Bergamo Film Meeting 35: un piccolo excursus e una nota sulla musica di Ivan Vandor in “Il passo” di Giulio Questi

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I love Cakes by Marco Nürnberger | CC BY 2.0 | source: Flickr

Bergamo Film Meeting 35: un piccolo excursus e una nota sulla musica di Ivan Vandor in “Il passo” di Giulio Questi
a cura di Dario Agazzi

 

Da bergamasco, posso dire che il Bergamo Film Meeting sia – bon gré mal gré – una sorta d’appuntamento obbligatorio dell’intellighenzia borghese di sinistra (o non: a destra della sinistra o a sinistra della destra, fate voi); quasi un rituale, per alcuni; sorta di feticcio culturale, per altri. Il risultato, invertendo l’ordine dei fattori, non cambia. È certo che Bergamo, con un Teatro Donizetti che chiuderà per ben due anni in attesa di ristrutturazioni (e con un programma di stagione di prosa – quest’anno – davvero da obliare), offra poche situazioni di convivio paragonabili a quella che Lab80 mette in atto ogni anno da quasi 35 anni. Con i suoi limiti, si capisce. Uno di questi è stato Madame Cabrera, con il film – fra gli altri – Quand la ville mord del 2009: sorta di apologia del mondo negro (perdonate, ma Ragazzo negro [sic] è il titolo d’un romanzo di formazione del 1945 di Richard Wright: scrittore nero, appunto) che vive in una sorta di parallelo limbo infernale le proprie lotte per la vita in una Parigi (la città… che morde, appunto) ripresa in modo tremolante onde sottolineare l’impegno sociale, tremante di pari passo con la macchina da presa. Protagonista la giovane Sara, nera costretta alla prostituzione, omicida con un punteruolo e una matita conficcati nel collo o nei ventri dei suoi inseguitori, artista più o meno incompresa e amante di Basquiat (ma no? E se avesse amato Mondrian? Temo che la retorica dell’artista di strada che sfoga il proprio io represso dalla malvagità della vita sarebbe risultata fallace). Ma non di sola Cabrera visse il Bergamo Film Meeting: con grazia è stato omaggiato Jean-Claude Carrière, indimenticabile collaboratore di Buñuel, nonché di Pierre Etaix in un cortometraggio grazioso del 1961, Rupture (chi non lo conoscesse, può guardarlo con agio in coda al presente articolo). Un cambio di programma inatteso ha permesso al sottoscritto di apprezzare per l’ennesima volta Il diario di una cameriera (Le journal d’une femme de chambre) girato da Buñuel nel 1964 e d’attualità sconcertante (l’avanzare delle destre populiste), con tanto di cameo di un Carrière trentaquattrenne nel ruolo del curato. Film del tutto privo di musica. E, nota importante: quali superbi doppiatori in italiano, checché ne pensino i cosiddetti puristi che prediligono i sottotitoli sempre e in ogni occasione; prova ne siano le piatte voci francesi in questo lungometraggio, se paragonate a quelle indimenticabili della versione italiana. Soprattutto, il Bergamo Film Meeting è stato quest’anno un tributo al cinema di Miloš Forman. Il suo periodo cecoslovacco resterà indimenticabile, con quel Al fuoco, pompieri! del 1967 che è surrealismo trucemente realista. Per chi scrive, resterà nella storia anche il suo Man on the Moon (1999), in cui Jim Carrey è davvero la reincarnazione del prodigioso – eroe assoluto, oso dire: maestro di noi tutti – Andy Kaufman. Da non dimenticare l’evento “speciale” del Cinefurgone, furgoncino Wolkswagen in cui sono stati proiettati (per un solo giorno, però, e senza indicazioni utili a comprendere contesto e autori, in un loop straniante che rendeva tutto omogeneo, nella sua fugacità di cinque ore) i migliori filmini di famiglia digitalizzati da Cinescatti (una branca di Lab80). Fra questi era il fondo di famiglia Agazzi-Savoldi, girato fra gli anni ’50 e ’70 da Renato Savoldi (mio nonno). Gli altri filmini erano estratti dai fondi: Caldara, Bachini, Gandini, Longoni, Moretti e Rigamonti. Su tutto quel che ho potuto vedere, il Meeting ha donata una fulgida perla: Il passo (1964, episodio del film Amori pericolosi) di Giulio Questi. Autore adesso proiettato anche a Bergamo, sua città natale, Questi viene celebrato con un premio a lui intitolato: come sempre (per quel Nemo propheta in patria d’antica memoria), è meglio morire, onde essere apprezzati dai conterranei. Episodio goticheggiante e raffinatissimo nelle riprese, lo è particolarmente per la musica superba di Ivan Vandor (nato a Pécs in Ungheria e naturalizzato italiano, ha oggi 85 anni): vero compositore di fini lavori cameristici premiati a suo tempo (1961) dalla Società Italiana di Musica Contemporanea e non sonorizzatore di film, come l’Italia ne produsse tanti, talora celeberrimi oggidì. Lo spezzarsi in afasie che contrappuntano i dialoghi vuoti di un capitano e della moglie zoppa intenti a pranzare a un sontuoso tavolo – ove la conversazione fàtica sembra preludere al tragicomico romanzo “giallo” del 1970 Das kalkwerk (La fornace della calce, o più semplicemente La fornace, fuori edizione, si trova solo presso gli antiquari) di Thomas Bernhard – è sottolineato musicalmente da Vandor con una linea melodica consonante, accompagnata però in modo subdolamente dissonante. In un bianco e nero che sarebbe stato lodato da Mario Bava, Vandor inserisce frammenti di storti e zoppicanti strazi esistenziali. Ecco un caso in cui il tremolare degli archi (usato cum grano salis e gusto) è davvero efficace. Alla fine della proiezione ho chiesto ad alcuni vicini se si fossero accorti della qualità della musica di Vandor nell’episodio di Questi: ma nessuno aveva fatto caso a questo. Consueto destino della musica nei film: come nella torta l’uovo, così la musica è il legante, del quale i divoratori di Questi (e altri) film – si capisce – non sentono più il sapore. •

Dario Agazzi

 

 

Estratto della musica composta da Ivan Vandor per Se sei vivo spara (1967) di Giulio Questi.





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