Il “morettismo”

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Complesso del fiasco. Illustra quel meccanismo nevrotico che consiste nel rivolgere l’aggressività contro se stesso e nel punirsi in modo da fallire sempre: nella vita amorosa, sociale, professionale.
Nuovo Dizionario di Sessuologia Longanesi

Il “morettismo”, per chi bazzichi gli ambienti cinematografici, è una malattia subdola, insidiosa, che colpisce senza che il soggetto sia cosciente del bramoso tarlo che s’è impadronito del proprio essere, corrodendolo. Se la sifilide – neologismo coniato da Fracastoro nel 1530 –, o “verole”, o “lue venerea” o “morbus venereus” (e persino “mal napolitan”) è quella deleteria affezione i cui effetti venivano un tempo esposti in luoghi appositi – ce ne parla Bertolt Brecht nella bellissima pièce incompiuta Lux in tenebris – onde sensibilizzare il pubblico a quel che rischiava nel frequentare lupanari e casini (“casino” era anticamente il termine che designava la “dimora signorile di campagna e luogo di delizie, dalla caccia alla pesca”, per poi decadere nell’uso comune alla designazione di delizie ben più carnali di quelle offerte dal paesaggio bucolico), il “morettismo” non colpisce in modo meno grave; ma nessuno – crediamo – si è mai spinto a proporre in un luogo pubblico i suoi effetti cerebrali sul soggetto che ne sia colpito. Per questo reputiamo opportuno – onde compiere gesto caritatevole e filantropico (ci sia perdonata la baldanza) – descriverne succintamente i sintomi, in modo che il soggetto possa stroncarne – come l’iniziale ulcera dura sifilitica era combattuta col mercurio – i possibili effetti deleteri.

Il “morettismo” colpisce soggetti di ogni età, con una predilezione spiccata per i cosiddetti intellettuali stanchi della vita, delusi dalla politica, malaccetti dalle famiglie – o comunque in perpetua lizza freudiana con le medesime – affetti da una dose sufficientemente alta di tedium vitae e spleen parigino, senza però che questi tocchino i vertici di una cospicua depressione esistenziale e auto-distruttività senza ritorno. Vale a dire: è condizione necessaria e sufficiente la presenza di una delle predisposizioni citate, senza che nessuna tocchi veramente vertici “virtuosistici”. Predisposto più di tutti al “morettismo” è – ça va sans dire – il cinefilo, con una particolare ira repressa nei confronti dei prodotti che, dall’alto della sua formazione accademica o che egli reputi finemente intellettuale, egli colloca nella “spazzatura alienata dell’odierna società che continua a farsi del male”. Pertanto, il soggetto avrà in dispregio la “commedia all’italiana”, caldeggiandone una nuova e impegnata: la “commedia all’italiana sul tema dei migranti”, meglio se trattata in forma autorial-documentaristica e con una macchina da presa tremolante che sottolinei il pathos del viaggio (purché questo sia tenuto a debita distanza) in condizioni degne da suscitare una pietas virgiliana; il pianto della madre, un sano moto di commozione per la povertà (purché però il proprio conto in banca lo si conosca al sicuro). Quasi come imperativo categorico kantiano, il soggetto avrà in dispregio (e accennandone dispenserà un sorriso ironico e bigio di chi “la sa lunga”) le figure di Mario Monicelli e Alberto Sordi: non perderà occasione, in ispecie in luoghi pubblici ove lo possano udire ben bene, per lanciarsi nella nobile massima: “Ve lo meritate Alberto Sordi!”, ridacchiando poi con stanca amarezza fra sé e sé e concedendo occhiate vacue ai vicini i quali – come sodali d’una confraternita monastica dedita all’auto-afflizione quale novella forma di prece evangelica: Ecce Bombo, sia il loro motto, non già Ecce Homo – approveranno (sempre stancamente) con cenni deboli del capo. Il soggetto con sintomi di “morettismo” tenderà sempre a rimpiangere il fatto di non aver saputo coniare da sé la profonda, articolata e sottilmente complessa frase: “Le parole sono importanti!”. Continuerà a sostenere la tesi che l’articolo dinanzi al nome proprio è roba degna dei personaggi di Fantozzi (non importa se Dino Buzzati lo ha adoperato in molti scritti: anche su Buzzati si dovrà “fare spallucce” e sostenere che in fondo era uno scrittore commerciale o – meglio ancora – “epigono di Kafka”), storcendo il naso e pigiando sul medesimo gli occhiali da miope (miopia più o meno leggera: a seconda dei casi, ma meglio se leggera, perché “fa più fino”) con una vistosa montatura scura Ray Ban. Esaltatore della Nutella (anche se gli faccia schifo), prodotto dell’uomo più ricco d’Italia Ferrero (e che fu in vita fra i più ricchi al mondo), nonché dei dolciumi al cioccolato quale consolazione allo strazio del vivere in generale, e in particolare del dover sapere che film come I soliti ignoti di Monicelli sono classici al pari di Dostoevski, nonché tali da aver causato persino un remake con George Clooney nei panni dell’inarrivabile Dante Cruciani (Totò), Welcome to Collinwood (Anthony e Joe Russo, 2002), il soggetto affetto da segni di “morettismo” si consolerà sapendo che solo da sé si possono realizzare i remake, poiché una metafora tanto ardua, raffinata, sottile come la partita di pallanuoto in Palombella rossa può solo essere auto-prodotta nuovamente nella forma di una partita di pallavolo fra cardinali: Habemus papam. Con sottile compiacimento, il paziente afflitto dai sintomi di cui sopra amerà tenere un Caro diario delle proprie delusioni, ma meglio se condivise via social network. E, dalla Stanza del figlio, che ha creato un altarino con l’effige dell’eroica cantante Amy Winehouse, il nostro soggetto potrà lanciarsi in una nuova, fantasmagorica elucubrazione sul male di vivere che ha incontrato, dove era il rivo strozzato, il cavallo stramazzato, la divina Indifferenza che era la statua nella sonnolenza, borbottando fra sé e sé che – nonostante codesto figlio si ammazzi di risate guardando i filmacci di Christian De Sica – è pur sempre “triste morire senza figli”.

Con rinnovata temerarietà – afflitta e stanca –, potrà ricominciare a lamentarsi dell’ “Italietta”, del malcostume, dell’ignoranza dilaganti. A quel punto, però, siamo propensi a ritenere che il “morettismo”, dallo stato di modesta afflizione primordiale, sia ormai pervenuto all’irreversibile catatonismo.

Ci duole dover dire che, a partire da quello stadio, casi di guarigione non ci sono pervenuti. •

Dario Agazzi





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