In un’epoca che va “Verso sera”, brandiamo la torcia linguistica di Felice Accame

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Più di un lustro fa, ai tempi della trasmissione La Caccia andata in onda per anni su Radio Popolare, ricevetti una delle più acute critiche al mio lavoro compositivo da parte dello studioso Felice Accame, che parlò della mia partitura Ping pong per pianoforte. Nel 2015, Accame pubblica un’opera capitale, frutto di un lavorio sul linguaggio cominciato all’incirca nel 1964, con un romanzo che alcuni definirebbero “sperimentale” e che è la potenza di mneme (virgolette e minuscoli originali, Lerici). Oso credere che a parte il sottoscritto, pochi abbiano letto per intero quel romanzo redigendone anche una lista critica di “cose notevoli”. Non lo dico con albagia, ma perché il tessuto della scrittura di quel libro sfida chiunque non sia appassionato d’esperimenti sulla materia “parole”. E chi non abbia a sua volta attraversato quei luoghi affascinanti e romiti della psiche, sapendo che a parlare è tutto un vetusto mondo borghese fatto di convenzioni e complicati modi d’antan, visti attraverso il caleidoscopio arrabbiato e lucidissimo di un giovane degli anni ’60. Lo rileggo qua e là talora, trovandovi scene a me famigliari. L’opera del 2015 ha invece un titolo lunghissimo: Il linguaggio come capro espiatorio dell’insipienza metodologica (Odradek) e non mi risulta che abbia ricevute adeguate recensioni. Non si tratta di lettura per distratti né per acquiescenti, didascalici studiosi che pensino d’accostarsi alla “storia dell’analisi linguistica”. O meglio: l’analisi c’è (financo parossistica, con note a pie’ di pagina che oltrepassano le pagine stesse), ma le sorprese sono plurime. Chi s’aspettasse l’elogio tutto mitteleuropeo di Goedel o di Wittgenstein, per giungere alla classica sfiducia esistenziale nei confronti del linguaggio che “ci ha lasciati” – poveretti noi – in “brache di tela”, in modo che possiamo così continuare ad affliggerci, non troverebbe pane per i suoi denti. Accame difende infatti il linguaggio dai suoi detrattori con l’arma nobile d’un sapiente metodologo, erede e – per tanti aspetti – fautore della Scuola Metodologica Italiana, che oggi continua con la rivista digitale Methodologia. Analisi del linguaggio a partire dai rapporti fra mente e cervello, categorie mentali (omaggio a Kant col suo “imperativo categorico”) e linguaggio: questo in estrema sintesi il teatro d’azione. Con l’idea di base e fondante che nulla possa essere dato per scontato, lasciato alla fantasia metafisica o al buio in cui, alle origini della nostra filosofia occidentale, parrebbe che Platone ci abbia voluti lasciare. Perché si sa che le idee – per il filosofo greco – dimorano altrove, e noi vivemmo già tutto in un’altra dimensione ignota, avendolo però scordato. La rivoluzione del linguaggio di Accame – che ne “la potenza di mneme” assumeva i tratti del surrealismo non automatico ma costruito sul vorticoso spostamento delle parole in relazione a novità descrittive – sta in questa consapevolezza del rifiuto del “già pensato”, della presunta “purezza filologica” delle parole. In questo libro enorme, i cui capitoli possono essere presi cum grano salis e rimuginati a lungo, che fa anche arrabbiare – e ben venga – si parla persino d’un film dell’Archibugi: Verso sera. Una ben curiosa scelta, ma analizzata con acume: Sandrine Bonnaire, nipote di un Marcello Mastroianni nei panni d’un attempato e mesto comunista, a sua volta “rivoluzionaria”, affida al buonuomo la figlia Papere Mescalina. Ma fra i due nomi bizzarri, solo Papere verrà trascelto. Così Accame ci dice nel libro che la moglie – la tersa pittrice Anna Rocco – decise di chiamare il loro cane Papere. Se un cane può chiamarsi Papere, è logico che la “sera” malinconica di cui parla l’Archibugi, nella quale siamo sprofondati in questo momento storico di transizione, possa essere illuminata da un gesto intellettualmente consapevole: quello di afferrare da sé il linguaggio e farsi largo nella jungla della décadence.

Dario Agazzi





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