Riflessioni su Brian Eno

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I – Il nome

Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno.

II – La vita

Solo il nome di Eno evoca atmosfere lontane e differenti tra loro, un esotismo inesplorato eppure prossimo, altresì un riferimento alla Francia, al barocco, a una chiesa, alte mura, pale d’altare, visi spenti nella preghiera, il finto tufo del gotico, il tocco curioso dei bambini senza innocenza.
Brian Eno, risuona, richiama il sangue e il vino, esso è una eco contrastante che trova un’armonia, mille vite, mille notti – tre volte il gallo canterà, tre volte io mi sarò tradito – è il parricidio a donare autonomia, Eno è un Derrida in musica, la sua lingua una grammatologia di suono, il suo spettro una risonanza che si dischiude a una radura dagli occhi spalancati, cinerei, le cime dei suoi alberi sommità di paesaggi collinari, suoli onirici, rifrazioni in cui ammazzare il passaggio d’ogni piccolo sciocco principe – è il sangue che genera la parola – Eno ha dalla sua l’inquietudine sussurrata d’un Jean Genet in Brest, città squadrata, grigia, feto morto, modernissimo, incrociato, Eno servo incontrollato del suo genio visitato e abusato in ogni esperienza.
Eno non ha una carriera, ma una costellazione d’armate crociate che curvano nel verde senso sensuale d’un giardino oltre il vuoto.
Eno può dire d’avere inventato: la sua mano destra ha tirato su un’impalcatura di suono, di veglia, di insonnia.
Di Eno, tra i musicofili, si ha un culto, divinità gentile, rito di passaggio, Eno toga praetexta, Eno maglia della salute, maglia marinara da Chanel a Gautier, le sue righe, le sue braccia, i suoi occhi spalancati, i suoi capelli argentei, marmorei, la sua fresca faccia tosta, del suo corpo, della sua mente, resta in testa un candore, come d’una giacca-jeans da ragazzotto di Twin Peaks. Eno suggestione funerea e lussuria cantata, Eno pace, Eno al potere, Eno referendario, Eno nero, Eno a bocca aperta.
Brian Eno, non lo ripeterò mai abbastanza, mai a sufficienza.

III – Il giorno, il lavoro, il pensiero

Il suo ultimo lavoro, Reflections, accompagnato da un lungo messaggio di lotta, di prospettive politiche stanche in tempi difficili, è uscito il primo giorno di questo nostro 2017.
Ho cercato a lungo di ascoltarlo, si tratta di un’unica traccia di 54 minuti secchi, grondanti pane e vino, condensazione, voglia e desiderio, aghi e lame.
Finalmente ci sono riuscito, in questo 22 marzo: dopo la prima volta, tutto è venuto da sé, ed è tornato a me, tre, quattro, cinque volte, senza posa, uno spirito, la voce, il fenomeno: icona cui votarmi.

Si può gettare uno sguardo oltre i tavoloni marroni d’una biblioteca qualunque,
d’una città qualunque,
e trovare un nuovo motivo d’interesse nel giro del peccato;
si possono incrociare le braccia, accavallare le gambe,
esibire il rosso taglio d’una escoriazione cutanea alla base del piacere proposto e riproposto;
si può affrontare il vuoto nell’immersione nel vuoto stesso,
pneumatico dei giorni ripetuti,
delle notti passate senza sognare;
si può turbare ancora la mente degli uomini;
si può creare un’interazione che non sia un palcoscenico,
progenie estiva cui accostarsi
come una stazione
dal cuore gonfio d’un andirivieni indifferente;
si può cercare un’estasi che non sia un arcangelo biondo,
dallo spirito argenteo,
ma la tenebra palustre della condivisione della sporcizia amata e seviziata.

 

Punto a punto, come un quartiere squadrato, come un sudario, come una tomba senza senso, come uno sguardo non ricambiato, come la mitologia della sconfitta, come un’eterna adolescenza.

IV – Conclusione

Vi invito all’ascolto.

 





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