Firenze // Radiohead + James Blake + Junun

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Radiohead + James Blake + Junun al Parco delle Cascine di Firenze

Firenze in giugno è una città cotta da un sole perpendicolare, che graffia l’aria, che appicca incendi che galleggiano sul verde dell’Arno, un sole che screpola le mura annoiate dei palazzetti che s’affollano attorno alle chiese, che confina le ombre ai corpi, un sole che rende i passi leggeri come maratone corse sugli specchi. Sciamano comunque aggrappati ai loro cellulari, alle utilitarie, migliaia di turisti, sono dei passanti sperduti nell’arroganza dell’Italia centrale, un’arroganza che a Firenze ruba l’occhio, che gioca un contrappunto al tondo pisano.

Il Parco delle Cascine è un vecchio ippodromo, percorrendo il lungarno, da Santa Maria Novella, passando di fronte all’ambasciata americana, squadrata a colpi di piccone, lo si raggiunge in una buona ventina di minuti.
Sono le 14:30, cammino svelto, in compagnia, briganti e nuvole, sono silenzioso, di tanto in tanto proferisco qualche sciocchezza, bisogna mantenere sempre le apparenze, non sento alcuna pressione, alcuna voglia, non devo simulare o dissimulare nulla.
Arrivo che saranno le 15:00 coi miei compagni di merende ai vialoni che circondando il vecchio complesso, comincio ad isolarmi, voglio costituirmi a una finzione, la danza della realtà che accompagna la mistica dei grandi eventi, una becera costruzione, difatti incontro solo piccole folle ordinate, nessuno schiamazzo, il sole picca e continua a colare risa, parole nuove, piccoli amori accennati.
Ci mettiamo in fila, tutti insieme, si chiacchiera, con tanti non ci si vede da tanto, cordialità, discorsi, carezze, lordure, meschinerie dolcissime, battute salaci, dopo poco entriamo. Fortuna ci riserva il parterre, saremo sotto il palco.

L’attesa è lunga, ma la si sopporta di buon grado, rubacchio le chiacchiere dei vicini, ascolto questo lessico famigliare italiano mischiato di friulani e lucani, romani, sotto un’unica campana che poggia su terra grossolana, battuta dal sole, che già è entrata ovunque, sandali o scarpe da tennis che siano, Tommaso è bello. I fan dei Radiohead sono in prevalenza ragazzi tra i 18 e i 29, c’è qualche sparuto ultratrentenne, ma si perde nel suo stesso grigio, è uno spettacolo di corpi lucidi educati, pochi i cellulari a rubare l’inutilità di scatti senza filtro, pochi i gomiti alti, poche le coppiette alterate, forse le forze peggiori sono state asciugate dal caldo, forse una volta tanto la musica si coniuga fino in fondo a chi l’ascolta, sembra adesso una sorta d’estate indiana dei concerti, un’eccezione ripetuta, una differenza posata che guarda ai ribelli con un sorriso bonario.

Il palco è grande, ma non è enorme, enormi sono le impalcature madri che non trovano posa nell’avvolgerlo guardano alla figliolanza di una consolle che spacca l’arena, ricreata dividendo l’elitismo bassianide del braccialetto della zona più prossima al palco dal resto dei paganti, che devono affidarsi a degli enormi schermi posti ai lati del palco per osservare le lontane figurine stinte a lavoro. Un palco sobrio eppure intenso.

Comincia a farsi sera e arriva una banda di indiani, vestiti di lunghi kaftani bianchi e turbanti candidi, baffi arricciati, piedi nudi, un’orchestra bizzarra cui si accompagna un Jonny Greenwood ben rappresentato dall’ordinaria eleganza della sua polo senza marca. Sono i Junun, il loro set simpatico scalda la folla che comincia a farsi numerosa, ma sempre paziente, ancora più d’una decina di sigarette restano nel pacchetto.

Devo confessare che sapere che James Blake avrebbe suonato prima dei Radiohead mi ha donato un sussulto ben superiore alla certezza dell’oltremondanità dei Radiohead stessi. James Blake è il musicista più talentuoso e interessante degli ultimi ventanni, unisce ad atmosfere intime una ricercatezza di suono che non ha eguali, allo stesso modo resta ancora un diamante grezzo, in via di definizione, che deve arrivare a trovare una propria cifra artistica totale, non perché manchi di nulla, ma perché si trova all’interno d’un cammino, d’una ricerca, quindi potrebbe perdersi come potrebbe del resto iscriversi nella lista dei catalizzatori di masse, senza dubbio il suo lavoro finora vale tanto. Il fatto che ci siano stati degli annoiati, infastiditi, degli inalberati, durante il suo set non ha alcuna importanza, ne ha molta di più, sullo stesso piano d’analisi, il complimento sulla sua bella camicia che gli rivolgo quando lo incrocio alla fine del concerto tra il pubblico o ancora la foto che regala ad un amico vero. Del resto si torni ad ascoltare cosa fu dei fiordalisi.

Radiohead. Innanzitutto ecco la scaletta:

Daydreaming
Desert island disk
Full stop
Airbag
15 Steps
Myxomatosis
Lucky
Pyramid song
Everything in its right place
Let down
Bloom
Identikit
Weird fishes/Arpeggi
Idioteque
The Numbers
Exit Music (for a film)
Bodysnatchers

Primo encore:
You and whose army?
2+2=5
There there
Paranoid android
Street spirit (Fade out)

Secondo encore:
Lotus flower
Fake plastic trees
Karma Police

Poco più di due ore. In questo lasso di tempo, malauguratamente terminabile, tra una battuta in un italiano biascicato meglio degli italiani di viale Mazzini di Thom Yorke, tra le sue stesse movenze rapite da un sacro fuoco e i particolari dei suoi occhi accesi, voraci, funerei e piramidali, tra la diafana statuaria di Ed O’Brien, il lucido esser fuori posto di Jonny Greenwood, la posta ballerina di Colin Greenwood, la simbiosi, la sintesi, di Phil Selway (andate ad ascoltare i suoi meravigliosi lavori solisti) e Clive Deamer (anche nei Portishead), mi sono perso, perso nell’intensità emotiva inesprimibile di questi signori, nei loro saliscendi, nel collimare di pezzi senza tempo, che occupano uno spazio infinito, eletto nella storia personale di milioni di persone, nelle loro cellule cerebrali dev’esserci la fonte d’un balsamo miracoloso che lenisce ogni fatica, che abbatte la stanchezza, che conduce in porto la nave d’ogni pensiero, sensazione. L’opera dei Radiohead è totale, sono le pagine d’un libro nel quale consacrarsi ad un culto il cui dio è chi ascolta, un paradiso orientato al mare dei nostri ricordi quindi umanissimo, è una musica in fondo fatta di elementi semplici, portati assieme in un caos così ben organizzato che si resta senza fiato, senza posa. Non ci sono colori che non conosca l’empatia del qui e ora che si prova a un concerto dei Radiohead, dalla disperazione più nera a una gioia che raramente ho provato, una sensazione che è un accarezzare una storia che accompagna e appaga ogni bisogno. Descrivere i Radiohead, come tenere un diario, è un compito che non si può assolvere fino in fondo, è un simulacro troppo ricco d’incisioni evenemenziali e torsioni materiche date dal passaggio delle folle omaggianti, un piano troppo nitido per raccoglierne esaustivamente i dettagli, un’idea oltranzista più reale del reale.





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