“Knock Knock” di Eli Roth. O del neomoralismo

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Certi film, bisogna ammetterlo, sono ributtanti. E per questo istruttivi. Esattamente come quella superba creazione della letteratura novecentesca (forse una delle più grandi e certo inimitabili) che è Ignatius J. Reilly, protagonista tragicomico del capolavoro romanzesco Una banda di idioti (A Confederacy of Dunces) di John Kennedy Toole, credo si debba talora guardare i film più repellenti per farsi un’idea sana della società in cui si vive. Ignatius, obeso intellettuale a metà strada fra un inquisitore kitsch e un sommo esegeta dell’utopia, andava al cinema proprio per infuriarsi. Nel 2015 Eli Roth gira il film Knock Knock, remake di Death Game del 1977 (di Peter S. Traynor) con Keanu Reeves nel ruolo dell’arrivato architetto americano neoborghese, abitante una placida villa moderna da lui progettata, sposato felicemente con un’artista di successo e con due “meravigliosi figliuoli”. Un bell’inizio d’American Dream immerso nella melassa. Lasciato solo a casa dalla famiglia, il nostro architetto riceverà la visita “in una notte buia e tempestosa” (sic) di due ragazze provocanti e disinibite, le quali stuzzicano in modo imbarazzante e irresistibile la sua mascolinità, sopita da anni di mansueta vita coniugale (il film si apre con una moglie restia a concedersi: si sa, i bambini, la casa, gli impegni…). Naturalmente andrà a letto con ambedue (in una castigatissima scena di sesso a tre che s’intravede solo dal bagno avanguardista del gagliardo architetto), ma non può immaginare che le “intirizzite fanciulle” (Genesis e Bel: bastino i nomi) abbiano in progetto l’idea di torturarlo per quanto ha fatto e di fare a pezzi la sua ordinata magione pubblicando dei video sul profilo Facebook del buonomo, onde rovinargli reputazione e carriera. Appunto questo vediamo nel film: torture fisiche e psichiche al signor Keanu, accuse infamanti, tirate moralistiche a metà strada fra le ricette per le bambole concepite da Henriette Davidis (la famosa scrittrice ottocentesca tedesca di libri di cucina nonché di manicaretti in miniatura per bambole) e strampalate quanto superficiali manifestazioni contro l’arte contemporanea. Il tutto reso supremamente inverosimile da una sceneggiatura che permette a due esili ragazze di tenere in iscacco il palestrato Keanu, con una forza fisica che – se fosse esistente – sarebbe disumana. Detto questo, ciò che è superbo in questa confezione pacchiana da Piccoli Brividi domestici degli Anni Dieci, è l’interrogativo di fondo espresso dal progetto di Roth: “L’uomo ancor belloccio e felicemente coniugato, padre di famiglia, è capace di astenersi dall’attrazione sessuale scatenata da due arrapate che lo istigano esponendogli subdolamente teorie sulla libertà sessuale e la vetustà dell’istituzione matrimoniale (nel frattempo strusciandoglisi addosso)?” La risposta è no. Detto questo, siamo all’evidenza dell’istinto del maschio. Quel maschio che, nel lontano 1976, si castra da sé come il Depardieu di Marco Ferreri (L’ultima donna) dovendo soggiacere alla sua mancanza d’autorità fallica? No, naturalmente. Ci si aspetterebbe una sana riconciliazione, un perdono del deus ex-machina (regista) nei confronti della sua vittima. Andiamo, in che cosa è consistita la colpa del Keanu, che è stato nel film anche DJ “in gioventù” (si sa, la musica è giochetto giovanile prima della seria decisione di divenire un patriarca)? Invece no: traspare – e non poco marzialmente – la condanna del padre di famiglia americano che si è lasciato sviare e al quale verranno imputati tutti i mali possibili. Una notte di sesso sfrenato (ma nemmeno tanto, per Bacco) gli costerà tutto. Al punto che nei titoli di coda si scorge il “Keanu furioso” con i guanti neri e le due fanciulle impegnate in una nuova tortura d’un povero diavolo: le ammazzerà? Quale aperto progressismo in un’America dei nostri Anni Dieci! Non sarà un caso se l’attrice che interpreta una delle torturatrici, Genesis (Lorenza Izzo, classe 1989) risulti anche la moglie del regista, sposato nel 2014. Un anno dopo il suo stesso matrimonio, Roth pare affermare che chi esca dall’istituzione “voluta da Iddio” – anche per una sola volta – andrà all’inferno ove saranno pianti e stridor di denti, ove chi ha peccato verrà distrutto: per lo meno, si ritroverà tutti i dischi di vinile in pezzi e l’immacolata casa dei sogni lorda di schifezze. Se Roth e il suo staff avessero rivisto quel capolavoro che è Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman… ma si sa, la corrente del neomoralismo, ça va sans dire, è sempre “sulla breccia”.
Toc Toc. •

Dario Agazzi

 

 

KNOCK KNOCK
Regia: Eli Roth • Sceneggiatura: Eli Roth, Nicolás López, Guillermo Amoedo • Fotografia: Antonio Quercia • Musiche: Manuel Riveiro • Scenografie: Marichi Palacios • Costumi: Elisa Hormazábal • Produttori: Eli Roth, Nicolás López, Colleen Camp, Miguel Asensio, John T. Degraye, Cassian Elwes, • Produttori esecutivi: Sondra Locke, Teddy Schwarzman, Peter S. Traynor • Interpreti principali: Keanu Reeves (Evan Webber), Lorenza Izzo (Genesis), Ana de Armas (Bel), Ignacia Allamand (Karen Alvarado), Aaron Burns (Louis), Colleen Camp (Vivian), Megan Baily (Lisa), Dan Baily (Jake) • Produzione: Black Bear Pictures, Camp Grey, Dragonfly Entertainment, Sobras International Pictures • Camera: Canon EOS-1D C • Rapporto: 2.35:1 • Paese: USA, Cile • Anno: 2015 • Durata: 99′





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