’anni prima.
Eliza viene però assalita da un uomo che cerca di usarle violenza sessuale poco prima di affrontare i primi esami, evento che va a minare la fragile impalcatura montata dal padre. Con un braccio ingessato, la ragazza potrebbe non essere ammessa agli esami e quindi lui scende agli inferi della corruzione per ovviare all’incidente, più propositivo se non insistente che veramente empatico nei suoi confronti, non trascurando – forse inconsciamente – che la sua partenza per l’Inghilterra rappresenterebbe per lui una svolta in una vita fatta degli stessi gesti ripetuti all’infinito e di decisioni rimandate sine die.

Già dalla prima inquadratura, Mungiu distribuisce i suoi elementi: una panoramica di modeste palazzine – siamo a Cluj, terza città per dimensione della Romania, sita nel cuore della Transilvania – lasciano intravedere molto a fatica due stabili più curati in fondo alla strada, metafora di un individualismo che porta a curare il proprio orticello disinteressandosi totalmente del quadro totale.
Il vetro di una finestra rotto per mano ignota, che si produrrà in atti simili in un’altra occasione nel corso del film (un suggerimento sull’esterno che si insinua senza possibilità di impedirlo nella sua vita?), introduce alla famiglia: madre bibliotecaria, padre medico, figlia unica. Il freddo che caratterizza il rapporto tra i due coniugi è già evidente nella prima scena, in cui vediamo lui – sempre marcato stretto da Mungiu, prepararsi a uscire di casa mentre la voce fuori campo di lei, dietro la porta della camera da letto, pronuncia frasi di una quotidianità consunta. A legarli, quasi certamente, solo l’orgoglio condiviso per la promettente figlia.
L’insistente vibrazione di un telefonino che raramente trova una risposta è un elemento che fa supporre qualcosa di nascosto nel personaggio. E difatti Romeo intrattiene una relazione con una donna, madre sola, che per lui appare poco più che una chimera che appartiene a un tempo che ancora non c’è mentre lei, più concreta, lo introduce cautamente alla conoscenza del figlio.

Ma il tema portante del film, sulle spalle non solo dei due protagonisti, come suggerirebbe il titolo italiano (la traduzione letterale “maturità” sarebbe stata certamente più puntuale), è un altro. E irrompe quando il padre, ansioso all’idea che la figlia possa giocarsi una borsa di studio già garantita, cede al compromesso. Un salto nella lista d’attesa per un notabile bisognoso di un trapianto risolve la questione. Ma fa crollare l’intera impalcatura che regge più vite attraverso l’esercizio del compromesso, male profondo che si insinua nei tessuti della società, trasformandosi in un atto di violenza contro chi non può farne uso.

Il cinema di Mungiu è evidentemente scritto e provato fino al più apparentemente marginale dettaglio, con una cura minuziosa per ogni inquadratura, dove ogni elemento che vi appare non è mai casuale, solo così l’insieme può rendere senza sbavature l’idea del mondo che vuole rappresentare. Quello abitato da persone convinte nel profondo di avere un forte e solido senso morale, pronte però a giocaselo alla prima necessità. Un Sistema tanto debole da essere, forse irrimediabilmente, malato se non per la speranza infusa nella storia alla fine. Mentre ci si interroga sulla possibilità di redenzione, la risposta a un Sistema malato è forse quella di non abbandonarlo per poterlo ricostruire con uno sguardo diverso.

Come già per le sue opere passate – 4 luni, 3 saptamâni si 2 zile (4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, 2007), e Dupa dealuri (Oltre le colline, 2012) – Cristian Mungiu offre ai suoi personaggi, fino al più apparentemente marginale, tutti gli elementi per la loro precisa definizione per poi seguirli con sguardo apparentemente neutro mentre vanno incontro alle loro vicissitudini, non trascurando di suggerire uno stretto rapporto tra i suoi personaggi e il Paese in cui si muovono (ma è la nostra intera società a soffrire dello stesso male), dilaniato (come tanti altri) dallo stesso tormento.

Bacalaureat è un film forte, profondamente intelligente e appassionante che porta a interrogarsi personalmente sui temi che tratta lasciando sì un retrogusto amaro ma anche l’idea che una possibilità di redenzione esiste, a condizione di non attenderla dal mondo esterno.

Roberto Rippa

Bacalaureat (Un padre, una figlia)
Regia, sceneggiatura: Cristian Mungiu • Fotografia: Tudor Vladimir Panduru • Montaggio: Mircea Olteanu • Casting: Catalin Dordea, Floriela Grapini • Production Design: Simona Paduretu • Scenografie: Anca Perja • Costumi: Brandusa Ioan • Trucco: Parpala Mara, Nastasia Mateiu • Effetti speciali: Bogdan Parvulescu, Daniel Parvulescu • Location Manager: Razvan Marin • Produttore: Cristian Mungiu • Coproduttori: Pascal Caucheteux, Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne, Jean Labadie, Vincent Maraval, Grégoire Sorlat • Produttore esecutivo: Tudor Reu • Interpreti: Rares Andrici, Valeriu Andriuta, Eniko Benczo, Lia Bugnar, Ioachim Ciobanu, Petre Ciubotaru, Constantin Cojocaru, Gelu Colceag, Mihai Coroianu, Alexandra Davidescu, Maria-Victoria Dragus, Claudiu Dumitru, Robert Emanuel, Mihai Giuritan, Petronela Grigorescu, David Hodorog, Gheorghe Ifrim, Lucian Ifrim, Vlad Ivanov, Malina Manovici • Produzione: Les Films du Fleuve, Mobra Films, Why Not Productions, Romanian Film Board (C.N.C.) • Rapporto: 2.35:1 • Lingua: romeno • Paese: Romania, Francia, Belgio • Anno: 2016 • Durata: 128′





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