The Square > Ruben Östlund

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Cannes 70 / Sélection officielle

Un’installazione d’arte contemporanea: questa potrebbe essere la definizione per The Square, Palma d’oro al Festival di Cannes 2017, regia del feroce Ruben Östlund, già autore di un grandissimo lavoro come Forza Maggiore.
Ed è proprio muovendo dalla considerazione che inquadra questo film come oggetto d’arte che si possono trarre alcune considerazioni di merito.
Probabilmente non è il miglior film passato dal concorso del Settantesimo Cannes, ma è di certo uno di quelli che ha saputo essere più incisivo ed originale. Proprio come altri film importanti (The Beguiled di Sofia Coppola, In The Fade di Fatih Akin, 120 battements par minute di Robin Campillo, Happy End di Haneke) ha letteralmente spaccato in due la critica, in una edizione che mai come altre ha saputo essere tanto mediocre dal punto di vista qualitativo, quanto insidiosa sul piano del confronto tra professionisti.

Forse è proprio il livello medio basso del Festival che alimenta i dubbi su film che pur sono oggettivamente una taglia sopra ad altri.
The Square è un film pericoloso, perché rischia di essere quasi compiaciuto, facendosi beffe dell’arte contemporanea utilizzando però l’arte stessa come esercizio di stile e come estetismo non fine a sé stesso, ma capace di divenire elemento narratologico.

Come in Forza maggiore, Östlund smaschera l’ipocrisia di una borghesia medio-alta che trovandosi a dover fare i conti con l’ambiente circostante intraprende anche una sorta di viaggio interiore, dovendo quindi affrontare i propri ostacoli più intimi per trovare una via verso un’armonia con altri elementi della società e con la propria famiglia, dove anche i rapporti tra causa/effetto sono sempre imprevisti (e imprevedibili); risulta evidente come ogni elemento della nostra vita, anche il più insignificante, possa essere punto di svolta fondamentale, e questo è il dilemma che caratterizza l’ossatura dei film del regista svedese.
E se in Forza maggiore l’istinto di sopravvivenza era l’elemento scatenante di un egoismo spogliato di tutti i sentimentalismi possibile, indagando all’interno del nucleo famigliare, in The Square il protagonista vive un’epopea dove ogni singolo evento sfortunato racchiude in sé il germe di una riflessione che riguarda ogni aspetto a tutto tondo della vita del personaggio, a livello sociale, professionale, intimo, famigliare.

Christian è il responsabile di un museo di arte contemporanea a Stoccolma. La vicenda parte dal giorno in cui viene derubato e grazie al GPS del suo cellulare riesce a individuare il palazzo del malvivente. Da quel momento in poi il film è una escalation di eventi che mettono il protagonista di fronte alle proprie colpe, in un contesto assolutamente grottesco e ironico, dove la mano di Östlund calca con ferocia sugli aspetti più deforma(n)ti della ricca società svedese.

Nel museo in cui lavora Christian sta per avere inizio un’esposizione che ha come elemento principale The Square, un quadrato vuoto realizzato al centro della Piazza dove sorge il Palazzo reale di Stoccolma. È un quadrato delimitato da una luce bianca, dove all’interno tutti hanno gli stessi diritti, definito un “santuario di fiducia e altruismo”. Tra parole ridondanti e voli pindarici che ne descrivono l’essenza e il significato, lo spettatore è posto di fronte a tutta la complessità dell’arte contemporanea, alla sua concettualità e ai facili fraintendimenti: esilaranti sono i momenti che riguardano un’installazione di mucchi di argilla all’interno del museo. Ma è proprio questo gap culturale che porta a interrogarsi sull’altro gap denunciato nel film, quello sociale.

Uno dei momenti più violenti e feroci (moralmente, psicologicamente, fisicamente) è la sequenza che vede l’esibizione dal vivo di un uomo che deve comportarsi come una scimmia in una cena di gala. L’uomo diventa esso stesso installazione artistica, in un nesso logico che porta all’elementare sillogismo dell’arte “che prende vita” e prende la propria strada, facendo sì che l’artista, il creatore, perda il controllo della propria opera: ma Östlund non si limita a questo, bensì riesce ad esasperare il momento ponendo lo spettatore di fronte al dilemma di una società incapace di intervenire, di essere solidale e invece ben allenata all’indifferenza e alla totale chiusura verso quanto sta accadendo “sul tavolo accanto”.

Il grottesco surrealismo di questa sequenza è in effetti l’elemento narrativo più caro a un regista che ha saputo realizzare film dove emerge un talento cinematografico enorme. Molta critica, a caldo, ha bollato il film come “troppo lungo” e come “inconcludente”. Il punto di vista potrebbe essere condivisibile, ma varrebbe la pena invece chiedersi se non sia proprio voluta questa strada: il film apre spiragli dentro cui poter sbirciare, senza per forza assumere la pretesa di spiegare o di concludere i discorsi avviati nel frattempo. L’ultima mezzora (una sorta di mini-romanzo di crescita surreale e autoassolutorio) è un momento che avrebbe potuto essere evitato, così come invece potrebbe essere il viatico per altre due ore di film. La forza di The Square è proprio la sua apertura verso lo spettatore. Non annoia mai, è feroce e accusatorio, ma non è retorico. Ed è un lavoro che probabilmente solo un nord-europeo avrebbe potuto realizzare.

Il quadrato che fa da opera d’arte non è altro che un frame vuoto, proprio come lo schermo cinematografico. La genialità di questo film sta proprio in questo parallelismo tra l’oggetto del film e il film stesso. Östlund ci propone il suo quadrato, il suo frame, lo riempie, ma lascia che sia lo spettatore a decidere cosa vederci dentro. E proprio come l’uomo-scimmia della sequenza più forte del film, l’arte prende vita soprattutto nella mente e nel cuore di chi la guarda.

The Square non è un film contro l’arte contemporanea, ma un film sul SENSO dell’arte contemporanea come espressione di divari sociali e culturali. Del resto cosa c’è di più contemporaneo della settima arte come strumento per portare avanti questo tipo di discorso? •

Nicola Cargnoni

 

 

THE SQUARE
Regia, sceneggiatura e dialoghi: Ruben Östlund • Fotografia: Fredrik Wenzel • Montaggio: Ruben Östlund, Jacob Secher Schulsinger • Suono: Andreas Franck • Scenografia: Josefin Åsberg • Costumi: Sofie Krunegård • Casting: Pauline Hansson • Produttore: Erik Hemmendorff • Coproduttori: Katja Adomeit, Philippe Bober, Olivier Père • Line producer: Anna Carlsten • Produttori esecutivi: Tomas Eskilsson, Dan Friedkin, Agneta Perman, Bradley Thomas • Interpreti principali: Claes Bang (Christian), Elisabeth Moss (Anne), Dominic West (Julian), Terry Notary (Oleg), Christopher Læssø (Michael), Marina Schiptjenko • Produzione: Plattform Produktion, ARTE France Cinéma, Coproduction Office, Det Danske Filminstitut, Imperative Entertainment, Swedish Film Institute in coproduzione con Film i Väst • Suono: Dolby Digital • Rapporto: 1.85 : 1 • Camera: Arri Alexa XT, Zeiss Master Prime Lenses • Processo fotografico: ARRIRAW 3.4K (source) • Digital Intermediate: 2K (master) • Paese: Svezia, Germania, Francia, Danimarca • Anno: 2017 • Durata: 142′





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