Baarìa > Giuseppe Tornatore

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articolo pubblicato su Rapporto Confidenziale, numero18 (ottobre 2009), pag. 17.

Baarìa. Cattedrale nel deserto
di Ivan Talarico*
 

Più che un film Baarìa è un’ignobile piazzata.

Sono andato a vederlo già disamorato, ma certo non mi aspettavo di uscire con un tale fastidio.

Il film vorrebbe raccontare attraverso tre generazioni della famiglia di Peppino, una parte di storia italiana, fingendo di interessarsi alla politica e alle tradizioni della terra siciliana, di Baaria (antico nome fenicio della città di Bagheria).

Ma – in maniera sorprendente e imbarazzante – non c’è nulla. Un deserto desolante di idee, una vetrina rococò di volti famosi, un’estetica da spot pubblicitario ipersatura e mai rilassata, che non si concede mai al racconto ma vuole solo dimostrare presunte abilità.

Cosa si vede nel film? Attori e comparse, a centinaia, sovrapporsi come formiche sullo schermo e nella traccia audio disordinata e caotica, fatti ed eventi trattati senza gravità: abbozzati, fluttuanti e vani, nessun interesse storico o antropologico. Non c’è sapore di antico: Bagheria è finta (infatti, tralaltro, è Tunisia), gli attori sono finti, il racconto è finto.

Per quanto riguarda la trama, la storia è sviluppata con ardite tecniche narrative che inanellano una serie di buchi nell’acqua clamorosi. Dai salti temporali improvvisi (Peppino cresce e vive senza motivo, non ci sono vicende notevoli alla base di questo percorso) alla trovata di racchiudere tutta la scena in un “sogno-viaggio che al risveglio lascia in un presente caotico incrociato al passato ancora non esaurito nel racconto, residuale di scaglie di eventi mai esistiti” (descrivendolo a parole sembra complesso, ma vedendo il film diventa magicamente superficiale). Sembra che raccontare sia l’occasione di mostrare qualcosa. Ma cosa?

“La Società Cooperativa Attori Rinomati Statali Italiani, chiede, a fronte di una stretta delle Cinghie Statali, al promettente Peppino Tornatore di girare un colossal che dia ben lustro a tali facciazze belle nostre, per essere presentabili all’Oscar e ricevere scritture e dinari dallo zio d’America”.

Mi diceva il mio amico Salvo, attore catanese in cerca di scritture: “minchia, sulu a mia non mi chiamaru”. E infatti solo lui non è stato chiamato. Tutti gli altri ci sono.

Le interpretazioni sono spesso inutili camei, sui quali però la regia indugia con aria di compiacimento (“guarda un po’ chi c’è, guardalo bene, soffermati un po’, hai capito chi è..?”. Fiore all’occhiello un Beppe Fiorello che va oltre l’inutile: “Tornatore, anche se non hai un ruolo piazzalo dove ti pare”. Più che tormentone la sua figura di venditore di dollari diventa un tormento in piena regola.
Imbarazza che questo film rappresenti l’Italia. E’ un film di macchiette, stereotipi, cliché, che non riesce ad approfondire nulla e rimane su una traccia di vaga farsa napoletana anche nei momenti più drammatici, trattando con sciatteria (e non leggerezza o umorismo) guerra, morti, mafia, politica etc. etc. E non riesce a dimostrare neppure (se questa fosse stata l’intenzione) che l’Italia è un paese sciatto, vittima di macchiette, stereotipi e cliché. Semplicemente racconta una storia, per quanto inutile possa essere sia la storia che raccontarla. Non c’è un vero percorso ideologico o politico.

La politica è men che un teatrino di pupi, i cui personaggi sono luoghi comuni: il fascista, il comunista, il bracciante, la lotta, il comizio… La storia del comunista Peppino non esiste realmente. Non c’è comunismo, non c’è Peppino. C’è solo Francesco Scianna (il protagonista) che si atteggia a uomo di sinistra. Tutto nel film sembra venire da pensieri superficiali, non da qualcosa di profondo. Non è una ricerca lucida che vuole evitare il pathos, sembra proprio incapacità nello stabilire un punto di contatto o di interesse tra chi racconta e chi guarda.

Spero sia stata una mia perversione il voler leggere un accenno a C’era una volta in America nel momento del ritorno di Peppino da un non determinabile periodo in Francia: il ritorno non sa di ritorno e nonostante la musica languida non si avverte che il protagonista è mancato nel film. Si ha l’impressione che fosse in pausa sigaretta nelle due scene precedenti.

La fotografia è poco profonda e carica di proiettori gialli finti e fastidiosi, Ennio Morricone si atteggia a copista annacquato del suo passato (non c’è un attimo senza musica e il respiro dello spettatore diventa affanno) il doppiaggio senza labiale rende tutto più finto, l’audio (forse dove l’ho visto io, al Barberini di Roma) è piatto, confuso e irrimediabilmente poco realistico.

Per finire grandemente: gli effetti speciali… L’ipotesi è che a Tornatore piaccia il digitale in quanto finto, d’altronde è finto tutto il film, perché proprio l’effettista speciale dovrebbe rincorrere la verità? Partendo dalla scena iniziale in cui il bambino (evidentemente vittima del chroma key) corre staccandosi dal suolo e inizia a volare sulla città (scena retorica oltre ogni limite) si arriva con sgomento al brillìo di una bigiotteria poco prima della fine, con una stella di luce stampata sull’anello palesemente finta e senza imbarazzi.

Vedere questo film è brutto, analizzarlo tecnicamente non lo aiuta.

Fare un bilancio finale, considerando anche i costi mastodontici (25 milioni circa d’euro) annichilisce e svilisce qualsiasi desiderio di torna(to)re al cinema in breve tempo.

 

 

* Ivan Talarico è co-fondatore e lavora nella produzione indipendente DoppioSenso Unico. www.doppiosensouni.com

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