Indagine su sei brani di vita rumorosa dispersi in un’estate afosa – raccolti e scomposti in cinque atti > Ilaria Pezone

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Sei brani di vita rumorosa, sei personaggi in cerca d’autore: “come si fa a vivere” attraverso il cinema di Ilaria Pezone
a cura di Dario Agazzi

Ilaria Pezone è regista e mia coetanea. Lo specifico ripensando a quella dichiarazione che elargì a Sette un lustro fa Mario Monti, il quale sostenne che la sua generazione avesse creata a sua volta “una generazione perduta”, impossibilitata a realizzare quel mito – tutto occidentale – dell’autoaffermazione capitalistica e del “successo individuale” (sempre economico), sul quale già negli anni ’70 lo scrittore Saul Bellow aveva messo in guardia pressoché in ogni suo scritto. Ilaria Pezone ha un cognome d’origine campana, ma è lecchese: sul suo sito personale si definisce “pocoriginale”, non già per eccentrica originalità, ma credo consapevole della (nostra) esistenza “postuma”. Dopo averla conosciuta in occasione di una bizzarra proiezione organizzata a Lecco del film Ecce Ubu – girato dal sodale Luca Ferri e musicato in modo martellante dal sottoscritto – Ilaria mi descrisse un progetto cui stava attendendo: costruire un lungometraggio che ritraesse musicisti colti nel loro quotidiano vivere, tutti abitanti in località non distanti da Lecco. Volendo sottolineare la fatica di tale vivere, Ilaria scelse non solo l’estate, ma addirittura l’estate del 2013, la cui calura in giugno fu ricordata in quanto singolarmente spiacevole. Con una macchina da presa a nastro, la regista ha colto sei personaggi nelle loro contraddizioni, uscendo dal suo ossessionato autobiografismo (con il quale ha fatto i conti nel cortometraggio Sogno su carta impressa con video del 2013, in un tentativo suggestivo di dar vita ai morti e morte ai vivi) e ampliando un discorso sulla musica iniziato con il film, inerente al cantante d’origine napoletana Salvatore de Gennaro, Masse nella geometria rivelata dello spazio-tempo del 2012, vincitore del festival di Parigi Terre di Cinema. Ancor più lungo (e originale: non me ne voglia l’Autrice) è il titolo completo del film di cui si parla: Indagine su sei brani di vita rumorosa dispersi in un’estate afosa – raccolti e scomposti in cinque atti, completato nel 2016. Titolo che rientra quasi in una tradizione muliebre del cinema (si pensi alla lunghezze dei titoli di Lina Wertmueller). Sei personaggi come quelli “pirandelliani”: la coppia pianista-organista (presa come unico “brano di vita”), la pianista e il pianista, il clarinettista jazz, il direttore d’orchestra, il compositore sono raccontati in frammenti ricorsivi come in un rondeau (avevo azzardato questo paragone, che piacque all’Autrice, rispetto alla forma musicale basata sul ritorno degli elementi compositivi), con la circolarità di un’artista (Rada Kozelj) la quale compare all’inizio e alla fine, racchiudendo il tutto con uno sguardo penetrante. La macchina da presa è di rado fissa: Ilaria Pezone ne fa una sua cifra stilistica; nel movimento delle inquadrature si scorgono l’ansia, l’inquietudine che sono parte dell’essere dell’Autrice, oltre che dei suoi personaggi (“rumorosi” brani di vita: rivela già molto del loro contenuto). Se parlare di “realismo” sarebbe strambo, in quanto il montaggio frammentato – curato dalla regista come in ogni suo lavoro – modifica in modo sottile il materiale di partenza, certo non si può negare che i volti e i luoghi in cui sono ripresi gli individui narrati finiscano per parlare – in modo anche brutale – di banali scaramucce col quotidiano, che con la “nobile arte musicale” hanno spesso ben poco a che vedere. Dai rapporti parentali alle rimembranze su colleghi defunti, dalla mancata soddisfazione per la propria carriera concertistica alla maniacale ricerca di Dio attraverso Bach; dall’ostentata affermazione di “professionismo” a scapito del “romanticismo che avvolge come un’aura la figura del direttore d’orchestra” fino alla dichiarazione che una cadenza conclusiva di una frase musicale, funzionando per strutture sintattiche, possa essere paragonata alla sentenza: “Ho mangiato gli zucchini” (mi si perdoni l’autocitazione) e via dicendo. Ciò che sorprende del film di Ilaria Pezone è il fatto che nel cercare di essere autrice delle vite di questi sei personaggi, ella ricerchi se stessa: “Si ascoltano questi personaggi per imparare come si fa a vivere” (così Ilaria alla proiezione lecchese del film nel febbraio 2017, organizzata da Dinamo Culturale e presentata da Giulio Sangiorgio). L’autobiografismo è – felicemente, però – uscito dalla porta per rientrare dalla finestra. Giacché nessuno ha mai spiegato a qualcun altro che cosa significhi vivere, specialmente se la strada che si è intrapresa sia quella atrocemente solitaria delle “arti”. In bilico fra quella paciosa tranquillità borghese (anzi, piccolo-borghese) che dalla Brianza trasuda in ogni anfratto e quell’incertezza assoluta che è la ricerca di sé, nonché del mistero angoscioso dell’esserci, Ilaria Pezone realizza una sintesi che – parafrasando Breton – rende “surreale” l’oggetto di cui si occupa, guardandolo a tratti con l’occhio dello stupore infantile. •

Dario Agazzi

 

 

Indagine su sei brani di vita rumorosa dispersi in un’estate afosa – raccolti e scomposti in cinque atti
Regia, soggetto, sceneggiatura, montaggio, fotografia, produzione: Ilaria Pezone • Con: Rada Kozelj, Dario Agazzi, Marcello Corti, Alberto Minonzio, Patrizia Salvini, Paolo Oreni, Linda Papi, Alfredo Ferrario • Paese: Italia • Anno: 2016 • Durata: 62′





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