Bologna // Biografilm 2017, tre film e mezzo concerto

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Biografilm 2017, tre film e mezzo concerto

Arrivo a Bologna sabato, è quasi sera, il mio pullman da Pisa tarda, una scatoletta incandescente piena di corpi inflacciditi fasciati da fibre sintetiche irte, scabre, condotta a destinazione da un paio d’abbrutiti: essere classisti ma antiborghesi, una necessità.
Bologna è fresca, accogliente, una città con le cosce aperte, l’amichetta al casale in provincia, che porti a mangiare in trattoria, cafona altolocata di rimbalzo. Un idiota in Via del Guasto mi dice “Certo, che per essere del sud parli un buon italiano!”.
Do un’occhiata al concerto degli Zen Circus, ma volendo scappare da Pisa decido di non soffermarmi e passar oltre. Il posto è strapieno, i volumi sono bassi, non ho voglia di riguardare all’impero delle tenebre del revival all’italiana e m’affatica il carico di quanto s’è perso per strada nella manichea volontà di riformare al passato la musica, alla ricerca d’una simpatia che per una certa mania antisalottara che s’è appollaiata su se stessa, sul cartone del Tavernello, ha trovato la sua dimensione in un involontario, incosciente nichilismo.
Sullo scalone d’un portico in via S. Vitale m’inalbero in una discussione sulla funzione del suono nel cinema, astrattezza d’una musica concreta che non canta niente, divido la fede, peso la colpa, scappo, passeggio e poi vado a letto.
La luce del mattino lascia che mi alzi non troppo tardi e non chiede nulla in cambio, è domenica. Un piatto di pasta al Pratello, un bicchiere di Montepulciano, un caffè e giù verso la Cineteca, tra banchi di pietra e cattedrali di bassa levatura, attraverso il parco 11/09 pieno di ragazzini lontani e festosi.

 

 

Il primo film che vedo è un classico di Marco Ferreri Il Futuro è Donna. Una distopia anni ’80 ambientata tra un nord volgarissimo, violento e lisergico, fatto di centri commerciali larvali, balere tecnologiche e il centro storico di Palermo, Piazza Rivoluzione, via dei Benedettini, è una Palermo signorile come un carro funebre tirato da un cavallo nero col pennacchio, che rende la disperazione del triangolo dei protagonisti una parabola che ricorda Anna, Pennina ed Elkanah. Due donne e mezzo, una incinta, Ornella Muti dai seni d’un indaco del cielo del mar Morto, collinari, ospita la vita nella sua leggera incostanza, e poi due amanti tedeschi che s’aprono alla sua presenza, tra fragilità, amori straripanti di coltello e di carne e un sacrificio finale che chiude il cerchio e costituisce un cantico finale cui assiste sul suo trono di velluto, dove resta cosciente della sarabanda che si consumerà dentro un’altra inutile, rappresentata Italia, un serafico e risolutamente impassibile Pierangelo Bertoli. Maddalena italiana non accetta alcuna giovinezza, bellezza, non c’è infanzia che ne guarirà la cecità, non c’è vita nel passo indeciso di Hanna Schygulla che rientra alla fine nel suo studiolo. Un film prezioso che andrebbe rivisto, una pellicola su cui bisogna soffermarsi, un’opera necessaria, piena, d’una gioia corsara che riporta l’inquietudine dell’amore, lo sfuggire seducente della passione, l’attrazione per il rinnovamento nonostante un’armonia raggiunta, un film da baciare, che mi sento di indicare come imprescindibile per un futuro seminalmente più lontano possibile dall’oggi.

Il secondo film che guardo è Chiamatemi divina: Dorian Gray. Storia di un’attrice dimenticata, si tratta d’un breve documentario, un lavoro ordinato, puntuale, esaustivo, che riporta la storia particolare della bellissima Dorian Gray, la malafemmena di Totò, Peppino e la Malafemmena, una dama di passaggio tra i telefoni bianchi, la rivista di Wanda Osiris e l’età d’oro del cinema italiano di metà anni 60′, fine anni 70′. Protagonista anche di lavori di Fellini (Le Notti di Cabiria) e Antonioni (Il Grido), Dorian Gray è stata la diva assoluta di quei cinemini di paese, di periferia, segni-costellazioni dei tempi, arcipelaghi semplici che hanno nutrito la fame di polvere di stelle dell’Italia rinascente eppure ancorata al suo passato di fine anni 50′, primissimi 60′. Dimenticata ma non riscoperta come Walter Chiari, la sua immagine è andata alla deriva e s’è perduta misteriosamente nell’oblio del paesello trentino nel quale s’è ritirata, anche questo un lavoro che va recuperato, se non altro per riconciliarci alla dolcezza dei nostri nonni, tra puritanesimo e nostalgia.

 

 

L’ultimo film che vedo chiude la retrospettiva dedicata al documentarista britannico Angus MacQueen, The end of Eden, un’inchiesta antropologica sulle tribù della foresta amazzonica vergine al confine tra Perù e Brasile che, ancora isolate dal resto del mondo, cercano di ritagliarsi una propria vita scacciate da cacciatori di frodo, narcotrafficanti, mercanti e dagli stessi governi dei due paesi. Il film risulta troppo costruito nel tentativo di mostrare un certo grado di spontaneità, terzietà e realismo, finendo così per arenarsi nel suo stesso irraggiungibile scopo, il reportage. Attraverso la puntualità albionica della voce fuoricampo, che sembra smentire ad ogni aggettivo cancellato dallo script recitato il tentativo di smarcarsi da una certa ingenuità, s’annodano i fili di varie storie tribali che ricostruiscono il quadro d’un quotidiano sporco, violento, lontanissimo da ogni mito edenico. Il documentario è l’opera filmica di più grande finzione in quanto mette in scena la realtà stessa nascondendosi dietro una tecnica che tira su un teatro: inquadratura dopo inquadratura, taglio dopo taglio, scelta dopo scelta. Questo non rappresenta un problema, ma chiarisce la banalità d’un presupposto irrinunciabile: la noia arida della realtà, la fissità babbea della verità, deve restare fuori dal cinema che invece si nutre dell’oggettività dei valori soggettivi che concede alla discussione critica, che accendono gli animi nella disponibilità del discorso, che attivano crisi, mode, tendenze. A partire da una tecnica che non sia fine a se stessa, come costatazione dell’incidenza del reale, ma passando per un’azione che performa la sua stessa destinazione, il cinema danza nel puntualizzare che non danza affermando che danza. In questo documentario si mette in discussione il tema dell’innocenza ancestrale, il mito del buon selvaggio, la sciocca idea della neutralità, del lasciare ad un dorato stato primordiale inesistente gente percepita come antica, che invece nel tempo, per il tempo, ha migrato, preso abitudini, costruito miti, desideri, e questo nel pacifico caos amazzonico sull’osservazione e la misurazione da lontano di ciò che chiamiamo civiltà, su contatti più o meno sporadici con l’uomo bianco, su cambiamenti che non si possono escludere nemmeno con le migliori intenzioni. Bisogna perdere il dualismo dell’apocalittico e dell’integrato, affrontare l’idea di consumare la nostra sistematicità data da schemi stantii, ammuffiti, mitologici, per accettare il fatto che la contaminazione, la fusione, la perdita, il cambiamento, sono valori positivi solo quando passano al vaglio consapevole del calcolo, della teorica, dell’esercizio, della prospettica. I primi uomini non esistono e in questo sono d’accordo con MacQueen.

Alessio Librizzi

 





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