Suoni inarmonici, unicorni e guanti di lattice: la musica feticista di Giovanni Verrando

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Vorrei in questa sede recuperare alcune note scritte sul lavoro del compositore Giovanni Verrando, ampliandole.
Ebbi a che fare con il musicista più di un lustro fa, al termine dei miei studi, e – sebbene non vi fosse una spiccata simpatia reciproca tale per cui potessimo sorseggiare tè mangiando cucumber sandwiches allo stesso desco – pure posso dire che non fosse assente un certo rispetto: ricordo che mi domandò cortesemente se ci potessimo dare del tu.
Autore nato a San Remo nel 1965 (in pieno Boom economico, mentre Buñuel girava Simon del deserto, Polanski Repulsion, Leone Per qualche dollaro in più e Bobby Solo con i The New Christy Ministrel vinceva il Festival in quella stessa San Remo) appartiene alla generazione cresciuta con gli ingombranti maestri della Neoavanguardia italiana: Giacomo Manzoni, Niccolò Castiglioni, Franco Donatoni (del quale, tralasciando molte partiture, andrebbero riletti con ironia Antecedente X e Questo, Adelphi). Tuttavia la sua formazione è d’ascendenza da un lato francese (la Scuola Spettrale: studio dello “spettro” sonoro), dall’altro tedesca (Lachenmann). Da Lachenmann è mutuata una sorta di ricerca della “novità sonora”, delegata spesso all’elettronica odierna, applicata agli strumenti o meno. Ricerca che pure non costituisce “novità” se non nel gesto (all’epoca del compositore tedesco – oggi ultraottantenne – gesto, “contro” gli strumenti “borghesi”, contestatario e politicamente impegnato; oggi, nostalgica Romantik per simpatici collezionisti che ripensino a Togliattigrad come al Paese di Bengodi). Rammento l’omone Helmut Lachenmann – curiosamente venerato già in vita come se fosse un “classico” – a Darmstadt, nel lontano 2006, il quale sull’orlo delle lacrime e della commozione alcolica vaneggiava dinanzi a noi corsisti di composizione circa il ritorno alla fede ecclesiastica, alla frequentazione della messa, all’abbandono mistico… Quanti fiaschi n’hai vuotati? / Non saprei… non li ho contati, risponde Pipelè alla moglie Maddalena, nel dramma giocoso Pipelè, ovvero il portinaio di Parigi, musica di S.A. De-Ferrari e parole di Raffaele Berninzone. Tuttavia il vino non era il solo protagonista ai Corsi Estivi di Darmstadt: molti tedeschi e molti corsisti in genere prediligevano ricche imbandigioni; d’altro canto io posso far del tutto mie le parole: «Siccome io sono magrissimo la penso diversamente» (Laurence Sterne, Vita e opinioni di Tristram Shandy, libro VII, cap. XIII). Tornando a Verrando, si dirà che il suo catalogo è ampio e stimato tanto in Europa quanto – qua e là – fuori confine: un disco dal titolo Dulle Griet, pubblicato nel 2013 dall’etichetta Aeon, mette in luce una ricerca sull’inarmonico (il rumore, prosaicamente detto) che il compositore ligure persegue anche a livello teorico (citeremo il suo libro didattico: La nuova liuteria: orchestrazione, grammatica, estetica, edito da Suvini Zerboni) nonché negli sparuti scritti disponibili sul suo stesso sito. Ci pare che fra questi, La musica come esperienza estetica inattuale inquadri bene le contraddizioni che vivono nella musica di Verrando: da un lato, si è detto, la ricerca della “novità” sonora nell’inarmonico (il rumore coinciderebbe con l’essere, stando alla trovata del filosofo francese Michel Serres); dall’altro, la constatazione opposta: la musica come “esperienza estetica inattuale”. Ma il fatto che l’Autore citi Italo Calvino (visibilità, rapidità e molteplicità della nostra epoca, in sintesi) a sostegno delle proprie tesi, poco lascia intravedere quale percorso chiarificatore. Scrive Verrando: “Nel tentativo di individuare quella soglia che caratterizza l’orizzonte culturale contemporaneo, possiamo aggiungere ai punti descritti da Calvino le qualità della semplificazione e dell’intelleggibilità (sic: nota mia). In un contesto comunicativo rapido, molteplice e manifesto, appare infatti utile ed inevitabile un’operazione di semplificazione dei messaggi, in modo da renderli intelleggibili (sic: nota mia).” L’Autore scrive (ahinoi) “intelleggibile” per “intelligibile” (o intellegibile), ma intelligibili non sono però – come forse egli vorrebbe – i suoi pezzi: a cominciare da Dulle Griet, del 2010, che apre la raccolta del succitato disco. Il titolo è un riferimento pittorico quasi didascalico: Dulle Griet è Margherita la Pazza, quadro a olio di Peter Bruegel il Vecchio, del 1561. Che cosa lega la probabile allegoria dell’avarizia (Margherita che va verso l’Inferno con un tesoro) a questa composizione di Verrando? Egli stesso non lo spiega – si può ascoltare il musicista in un’intervista sulla piattaforma YouTube in calce a questo articolo, che tralascia volutamente ogni riferimento al titolo –, ma ha poca importanza: quel che all’ascoltatore resta è la sensazione d’un confuso brusio, filtrato e manipolato avaramente, ma che si esprime stropicciato, distante dal prorompere “molteplice” che ci è offerto dal dipinto Dulle Griet. Dal rosso acceso che domina il quadro, si passa a un confuso grigiore dei suoni dal metropolitano afrore, laddove proprio l’ “invenzione” vorrebbe farsi strada: come lo starnuto di Totò, abortendo subito. Al ripiegamento di questi suoni non corrispondono gli intenti chiarificatori suddetti. Non meglio funzionano gli altri pezzi del disco, i cui titoli inglesi riferiti a battaglie e unicorni pongono in un certo imbarazzo; e in generale questo disco: balbettio fioco, “follia” che tartaglia. Finiremo con il rimando a un’estremizzazione di cotale innamoramento per l’inarmonico (rumore, insomma): la composizione del 2015 Fourth Born Unicorn – titolo davvero increscioso da trascrivere –, meglio descrivibile come “cinema feticista”; guardare il video dell’esecuzione in coda per credere (sono solo cinque minuti). Un musico alla viola d’amore – dall’aria paciosamente impiegatizia (si tratta dell’eccellente Marco Fusi) – indossa guanti di lattice simili a quelli di Mickey Mouse, come per dar voce alla più stravagante delle sordide passioni che s’agitino dietro la porta chiusa delle odierne camere da letto dal design “minimal”, in una castigata pornografia del titillamento strumentale: osservate l’espressione da comica muta al minuto 1’42” del filmato, al minuto 2′ l’occhio lubrico, al minuto 4’18”… beh, un’espressione irripetibile… e al termine la raggiunta pace dei sensi. La viola “d’amore” è tenuta sulle gambe: “oscuro oggetto del desiderio” (parafrasando Buñuel) verso la nascita… dell’unicorno. Paradosso davvero ilare è il fatto che questo breve film sia stato girato da un Innocente (Michele).
Dovremo dare ragione a quella sibillina frase attribuita a Théophile Gautier?
La musique est le plus cher, mais le plus désagréable des bruits.
La musica è il più caro e il più sgradevole dei rumori.
Meglio di no – mon Dieu! (cantava Edith Piaf) – meglio di no.

Dario Agazzi

 

 

 

Intervista a Giovanni Verrando su Dulle Griet:





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