Gianni Canova e Franco Moretti contro la “borghesia”: una “borghese” risposta

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« Anche quello che ci era stato elargito da mio padre era pari a tutte le sostanze di Risach e superava di gran lunga le mie aspettative. Quando, esprimendo la nostra gratitudine, manifestai il mio stupore, mio padre disse: ‘Puoi stare tranquillo […] Ho avuto le mie gioie segrete e le mie passioni. Sì, è proprio questo che procurano le vilipese occupazioni borghesi condotte con metodo e semplicità. Anche ciò che è poco appariscente ha la sua fierezza e la sua grandezza.’ »
– Adalbert Stifter, Tarda Estate, Ed. Novecento, pag. 593

 

1.

Sul numero 18 di Film TV del 2 maggio 2017, per il quale era apparsa una puntata della mia rubrica Ritorni al futuro: Invito all’ascolto della musica contemporanea, lessi con disagio l’ampio articolo del critico cinematografico Gianni Canova Una borghesia piccola piccola. Canova, partendo dal saggio di Franco Moretti – fratello del regista Nanni – Il borghese. Tra storia e letteratura (di recente pubblicazione Einaudi) si lanciava in questa sentenza: “La borghesia non c’era e il nostro cinema ha dovuto inventarla […]: cosa sono i personaggi simil-borghesi di Tognazzi […] e soprattutto di Gassman […], se non il tentativo […] di inventare codici comportamentali, intrecci relazionali e stili di vita con cui raccontare un’italianità che voleva essere borghese senza avere le credenziali storiche, etiche e financo economiche per poterlo essere davvero?” Colpito da una simile affermazione, mi sono procurato il saggio di Moretti: a proposito di parsimonia borghese, il libro costa ben 24 euro per sole 200 pagine (illustrate, per carità); ho dunque preferito l’ebook a soli 10 euro. L’opera è capillare nell’analisi letteraria, ma è come se fosse nata vecchiotta. Ecco infatti i numi tutelari a cui s’appella Moretti in questo studio: Lukacs, Barthes, Hegel, Marx, Auerbach, Bachtin… Certo, maestri del pensiero. Ma non sono un po’ troppo ancorati a quelle ideologie degli anni ’60-’70? Del resto, le scelte letterarie stesse di Moretti sono oltremodo accademiche: partendo da Defoe e il suo Robinson Crusoe (smontato con acribia al punto da togliere tutta l’aura infantile che ci aveva tanto affascinati da piccoli leggendolo, qui assumendo il ruolo di prototipo linguistico della prassi borghese dell’accumulo), Moretti chiude il saggio (non oltrepassando in sostanza il XIX secolo) con un’analisi di Ibsen, affermando: “[…] Riconoscere l’impotenza del realismo borghese davanti alla megalomania capitalista: è questa la lezione di Ibsen. Una lezione che vale ancora per il mondo di oggi.” E qui avrebbe potuto aggiungere: “Proletari di tutto il mondo, unitevi!” Poiché Moretti non è chiaro dal punto di vista economico (la sua è un’analisi letteraria) sono andato a ripassare le carte della mia famiglia e a rileggermi la definizione di “Borghesia” che ne dà il Dizionario dei termini politici a cura di Giampaolo Calchi Novati (Mondadori): “[…] nella società industriale moderna si identifica con i detentori dei mezzi di produzione o più genericamente con chi vive della propria rendita e comunque non vende il proprio lavoro. […] In Europa la borghesia è il prodotto della crisi del sistema feudale (secoli XII-XIII), con il declino dell’aristocrazia e l’emergere di nuove forze sociali (mercanti, banchieri, artigiani, imprenditori, piccoli proprietari, ecc.). […] Si deve alla borghesia la realizzazione della trasformazione dello Stato assoluto nello Stato democratico-parlamentare.” Con tutti gli strali che le vengono lanciati, la borghesia ci ha liberati dallo Stato assoluto. Vi par poco?

 

2.

Tanto Moretti quanto Canova tralasciano un fatto importante, la suddivisione della borghesia in queste parti: “Alta, grande, grossa borghesia, lo strato superiore composto dai grandi proprietari; media borghesia, il ceto formato dai proprietari di aziende di medie dimensioni, dai liberi professionisti, dai dirigenti industriali e sim.; piccola borghesia, lo strato composto dai piccoli artigiani e dagli impiegati.” (Vocabolario Zingarelli, 1994). Credo che per i due studiosi sia oltremodo fastidioso doversi riconoscere entrambi nella “piccola borghesia”, non potendo certo inserirsi nel proletariato, né potendo far parte di quella borghesia proprietaria aspramente osteggiata. Pertanto, con un “odio di classe” solo sopito dal fallimento del Sessantotto, è molto più soddisfacente negare l’esistenza stessa di una borghesia italiana (“un’italianità che voleva essere borghese senza avere le credenziali storiche, etiche e financo economiche”) piuttosto che ammettere di farvi parte, seppure nello strato più basso. Mi ha stupito come Moretti, in fondo, preferisca appellarsi a una stravagante idea di “nobiltà”, parlando di “passioni turbolente”, “anche se deboli”, “della vecchia aristocrazia”, in rapporto alla “passione calma” borghese. Le passioni cavalleresche cui si riferisce erano già state ridicolizzate da Cervantes nel Don Chisciotte: quella nobiltà di cavalieri che – forse – non era mai esistita se non sulla carta. Lo stesso P.G. Wodehouse ne fa spesso cenno nei suoi sublimi romanzi: perché se ne rida crassamente. La “vecchia aristocrazia” era del tutto borghese nella concupiscenza di possedimenti, dimore, denaro: basterebbe leggere il cupo capolavoro ottocentesco di Saltykov-Scedrin, I signori Golovlëv (Quodlibet, e anche Mondadori) per accorgersi che la “nobiltà” (crudelmente dipinta) altro non era che una maschera della bramosia di possesso. Lo stesso si legge in Balzac, nel racconto lungo Il figlio maledetto (Garzanti), in cui il conte non pensa ad altro che all’espansione dei suoi immensi possedimenti e delle proprie ricchezze, con l’ansia di ottenere un titolo superiore (quello di duca): esattamente come il borghese che mira allo scatto di carriera. Peccato che entrambi questi libri non siano presi in considerazione dal saggio di Moretti. Farò un inciso personale: fra le carte di famiglia di cui sopra, ho trovato una memoria del mio bisnonno, in cui accenna amaramente alla sua figlia di primo letto, la quale – al momento della divisione dei possedimenti – sottrasse nel 1926 il testamento: nonostante il “more nobilium” della famiglia, con annessi e connessi, siamo dinanzi a un classico caso di concupiscenza. E siamo davvero sicuri che questa avidità sia una prerogativa della sola borghesia o, comunque, delle classi agiate? Non è forse innata nella mesta figura umana, sia questa in alto o in basso? L’uomo, creatura angosciata, non cerca di “salire” e al tempo stesso “procurarsi il benessere dei sensi”? La sintesi perfetta – a mio vedere – è nella figura magistrale del geom. Calboni (Giuseppe Anatrelli) della saga Fantozzi: il “calbonismo” pertiene a tutte le classi sociali, e consiste nell’elogio a prescindere del proprio diretto superiore (sia questi il re o il caporeparto: “È un bel direttore!” – “È una bella casa!” – “È una bella mamma!”), perché da questo deriva (o meglio, deriverebbe) la placidità dell’esistenza. Placidità che non arriva mai, se non con la morte. È un fatto animalesco, che nulla ha a che vedere con l’appartenenza a una classe sociale piuttosto che a un’altra.

 

Conclusione.

In una straordinaria – e tipica – risposta data dal “miglior banchiere d’Europa” (e certo uno dei più grandi del Novecento) Enrico Cuccia a Nerio Nesi nel 1986, il settantanovenne signore di Mediobanca scriveva: “[…] Per quanto riguarda l’accenno alla mia persona, sono sinceramente convinto di non meritare l’attenzione che Ella molto cortesemente mi dedica”. Che cosa aveva scritto Nesi, al tempo Presidente della Banca Nazionale del Lavoro di Roma a Cuccia? Ecco: “[…] Il banchiere di quei tempi faceva parte di una borghesia imprenditoriale che esercitava il potere per tradizione familiare, per censo, in sostanza per appartenenza di classe. Questa borghesia si dichiarava estranea all’impegno politico […] questa borghesia degli affari non ha potuto o non ha voluto capire, che, per mantenere il suo potere, doveva collegare la giusta difesa del suo molo con le esigenze di rinnovamento […] In questo senso la figura di Enrico Cuccia è emblematica, con i suoi meriti e i suoi difetti.”
Questo scambio epistolare è contenuto nel bellissimo libro di Cuccia stesso Promemoria di un banchiere d’affari (Aragno), curato magnificamente da Sandro Gerbi e Giandomenico Piluso (il profilo biografico di Cuccia redatto da Piluso è una lezione magistrale). Cuccia aveva come sempre ragione: tutta questa attenzione al “borghese” di Canova, Moretti, Nesi non è meritevole d’attenzione. Ma lo è il fatto che nell’epigrafe citata in apertura al presente articolo, il grande classico ottocentesco Stifter ci dica che un padre – accumulando con il commercio ricchezze “borghesi” – permetta al proprio figlio di dedicarsi per tutta la vita a una carriera di pura ricerca scientifica-biologica e artistica, senza problemi d’ordine economico. Sull’architrave dello studio di Cuccia – fra l’altro attivo antifascista e uomo che rifuggì sempre i fasti e il lusso, morendo sì agiato ma non ricco come chi, oggi, miri ad alte posizioni con il solo scopo di gozzovigliare arraffando, finché la tomba non lo separi dal proprio yacht – era scritto: “Ars patriae decus”, ossia: “L’arte fa onore alla patria”. E – che lo si voglia ammettere o meno – l’arte e le scienze, con tutte le loro interne contraddizioni, sono possibili solo in una – viva e vegeta – società “borghese”. •

Dario Agazzi





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  • Luca Foresto Semenzin

    Fatta piazza pulita della critica marxiana, lei cosa propone…Hobbes! L’homo homini lupus come antipasto al piatto forte: la società classista che da necessità storica diventa metafisica, eterno ed insostituibile motore del progresso umano. Ma pure parliamo dell’Italia: “il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d’Europa”.

  • dario agazzi

    La ringrazio molto del commento, sig. Semenzin. Mi permetta di specificare che Hobbes non è stato evocato nel mio articolo. “Fare piazza pulita della critica marxiana”, pure, non è esattamente quello che intendevo. Intendevo rivolgere una precisa critica al fatto che il continuo utilizzo di pensatori, d’impronta marxiana e super-sfruttati dagli epigoni, non giustifichi in nessun modo che:
    a) “la borghesia in Italia non ci sia stata” (nel cinema come nella vita reale);
    b) “il cinema se la sia dovuta inventare”;
    c) con la solita “Ricotta” pasoliniana da Lei riesumata “la borghesia più ignorante d’Europa” sia quella Italiana.
    C’è stata e c’è una borghesia silenziosa e colta, in Italia come altrove.
    La citazione da Hobbes in origine era dall’ “Asinaria” di Plauto (a.II, sc.4, v.88), che però disse in forma alquanto diversa: “Lupus est homo homini, non homo”.