Krotkaya (A Gentle Creature) > Sergei Loznitsa

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Cannes 70 / Sélection officielle

Non è un caso se Sergei Loznitsa si è presentato a Cannes cinque volte nelle ultime otto edizioni, di cui tre in concorso.
All’uscita della sala, dopo aver visto i fulminei 143 minuti di Krotkaya (titolo internazionale: A Gentle Creature), si ha la sensazione di aver partecipato a un’esperienza irripetibile, di aver assistito a qualcosa di unico e di quasi simile alla perfezione tecnica.

La fiaba kafkiana della “donna mansueta” di Loznitsa prende vita in una remota e non ben definita regione della Russia, in un’epoca senza tempo, non ben specificata e, invece, mistificata da più elementi del presente e del passato. Già dalle inquadrature iniziali si può intuire quello che sarà l’oggetto artistico a cui si va incontro: lei che rientra alla propria abitazione, con un campo lungo a macchina fissa che racchiude la sgangheratezza della casa, i colori fiabeschi, la solitudine, i colori di un cielo tanto bello quanto indifferente, i contrasti, la poesia e una fotografia brillante e viva che caratterizzerà tutto l’andamento assurdo di un film invece molto cupo.

Ed è proprio lo stile delle inquadrature ad essere alla base dell’alchimia vincente di Krotkaya: campi lunghi e m.d.p. fissa per gli spazi aperti, primissimi piani e macchina a mano per gli interni, a contrapporre mondo esteriore e mondo interiore, inseguendo, pedinando e tallonando dialoghi di diversa natura, come se le parole fossero vive e concrete, come se la verbosità che anima tutto il film fosse essa stessa l’anima di un corpo fatto di immagini e piani sequenza.

La quotidianità irrompe in maniera veemente, portando sullo schermo un’umanità caleidoscopica, un vero e proprio sottobosco di fatti, situazioni e allegorie tra le più disparate, tessendo di fatto una trama fittissima; la struttura del film è simile a un mosaico, dove ogni soggetto è un tassello a sé, dove il potere della parola e del dialogo irrompe con virulenza, senza un filo logico, ma facendo emergere tutta la casuale vitalità di una società in itinere, stretta tra violenza, cinismo e burocrazia.

Le inquadrature, che siano in campo lungo o in spazi ristrettissimi, indugiano sempre in maniera quasi sfiancante, alternando lunghi e morbidi silenzi a interminabili e serratissimi dialoghi, facendo così del film un compendio di tutte le categorie umane e di tutte le sfumature che colorano il mondo della protagonista, tant’è vero che essa stessa è simile a un pesce che si muove in un acquario dove esiste un solo esemplare per ogni altro tipo.

La nostra “donna mansueta” è sempre in scena, anche se la sua presenza è spesso fuori campo. C’è ma non la vediamo, di lei sappiamo poco, intuiamo soltanto che lavoro faccia, sappiamo che il marito è in prigione per omicidio e non conosciamo altro della famiglia o del luogo in cui vive. Ma la sua perenne presenza in scena fa sì che lei diventi il fulcro, il punto (uno degli infiniti) in movimento all’interno di uno spazio circolare e senza via di uscita. Del resto è anche il personaggio che parla meno in assoluto, lasciando al resto del mondo il compito di portare in scena le brutture sociali e culturali dentro alle quali la narrazione è immersa.

 

 

Un pacco rispedito indietro dalla prigione in cui è detenuto il marito dà il via alla vicenda: da quel momento la donna inizierà un viaggio (nello spazio, nel tempo, nelle immagini) che la vedrà incontrarsi e scontrarsi con la violenza, il cinismo, la burocrazia e la sordità di una società dalla sensibilità totalmente marmorea, un viaggio nello spazio-tempo all’interno di un film di cui non conosciamo né l’epoca, né l’ambientazione.
La trama in sé potrebbe davvero sembrare uscita da un racconto di Kafka, non aggiunge nulla a livello narrativo all’immenso calderone del cinema, ma qui la trama viene svestita di tutta la sua importanza proprio con la continua marginalizzazione e la messa fuori campo della protagonista. La reale trama sono le persone che lei incontra, volontariamente e casualmente, e come essere sono inquadrate.
Lo stile si fa trama e i dialoghi casuali all’interno di un bus o di un ufficio postale diventano l’ossatura di un viaggio per immagini, di un cinema che è fatto di corpi fremebondi e pulsanti, dove anche le parole assumono una forma e una plasticità tale da essere visibile, palpabile, parte integrante della scena.

Un viaggio nella città dove ha sede la prigione, un pacco da consegnare, l’impossibilità di poter compiere la propria volontà: questi sono gli elementi alla base della paradossale e assurda epopea di una “donna gentile”, che non perde mai la calma, che non alza mai la voce, in una Russia che sembra essere un territorio selvaggio, abitato solo da prevaricatori, criminali, corrotti, ubriaconi e indifferenti.
Il cinema di Loznitsa racchiude in questo film le geometrie e i colori (grottescamente) fiabeschi di Wes Anderson, dove gli edifici diventano enormi spazi riempiti di niente, i tempi e le scansioni di Tarkovskij, e le distorsioni umane e oniriche di Fellini, dove il disordine dei luoghi diventa allegoria del disordine dell’anima.

Le inquadrature sono riempite di oggetti, dettagli apparentemente insignificanti come lo possono sembrare le migliaia di parole che scorrono nella diegesi del film; è un lavoro dallo spettro cromatico (reale e figurato) quasi infinito, un ventaglio di umanità stretta in un alone di surrealtà che nel finale diventa onirismo felliniano allo stato puro.
C’è da dire che fino alle due ore si sfiora la perfezione e che la successiva sequenza onirica può risultare un po’ fuori luogo: del resto è in quei venti minuti finali che si incarna uno spiegazionismo di cui non si sentiva onestamente il bisogno, ma di contro vi sono elementi stilistici ed espedienti narrativi che sono delle vere e proprie chicche: una carrozza, un bosco dentro cui inoltrarsi (così simile al sottobosco umano in cui s’è inoltrata fino a quel momento la protagonista), una casa che sembra uscita da Cappuccetto rosso, un novello Rasputin a introdurre la malcapitata in un consesso che riunisce una società deformata, una fiera della vanità al contrario dove la nostra “gentle creature” è ancora una volta lasciata ai margini, vestita di un bianco virgineo che risalta ed evidenzia ancora più spaventosamente la violenza a cui la donna è soggetta (anche nel sogno).

Quello di Loznitsa è un cinema dove l’individuo è al centro di un’umanità che regredisce progressivamente, dove il protagonista è totalmente privato di quelle caratteristiche capaci di determinare l’andamento della narrazione. È un cinema ellittico, senza scampo, che non si pone nemmeno il problema di dover creare illusioni ma che mette in scena tutto il fatalismo contemporaneo mascherandolo d’assurdo.
E con questo meraviglioso lavoro il regista ucraino ci riesce perfettamente. •

Nicola ‘Nimi’ Cargnoni

 

 

KROTKAYA (A GENTLE CREATURE)
Regia, sceneggiatura e dialoghi: Sergei Loznitsa • Fotografia: Oleg Mutu • Montaggio: Danielius Kokanauskis • Casting: Maria Baker-Choustova • Costumi: Dorota Roqueplo • Trucco: Tamara Frid • Production management: Martins Eihe • Art department: Renuaras Krivelis • Effetti visivi: Dennis Kleyn, Frank van der Peet • Produttrice: Marianne Slot • Coproduttori: Gunnar Dedio, Uljana Kim, Serge Lavrenyuk, Olivier Père, Marc van Warmerdam, Peter Warnier • Produtore esecutivo: Maria Baker-Choustova • Produttore associato: Sergei Loznitsa • Interpreti principali: Boris Kamorzin, Valeriu Andriutã, Liya Akhedzhakova, Vasilina Makovceva, Sergey Kolesov, Marina Kleshcheva • Produzione: Slot Machine • Coproduzione: Arte France Cinema, GP Cinema Company, Looksfilm, Studio Uljana Kim, Wild at Art, Graniet Film, Solar Media Entertainment • In associazione con: Wild Bunch, Haut et Court, Potemkine Films, Atoms & Void, Film Angels Studio • Con il sostegno di: Eurimages, Aide aux Cinémas du Monde, Aide à la Coproduction Franco-allemande, Centre National du Cinéma et de l’Image Animée, Institut Français, Mitteldeutsche Medienförderung, Filmförderungsanstalt, Netherlands Film Fund, Netherlands Film Production Incentive, National Film Centre of Latvia, Riga Film Fund, Lithuanian Film Centre, Lithuanian National Radio and Television, le Programme Europe Créative – MEDIA de l’Union Européenne • Lingua: russo • Paese: Francia, Germania, Paesi Bassi, Lituania • Anno: 2017 • Durata: 143′





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