Il Documentario è morto, viva il Documentario!

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La Chana by Lucija Stojevic (2017)

Si è chiusa pochi giorni fa la 20ma edizione del DocsBarcelona, il festival internazionale del Documentario prodotto da Parallel 40, che ha ospitato 94 proiezioni diverse e accolto 16.000 spettatori in una settimana intensa, condita da dibattiti, tavole rotonde e speed meeting tra produttori e registi.
Numeri che potrebbero cogliere di sorpresa gli italiani, forse, se si pensa alla distribuzione che in Italia si fa di questo genere. Poco spazio, pochi soldi, poca voglia di compromettersi e di lanciarsi in un mercato che è invece in piena espansione.
E perché è in espansione?
Perché se parliamo di documentario ormai non si può più pensare di assistere alla storia del leone nella selva, del ghepardo nella savana e dell’elefante indiano in via d’estinzione. I prodotti che escono dalla mano dei registi e delle registe che si avvicinano a questo genere hanno tagli decisamente più creativi, raccontano storie soggettive – non più obiettive – lasciando spazio a linguaggi che spesso hanno molto a che vedere con una narrazione letteraria della vita.
Prendiamo ad esempio La Chana, opera prima della regista croata Lucija Stojevic, prodotto grazie ad un crowdfunding, proiettato in chiusura del festival di quest’anno. Venti minuti di applausi a scena aperta per i più di 300 spettatori presenti in sala.
Si tratta di un racconto intenso, lineare e intimo della vita di una famosissima ballerina di flamenco – Antonia Santiago Amador detta La Chana – che, all’apice della carriera, sparisce dalle scene senza dare spiegazioni.
Quando la si vede ballare in una famosissima scena di The Bobo – film prodotto e interpretato da Peter Sellers – è impossibile non chiedersi da dove venga tutta la selvaggia sofferenza che trasuda sul suo volto, dalle sue mani e dai suoi capelli scompigliati.
“Volevo capire che cosa le fosse successo e perché nessuno avesse mai omaggiato questa ballerina nonostante fosse ancora viva… perché nessuno parlava di lei? Perché si era ritirata dalla scena pubblica? Perché aveva rifiutato l’invito di Peter Sellers di seguirlo ad Hollywood dove sicuramente le sarebbe spettato di vivere il sogno della sua vita?”
Assistere alla ricostruzione poetica che Lucija fa della vita de La Chana significa intuire la nuova urgenza degli autori e autrici che si ostinano a fare documentari oggi: l’urgenza tutta narrativa di riportare le storie a casa.
E lo stesso vale per Amazona di Clare Weiskopf, dove il pretesto a girare nasce dall’emergenza personale della regista di rispondere ad una domanda che coinvolge il rapporto che ha con sua madre: “Che cosa significa essere una buona madre?”.
Selezionato l’anno scorso all’IDFA, sarà presente in concorso al Biografilm Festival di Bologna di quest’anno (inizia il 9 giugno).
Ma fare documentari oggi non vuol dire solo avere buoni personaggi – al limite tra il letterario e il teatrale – per seguirne la quotidianità cercando di ricostruirne il passato.
Vuol dire soprattutto rompere definitivamente con l’idea che un regista di documentari non possa esprimere un proprio punto di vista su una storia anche quando questa si presterebbe facilmente ad una narrazione obiettiva e prettamente giornalistica.
L’esempio viene da Hacking Justice (Il Giudice e il Ribelle), diretto da Clara López Rubio e Juan Pancorbo nel quale la scena d’apertura fonda una dinamica narrativa che sarà per circa 90 minuti assolutamente parziale: è il 2012, è notte, siamo all’interno dell’ambasciata ecuadoriana a Londra. La telecamera si muove veloce inquadrando vari personaggi, alcuni col volto pixelato, facendoci percepire un’estrema tensione confermata dalle parole di uno dei due protagonisti della storia, che entra nell’inquadratura all’improvviso: si tratta di Julian Assange, capelli lunghi, barba incolta. Parla sottovoce ai suoi assistenti cercando di dare loro una direttiva nel caso in cui gli inglesi decidano di irrompere nell’ambasciata, catturarlo ed estradarlo negli Stati Uniti dove teme che ci sia in corso un processo segreto contro di lui.
Non si tratta di un film.
Si tratta di un documentario.
A vincere è stato invece lo splendido Los Niños (The Grown-ups) di Maite Alberdi, una storia d’amore commuovente, un ritratto dolce e ironico di Anita, Rita, Ricardo e Andrés, quattro amici che frequentano la stessa scuola per bambini come loro – con sindrome di down – … da quarant’anni.
Sarebbe interessante continuare a spulciare tutti gli altri 90 prodotti selezionati al DocsBarcelona 2017 per cercarne almeno uno che si avvicini alla definizione classica di “documentario”, ma sicuramente si farebbe tanta tanta fatica per niente.

Il Documentario è morto, viva il Documentario! •

Sara Beltrame

 

Los Niños (The Grown Ups) by Maite Alberdi (2017)





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